Vasilij Komarov, il lupo di Mosca

| Una trentina di omicidi nella Russia estremamente povera degli anni Venti del Novecento, da parte di un vetturino sempre ubriaco che uccideva strangolando o massacrando a martellate le sue vittime. Fu fucilato con la moglie complice

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Di Marco Belletti
La polizia circondò la casa e alcuni agenti chiesero di entrare a Vasilij Ivanovič Komarov, conducente di carrozza pubblica e presunto assassino: lo trovarono con la moglie Sofia e i figli, l’ultimo di pochi mesi. La polizia - presentatasi per interrogarlo in merito a un presunto contrabbando di liquori - non aveva prove ma molti indizi per ritenere che l’uomo fosse il famigerato “lupo di Mosca”, un killer che da oltre due anni uccideva le sue vittime abbandonandole per la città massacrate e nude. Durante la perquisizione, fu trovato un corpo nascosto sotto la paglia del fienile, ma Vasilij si gettò da una finestra e riuscì a scappare. Un altro cadavere fu trovato in un armadio, e il lupo di Mosca venne rintracciato il giorno dopo: era il 18 marzo 1923.

Komarov era nato come Vasilij Terent'evič Petrov a Vicebsk, città dell’attuale Bielorussia, allora parte dell’impero russo. Ci sono dubbi sulla data di nascita, in quanto in più occasioni egli stesso fornì date differenti (tra il 1871 e il 1878) mentre certo è il giorno della morte: 18 giugno 1923, quando fu fucilato insieme alla moglie, giudicata complice.

Vasilij nacque in una famiglia che viveva in una situazione di estrema povertà: i genitori erano alcolisti, uno dei suoi cinque fratelli mentre era ubriaco uccise una persona e lui stesso divenne alcolizzato già adolescente. Si arruolò nell’esercito russo, si sposò e tornò a combattere nel 1904 durante la guerra tra Russia e Giappone. Affermò in seguito che in quel periodo si era arricchito, ma che aveva sperperato tutto il guadagno prima ancora di tornare a casa, dove venne arrestato per aver rapinato un magazzino. Mentre Vasilij era in carcere, la moglie morì di colera e l’uomo, scontata la pena, si trasferì a Riga (nell’attuale Lettonia) dove sposò la vedova polacca Sofia, con la quale andò a vivere insieme con i due figli di lei.

Allo scoppio della prima guerra mondiale la famiglia si trasferì sul Volga per sfuggire all’esercito tedesco e dopo la rivoluzione del 1917 Vasilij entrò a far parte dell’armata rossa, dove imparò a leggere e riuscì a diventare comandante di un plotone che divenne noto per il piacere con cui fucilava i prigionieri nemici. Nel 1919 disertò e, per evitare una sicura condanna a morte, cambiò nome in Vasilij Ivanovič Komarov. Nel 1920 si trasferì con moglie e figli a Mosca dove comprò un cavallo e una carrozza e divenne vetturino.

Erano anni difficili, caratterizzati da estrema povertà, elevato tasso di criminalità e feroci persecuzioni politiche: oltre a trasportare le persone con la carrozza, Vasilij probabilmente compì numerosi furti che gli permisero di acquistare altri cavalli. In questo contesto uccise la sua prima vittima, nel febbraio 1921, senza aver premeditato il delitto. Aveva invitato a casa un contadino che voleva comprare un cavallo, gli offrì da bere e l’uomo si ubriacò confidando che voleva acquistare la bestia per rivenderla lucrandoci sopra. A quel punto Vasilij fu preso da un attacco d’ira e con un martello spaccò il cranio al contadino, nascondendone il corpo in una vicina casa diroccata.

Da allora non si fermò più. Sempre uguale il suo modus operandi: attirava la vittima con la scusa di fargli visitare il suo allevamento di cavalli, la ubriacava di vodka, la strangolava con una corda o la massacrava a martellate. Faceva quindi colare il sangue dal cranio o dalla gola tagliata dopo lo strangolamento in una ciotola per evitare di macchiare i vestiti, che riutilizzava, legava quindi i corpi e li infilava in sacchi di tela che gettava tra i rifiuti, nella Moscova, sotterrava o nascondeva in case abbandonate, sfruttando la sua professione per portarli in giro senza sollevare sospetti.

Durante il processo affermò di aver ucciso per denaro, ma sembra che dalle sue vittime ne abbia ricavato molto poco, il guadagno maggiore per lui arrivava dai furti che continuava a compiere. Nel 1921 Vasilij uccise almeno 17 persone, nel 1922 altre 12 e 4 nei primi mesi del 1923, quasi tutti uomini. Sembra che la moglie abbia scoperto il marito durante uno degli ultimi omicidi del 1922 e ne divenne complice aiutandolo a nascondere i corpi.

In seguito all’ennesimo ritrovamento, all’inizio del 1923 la polizia indagò con maggior impegno e scoprì che tutte le vittime erano scomparse di mercoledì o di venerdì, giorni di mercato nel distretto di Šabolovki, dove Vasilij abitava e le avvicinava, e i loro corpi erano ritrovati il giovedì o il sabato. Qualche parente affermò che le vittime avevano manifestato l’intenzione di acquistare un cavallo e il fatto che i corpi fossero poi ritrovati in giro per la città fece pensare agli inquirenti che un vetturino avrebbe avuto maggiori possibilità di trasportare i corpi. Inoltre, sulla testa di un cadavere fu ritrovato un pannolino da neonato per assorbire il sangue, fatto che fece ipotizzare che il killer avesse un figlio molto piccolo. Indizi che portavano dritti a Vasilij: con questi elementi la polizia si recò a casa sua il 17 marzo 1923.

In carcere Komarov confessò 33 omicidi con estrema indifferenza, ma in cella tentò tre volte il suicidio. Gli psichiatri che lo esaminarono lo definirono un cinico insensibile che non provava alcun rimorso a causa della psiche degenerata dall’abuso di alcol, concludendo che l’imputato era sano di mente.

Il lupo di Mosca fu processato per direttissima il 7 giugno 1923 davanti a una folla inferocita e a un gran numero di giornalisti, ai quali aveva concesso parecchie interviste durante la carcerazione. La stampa aveva dato molto risalto al caso Komarov, con commenti da parte dei vicini e dei conoscenti: per tutti il lupo di Mosca era un individuo cordiale, socievole e sempre sorridente che nascondeva una vena violenta. Emerse, per esempio, che un giorno in cui era completamente ubriaco cercò di uccidere uno dei figli della moglie.

All’alba dell’8 giugno Komarov fu dichiarato colpevole di 33 omicidi e condannato a morte – insieme a Sofia – per fucilazione, pena che fu eseguita dieci giorni dopo. I tre figli della coppia, l’ultimo dei quali aveva appena un anno, furono affidati a un orfanotrofio.

“Uccidere – aveva dichiarato Komarov in una delle sue ultime interviste – è un lavoro facile”. E aveva aggiunto profeticamente: “Dopo la condanna a morte sarà il mio turno di essere infilato dentro a un sacco”.

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