Ted Bundy, il male in persona

| Cresciuto con i nonni credendoli i genitori, ha violentato e ucciso decine di giovani donne da ovest a est degli USA. Il killer delle studentesse, “copiato” in romanzi e film, giustiziato nel 1989 sulla sedia elettrica

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di Marco Belletti

Eleanor Louise Cowell era una ragazza di 22 anni quando, il 24 novembre 1946, diede alla luce suo figlio Theodore Robert, in un ospedale per madri non sposate a Burlington, piccola cittadina del Vermont, nel nordest degli Stati Uniti. Sul certificato di nascita come padre è riportato un veterano dell’Air Force, Lloyd Marshall, ma Eleanor Louise sostenne sempre che il padre fosse il marinaio Jack Worthington, anche se nessuno trovò un nome simile negli archivi della Marina.

Qualcuno - più tardi, come per trovare la causa per i crimini commessi da Ted - avanzò l'ipotesi, ma nessuna prova suffragò questa tesi, che fosse stato il padre Samuel, persona quanto mai spiacevole come emerse dalle indagini, ad aver violentato e messo incinta Eleanor Louise.

Samuel era bigotto, razzista, dispotico nei confronti della moglie e dei familiari (una volta scagliò giù dalle scale di casa la figlia minore Julie) e la sua rabbia tracimava in violenza soprattutto quando veniva sollevata la questione della paternità di Ted.

In ogni caso, furono proprio i nonni a prendersi cura del nipote che visse con loro a Philadelphia, convinto di essere loro figlio: vivere da illegittimo, così come da ragazza madre, era quanto di peggio si potesse immaginare, in una cultura puritana e intollerante come quella americana alla fine degli anni Quaranta. Così, come del resto chissà quanti altri giovani (per esempio l’attore Jack Nicholson), anche il piccolo Ted crebbe credendo che i propri nonni fossero i suoi genitori e ignorando che quella che pensava essere la sorella maggiore fosse in realtà la sua vera madre.

A fronte di una situazione familiare insostenibile, Eleanor Louise decise di andarsene: cambiò il cognome in Nelson, eliminò il primo nome e si trasferì con il figlio da alcuni cugini a Tacoma (nello stato di Washington, dalla parte opposta degli Stati Uniti) dove nel 1951 conobbe e sposò un cuoco che lavorava in un ospedale, Johnny Bundy, che adottò Ted dandogli il cognome e con il quale concepì altri quattro figli.

Successivamente Ted affermò che nonostante Johnny cercasse in tutti i modi di farlo sentire parte della famiglia, lui lo rifiutava ritenendolo poco brillante.

I detective che hanno investigato su Ted hanno sempre pensato che abbia iniziato a uccidere presto, intorno al 1960, appena quattordicenne: la sua prima vittima potrebbe essere stata una bambina di 8 anni, ma lui ha sempre negato la responsabilità dell’omicidio. Quando fu definitivamente arrestato nel 1978 e fino al momento di salire sulla sedia elettrica, nella prigione statale della Florida, alle 7.06 del 24 gennaio 1989, ne confessò una trentina: gli investigatori supporranno in lunghe indagini che possano essere stati anche un centinaio.

Di certo c’è che Ted Bundy ha ucciso in almeno sette stati degli USA, ha rapito, violentato e assassinato giovani donne e in alcuni casi ne ha anche profanato il cadavere. Il suo modus operandi è stato ripreso dal romanzo “L’uovo d’oro”, dal thriller olandese “Spoorloos” e soprattutto dal film “Il silenzio degli innocenti”: con la tecnica del braccio ingessato chiedeva aiuto alle vittime (nelle vicinanze di college o residenze universitarie) che una volta a bordo della sua auto si rendevano conto che porta e finestrino erano bloccati. In un luogo isolato venivano picchiate, violentate e uccise, a volte stuprate parecchi giorni dopo la morte, talvolta decapitate. In altri casi avvicinava le ragazze spacciandosi per poliziotto. Quasi tutte le vittime erano studentesse universitarie, dal fisico esile e dai lunghi capelli scuri con la scriminatura centrale, copie di una ragazza che da giovane lo aveva respinto.

La prima vittima certa della violenza di Ted Bundy (e anche una delle poche che sopravvisse) è stata la diciottenne Joni Lenz, picchiata nel gennaio 1974 con una doga del suo letto, con la quale l’assassino la violentò ripetutamente lasciandogliela poi infilata nella vagina: Joni si salvò - dopo parecchi giorni di coma - solo perché fu creduta morta.

Da allora, in un crescendo parossistico, Bundy non si fermerà più. Quando sei mesi più tardi le morti erano ormai una decina, una ragazza (Janice Graham) raccontò alla polizia di essere stata adescata da un giovane di nome Ted, che andava in giro con un braccio ingessato chiedendo aiuto per caricare una barca a vela sul tetto della sua auto. Janice si salvò perché rifiutò di aiutarlo - evitando una morte certa - ma contribuendo a realizzare un identikit del killer.

Alcune persone lo riconobbero, ma Bundy riuscì a far perdere le sue tracce trasferendosi nello Utah. Il 18 ottobre 1974 scomparve Melissa Smith, ritrovata il 27 mutilata e sodomizzata. Il 31 ottobre scomparve Laura Aime, rinvenuta un paio di giorni dopo picchiata, sodomizzata e strangolata. L’8 novembre Bundy tentò di rapire Carol Da Ronch spacciandosi per un poliziotto, riuscendo a farla salire sulla sua Volkswagen Maggiolino, ma la ragazza riuscì a fuggire. Poche ore dopo scomparve un’altra giovane, Debbie Kent, senza più essere ritrovata. Tra gennaio e aprile 1975 almeno quattro donne scomparvero in Colorado. In agosto Bundy fece un passo falso: un poliziotto lo fermò per eccesso di velocità e sul Maggiolino trovò una spranga, un passamontagna, un rompighiaccio e delle manette. Arrestato, Ted riuscì a scappare dalla cella del commissariato poche ore prima che gli agenti dell’FBI arrivassero per prelevarlo.

Ricatturato alcuni giorni dopo, riuscì nuovamente a evadere il 30 dicembre 1977 e si spostò in Florida, dove riprese a uccidere: il 14 gennaio 1978 assassinò due ragazze in un campus accanendosi su di loro a morsi. Ne ferì poi altre due e a febbraio rapì la dodicenne Kimberly Leach il cui corpo fu ritrovato, orrendamente martoriato, una settimana dopo in un parco. Fermato alla guida di un’auto rubata, Bundy fu definitivamente arrestato e processato: la corte lo ritenne colpevole di 36 omicidi ma la prova che lo incastrò furono i segni dei suoi denti sulle due ragazze del campus.

Fu definito un sociopatico sadico che provava piacere nel fare male alle sue vittime, di cui voleva avere il controllo fino alla morte e oltre, assolutamente privo di alcun rimorso. Uno degli avvocati incaricato di difenderlo scrisse che “era la precisa definizione del male senza cuore”.

Eleanor Cowell, alias Louise Nelson, alias Louise Bundy, rifiutò a lungo di credere che Ted fosse un serial killer e rimase sempre una fedele sostenitrice del figlio, al quale scrisse una lettera che gli fu consegnata qualche istante prima dell’esecuzione e che sembra contenesse la frase “Sarai sempre il mio prezioso figlio”. Louise morirà nel 2012, a 88 anni, pressoché dimenticata da tutti, malgrado sia stata la madre di uno dei più noti e violenti serial killer del mondo.

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