Se il tradimento innesca l'omicidio

| Al centro de delitto di Gorlago un triangolo mortale: lei, la moglie tradita, lui il marito fedifrago, l'amante che non accetta la fine della relazione. Alla fine uno deve morire. I precedenti giudiziari

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Di Germana Zuffanti
La vicenda è quella di Chiara Alessandric(nella foto), disoccupata e madre di tre bambini, da sabato in carcere a Brescia per avere ucciso a martellate la moglie dell’amante, Stefania Crotti, un anno in meno di lei.  Questa è la storia di una donna che uccide una donna, di un femminicidio operato a sangue freddo a Gorlago, paese con 5 mila abitanti in cui tutti sanno tutto di tutti. Una storia di tradimento come tante oramai, ma che spalanca ancora una volta le porte su un mondo distorto all’interno del triangolo stesso. Questa è la storia di una donna si sente vittima e diventa carnefice di chi, ai suoi occhi, merita la punizione estrema.

Oscar Canzanella, criminologo investigativo esperto in analisi dei Crimini Violenti, quale è la sua opinione su quanto è successo a questa povera donna? Un altro delitto scatenato dalla gelosia o follia pura?

Gorlago è un paese ci circa 5 mila abitanti della provincia di Bergamo, uno di quei paesi dove tutti si conoscono, dove le cose si vengono a sapere in poco tempo poiché le voci corrono veloci, come di sovente accade nei piccoli centri. Stefania Crotti era sposata con Stefano Del Bello, impiegata, genitori entrambi di Martina di sette anni, una famiglia medio borghese benestantecome molte nel bergamasco. Alcuni mesi fa Stefano aveva intrapreso una relazione con un’altra donna di nome Chiara Alessandri, del posto, separata e madre di tre bimbi. Dopo l’estate Stefano cambiava direzione con una retromarcia incondizionata, ritornava quindi sui suoi passi interrompendo la relazione extraconiugale con Alessandra, riconciliandosi con sua moglie. Quel ripensamento la Alessandri non lo accettava, un ripensamento imperdonabile, soprattutto poiché perdonato dalla moglie Stefania che rendeva indelebile quel perdono con il tatuaggio “Believe”, mentre Stefano si tatuava la frase “Liberi di sbagliare, liberi di ricominciare”. Tutto aveva ripreso il ritmo del passato sino al 4 gennaio scorso, quando Alessandra chiedeva una cortesia all’amico e imprenditore bergamasco Angelo Pezzotta, per aiutarlo nel mettere in atto una sorpresa ad un’amica, come registrato in un messaggio vocale indirizzato allo stesso Angelo “è l’ex marito che ora vuole farle questa sorpresa, visto che ora lei è tornata ad essere la sua  compagna. Lui vorrebbe fare questa cosa e ha chiesto a me di aiutarlo”, e ancora in un altro vocale “prima di incontrare il marito, scenderò dal furgone e troverà me e dovremo chiarirci io e lei prima di farle vedere il marito. A quel punto tu dovrai andartene. Se lei non si farà bendare annulliamo tutto perché lei non deve vedere che viene a casa mia”. Angelo non era immediatamente disponibile e così quel piano aveva inizio il successivo 17 gennaio, quando Angelo, ignaro delle vere intenzioni della Alessadri, incontrava Stefania all’uscita dall’ufficio, le consegnava una rosa rossa ed un biglietto con la scritta “Ti amo”. Stefania era dapprima titubante per l’estranea grafia sul manoscritto, poi veniva pervasa dalla cieca convinzione di un’amorevole sorpresa da parte di Stefano e accettava persino di farsi bendare sino a destinazione. In quel garage non c’era nessuna festa per Stefania, non c’erano invitati, non c’era nemmeno il suo Stefano, ma solo Chiara, fredda ideatrice di tutta la messa in scena: è così che si consumava un delitto, lo sfogo di una rabbia repressa e alimentata dalla vendetta per averle sottratto il suo uomo.

In un momento in cui sembrano esserci solo delitti di donne per mano di uomini, amanti o mariti violenti, quale è il posto che diamo ad omicidi come questi ?  Quale il comune denominatore?

Da una rievocazione criminologica ricordiamo altri delitti passionali italiani, tuttavia organizzati e premeditati nei particolari, come quello di Rita Fort, che, nella metà degli anni Quaranta della Milano operaia, era stata soprannominata “la belva di San Gregorio” e che nel corso del processo dichiarava “Accecata dalla gelosia, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro.… Mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla …”; oppure ancora il più recente delitto di Patrizia Reguzelli, 58 anni, moglie del medico di base 61enne Marzio Brigatti, ad opera della giovane specializzanda romana Vittoria Orlandi, condannata per omicidio a quattordici anni di carcere. Entrambi i delitti appena menzionati hanno un denominatore comune, quello della relazione sentimentale extraconiugale poi terminata e non accettata dall’amante. Un rifiuto che lascia l’amaro in bocca e che alimenta la vendetta, sino all’ omicidio. Si tratta quindi di delitti covati nella rabbia dell’abbandono, talvolta premeditati, altre volte frutto della spietata collera del momento e della gelosia. Spesso poi, la rabbia nasce nelle situazioni disperate in un cui ci si lega ad un uomo che diventa una speranza ed una via di fuga. Stefania ancora adesso nega di avere bruciato il corpo e per chi cerca di trovare una spiegazione al tutto non si capisce dove inizia la verità e finisca l’incubo.

 
 

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