"Accertate se Cagnoni è sano di mente"

| La difesa del dermatologo Ravenna condannato all'ergastolo in promo grado per avere ucciso la moglie Giulia Balestri punta a una perizio peoschiatrica prima dell'appello. Ma sostengono anche la sua innocenza

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Una perizia per accertare se Matteo Cagnoni, il medico Vip di Ravenna condannato all'ergastolo in primo grado per avere ucciso la moglie Giulia Ballestri. La richiesta è nelle  di 370 pagine convincere i giudici della corte d’assise d’appello di Bologna che non non ha ucciso la moglie Giulia Ballest Richiesta che tuttavia, nell’ottica offerta dagli avvocati Giovanni Trombini e Francesco Dalaiti, non  si contrappone alla dichirazione di innocenz del 53enne dermatologo detenuto nelle carceri di Ravenna.. La difesa vuole l'assoluzione. Ma fa leva sulla sentenza di primo grado che condanna Cagnoni all’ergastolo, dove si descrive un disturbo di personalità di cui soffrirebbe ma senza definire quale.

LA RICOSTRUZIONE DEI GIUDICI

La morte violenta  di Giulia Ballestri, ad opera - secondo i giudici di primo grado - del marito, il medico dermatologo di Ravenna Matteo Cagnoni, può essere il modello del femminicidio 4.0. Se il movente è ancestrale, cioè il senso di possesso di un uomo malato di narcisismo, tanto da commettere il delitto davanti a un quadro che rappresenta il dio greco, il retroterra sociale (di alto livello), le premesse (il ricorso ad agenzie investigative hitech e agli avvocati specialisti), le tattiche preliminari (lui che si spoglia di tutti gli averi per non darle "un solo centesimo"), gli scenari (le ville di famiglia), la genesi del dopo-omicidio, costituiscono una guida per cercare di capire anche il momento che sta attraversando la società nel suo complesso, lacerata da profondi cambiamenti che molti non riescono ad accettare-comprendere. Matteo Cagnoni è un bell’uomo, aveva una solida situazione finanziaria (ora ha lasciato l’intero patrimonio immobiliare ai figli), era un professionista affermato, con tanto di frequenti comparsate in tv, ville al mare e in montagna, tutti segni esteriori del successo. Una bella moglie, due figli splendidi, una famiglia autorevole e presente alle spalle (il padre primario ospedaliero); un ambiente sociale che lo gratificava di stima e attenzione. Il giocattolo si rompe quando la moglie scopre un giorno di non amarlo più. In un mondo normale, sarebbe sì un dramma, per tutte le note spiacevoli e dolorose che comporta, con una inevitabile separazione da affrontare. Ma il Narciso Matteo proprio non lo accetta; non accetta il senso di un abbandono che suona come una stroncatura di un uomo che si credeva, soprattutto agli occhi degli altri, il coro che fa da sfondo alla tragedia, un elevato. Quando Giulia gli ha dimostrato di essersi finalmente liberata dal suo dominio, l'ha uccisa.  

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado che lo condanna all’ergastolo senza attenuanti (è già pronto l'appello), c’è uno specchio dove in tanti di noi, senza bisogno di uccidere - ovviamente - possono riconoscersi in qualche modo e imbattersi in radici devianti, nelle contraddizioni di una società forse rimasta a metà del guado. Per questa la morte di Giulia va ben oltre una storia di cronaca; ci ha lasciato come un testamento, il suo sacrificio estremo può costituire un monito e un insegnamento postumo a uomini e donne. Con un potente messaggio: non trascurare mai, in casi di separazione, né irridere o sottovalutare, le crisi esistenziali o le sofferenze psichiche del partner. Non trascinare nel tempo crisi non più risolvibili; farsi assistere sempre; raccontare a persone di fiducia cosa sta accadendo; ribellarsi alle violenze, anche di natura psicologica. Non affrontare mai da soli la fine di amori problematici.

L'ULTIMA MATTINA NEL SOLITO BAR

Il documento redatto dal giudice Andrea Galanti parte dall’inizio, con Cagnoni che era con Giulia Ballestri nei minuti precedenti de delitto, come risulta dagli esiti della perizia medico legale “con specifico riferimento alla valutazione complessiva e della caffeina presente nello stomaco della vittima”. I due infatti, secondo abitudini, prima di andare a vedere i quadri nella villa di famiglia (disabiltata) di via Genocchi a Ravenna, erano andati a fare colazione nel solito bar. Nella coppia era in atto da tempo “un conflitto personale profondo” e Matteo Cagnoni, “marito separando di Giulia, incapace di concepire una futura possibile felicità della moglie senza di lui”. E subito un raccordo con le sequenza finali: “L’aver lasciato il cadavere privo di vestiti traccia un ulteriore collegamento personale fra l’assassino e la vittima”. Che avrebbe tentato una maldestra messa in scena, per accreditare una violenza posta in essere da “ladri entrati nella villa, come era già avvenuto in passato”.

IL BASTONE ARMA SIMBOLICA

Il nodoso bastone di abete, lungo 60 centimetri, arriva dalla legnaia della villa al mare, a Marina Romea, dove erano stati raccolti i rami potati, poi trasferiti nell’alloggio di famiglia di via Giordano Bruno, accastastati nel garage. Le tracce biologiche isolate su una delle estremità del bastone (sull’altra c’è il sangue di Giulia),  rivelano un Dna compatibile con quello di Cagnoni o quello di un suo familiare in linea diretta, “L’unico maschio della famiglia presente a Ravenna e contemporaneamente in grado di compiere lo scempio sul corpo di Giulia era Matteo”. Tb frammento di sul bastone viene ritrovato nella tasca dei jeans del medico.

La mattina del 16 settembre 2016, i sistemi di videosorveglianza non riprendono nessun movimento davanti al cancella della “villa degli orrori”: “Certamente non Giulia, che non uscì mai da quel cancello e a quell’ora giaceva, agonizzante e ormai priva di vita, sul pavimento dello scantinato della casa, L’imputato nel corso dell’interrogatorio in aula aveva invece sostenuto di avere indugiato a guardare la moglie che si stava allontanando verso i giardini nello specchietto retrovisore”. Qualcuno, nei locali dove la donna era stata appena uccisa, aveva compiuto una meticolosa ripulitura, imperfetta ma capillare: “L’unico che poteva nutrire questa esigenza era Matteo Cagnoni, in quanto la disponibilità della villa (escludendo l’inoffensiva Adriana Ricci, la colf di famiglia) era esclusivamente a lui riconducibile”.  Due telefonate ai genitori“ dimostrano che Matteo (unico a potervi accedere e privo di telefono cellulare, rimasto a Firenze) era a Ravenna anche sabato 17 settembre, fra la tarda mattinata e la metà del pomeriggio…La documentazione dimostra che l’autovettura ha percorso i suoi ultimi chilometri sabato 17 settembre, con percorrenza esattamente corrispondente alla distanza che separa via Padre Genocchi da via Giordano Bruno, dove l’auto è stata poi rinvenuta. Solo Matteo poteva averla guidata e solo Matteo l’ha guidata, posto che una delle due chiavi di apertura e accensione del veicolo è stata trovata all’interno dell’abitazione di via Giordano Bruno, mentre l’altra era riposta nel vano portaoggetti della Mercedes Classe C dell’imputato, quindi nella sua individuale disponibilità”.

Domenica 18 settembre Cagnoni tenta la fuga all’estero. Accompagnato dal padre, “si reca prima all’aeroporto di Bologna, rimanendo per quasi quaranta minuti. Con sé aveva una valigia contenente vestiti (caricata alla partenza da Firenze), il passaporto, le carte di pagamento e 1.530 euro in contanti. L’intento era di allontanarsi dal territorio nazionale, per ignota destinazione estera, assai verosimilmente non europea”. Dopo, fallito il tentativo, alle19 di quella domenica sera, incontra il proprio avvocato penalista nel centro di Bologna. “L’argomento non fu l’allontanamento dal tetto coniugale della moglie (come falsamente accampato dall’imputato), in quanto lo stesso Matteo aveva riferito alla suocera, proprio la mattina della domenica, di avere visto Giulia a Ravenna il giorno precedente, per cui nessun dubbio avrebbe dovuto avere circa un possibile stabile allontanamento della coniuge dall’abitazione famigliare, peraltro esclusa dal grande attaccamento affettivo della stessa per i tre figli”.

LA FUGA DALLA FINESTRA

Nella notte fra il 17 e il 18 settembre, lui solo consapevole di quanto era accaduto, quando vede arrivare la polizia, all’epoca non ancora con un’idea precisa, viene colto dal panico e tenta una fuga nelle campagne. Salta “con un balzo felino” da una finestra al pianterreno della villa paterna di Firenze e fugge nonostante  che “ancora nulla gli era stato contestato, né vi erano ragioni per ritenere che qualcosa gli sarebbe potuto essere contestato. La sua via di fuga era nella direzione dell’uscita secondaria del parco della casa, proprio dove il padre, quaranta minuti prima aveva parcheggiato la Mercedes. Di quella vettura le seconde chiavi non sarebbero mai state rinvenute, fuga resa difficoltosa dagli agenti della squadra mobile che avevano involontariamente sottratto al fuggitivo il precostituito mezzo di fuga, la vettura di suo padre, non più posteggiata nei pressi dell’uscita secondaria della villa, ma ricoverata nel capiente parcheggio interno”.

La madre di Matteo, Vanna Costa che dice alla colf che “Matteo l’ha fatta grossa, alla fine si sono distrutti” anche quando nessuno sapeva della morte di Giulia, ne era infatti già a conoscenza: “Non poteva avere appreso la notizia se non dal figlio Matteo. Direttamente o per il tramite del marito, appena tornato dall’incontro tenuto, insieme a Matteo, la domenica sera, dal difensore di fiducia”.

MATTEO SEMINA TRACCE DEL DELITTO

 “E i due cuscini appartenenti a due poltroncine della villa di via Genocchi, non solo intrisi del sangue di Giulia Ballestri, ma recano anche macchie ematiche che, per forma e ubicazione, si pongono in continuità con quelle, analoghe, presenti sugli schienali, identici per fattura, delle stesse poltroncine… presenti nella casa degli orrori”. Le scarpe modello Timberland del padre di Matteo, Mario Cagnoni,  lavate da qualcuno della casa “e lasciate ad asciugare su un termosifone su un termosifone dello studio del professore”, hanno le “suole che “corrispondono esattamente alle orme a carro armato rilevate nello scantinato della villa e utilizzate dall’assassino a distanza di ore dall’omicidio, essendo le impronte sovrapposte a macchie di sangue rappreso. Era presente una goccia di sangue, verosimilmente dilavato, della vittima”. E sabato 17 settembre, Cagnoni era tornato a Ravenna, sul luogo del delitto, indossando proprio le Timberland del padre. “Nella tasca di un paio di jeans appesi a un attaccapanni esterno all’armadio della camera che ospitava Matteo Cagnoni veniva trovato un frammento di legno del tutto simile a un pezzo di corteccia del bastone utilizzato per l’omicidio; sul fondo dei pantaloni venivano individuate tracce del sangue dilavato di Giulia Ballestri. Tracce di sangue di Giulia anche sulla maniglia di apertura del vano portaoggetti del baule dell’auto in uso a Cagnoni, su una torcia trovata dietro al sedile del guidatore, in particolare una sull’impugnatura, frammista con il Dna di Matteo, e una, da “strisciamento”, sul vetro. “Nessuna spiegazione alternativa alla sua presenza sul teatro dell’omicidio e al momento dell’omicidio può giustificare tante tracce ematiche nella macchina di Cagnoni…I vestiti e le scarpe indossati da Giulia Ballestri e da Matteo Cagnoni sono scomparsi, tutti insieme, verosimilmente inghiottiti da quei sacchetti neri, nei quali ha trovato dimora anche la borsa di Giulia, che Matteo ha diligentemente preparato, destinandoli a qualche anonimo cassonetto dei rifiuti, diretti a una ignota discarica”.

IMPRONTE PALMARI, FIRMA DEL DELITTO

 le due impronte palmari, impresse a stampo con il sangue della vittima, l’una su un muro, l’altra sulla superficie di un frigorifero presente sul lato opposto dello stretto corridoio… ricondotte con certezza, senza elementi dissonanti, alla mano destra e alla mano sinistra di Matteo Cagnoni… la firma dell’assassino sull’omicidio…Pesa come un macigno sugli esiti del giudizio e costituisce prova insuperabile della certa riconducibilità dell’omicidio di Ballestri Giulia a Cagnoni Matteo, esclusa qualsiasi possibile diversa ricostruzione del gravissimo episodio delittuoso e appare idoneo, anche da solo considerato, a fondare una pronuncia di penale responsabilità dell’imputato…E’altamente verosimile che l’aggressione sia iniziata sul ballatoio; lo è altrettanto che il bastone portato in villa il giorno prima del delitto si trovasse proprio nelle immediate vicinanze del ballatoio; è altrettanto molto verosimile che, sfruttando un momento di disattenzione di Giulia, magari impegnata a riposizionare il dipinto fotografato oppure distratta con una scusa, Matteo Cagnoni vibrò i primi colpi al capo della moglie, mentre era girata, nella parte laterale sinistra, essendo Cagnoni mancino”. 

UCCISA DAVANTI AL QUADRO DE “IL NARCISO”

Niente di casuale, “sulla scelta operata dall’imputato del luogo della dimora ove immortalare il gesto più grave e folle della propria esistenza, ma anche il luogo in cui è avvenuta la fase iniziale della mattanza: davanti al quadro ‘Il Narciso’ che a Giulia, allora incinta, provocava un inspiegabile turbamento, tanto da implorare Matteo di staccarlo dal muro per trasferirlo nella villa deserta in via Genocchi. Lo rievoca lo psicologo amico dell’imputato nell’udienza dell’1 dicembre 2017, definendo Matteo, in un profilo clinico, un narcisista “vittima dell’esigenza di affermazione eccessiva, terrorizzato dalla compromissione della propria immagine, egocentrico e bisognoso in perpetuo di percepire ammirazione”. “Proprio lo sfogo assassino, quel palco così teatrale costituito dal ballatoio, ricalca, in una logica sempre tesa ad evocare la grandiosità del gesto, gli attributi comportamentali dell’imputato. In altre parole, si ritiene non sia stata una scelta casuale da parte di Cagnoni, bensì un’eco della premeditata opzione omicida”.  Ma il corpo di Giulia, colpita con terrificante violenza, vola oltre la balestra e cade sul pavimento del pavimento del salone, a causa di “alcuni colpi ben assestati al capo di Giulia, già riversa sulla bassa ringhiera in legno l’avrebbero fatta precipitare dal ballatoio, perché se così fosse, non si spiegherebbero le cospicue tracce di sostanza ematica presenti diffusamente sulla parte esterna del parapetto, sia in alto, sia sulle liste di legno, sia sulla parte inferiore. La caduta potrebbe spiegare le fratture costali del lato sinistro del corpo della vittima, che pare non siano state cagionate da un calcio oppure da un impatto con un corpo contundente. I colpi inferti furono certamente numerosi, anche se non letali presi singolarmente perché altrimenti l’azione non sarebbe stata così lunga e protratta. In altre parole, si ritiene che l’esecuzione omicida… abbia indugiato, con spietata violenza, sul corpo forse già esausto ed inerme di Giulia, attingendone brutalmente il volto... zona non immediatamente letale, ma immagine stessa della sua identità. Si ritiene verosimile che, in assenza di alcun segno di difesa attiva, Giulia, probabilmente tramortita e priva di coscienza, sia stata posizionata sulla seduta della poltroncina e lì asfissiata, con la mano sinistra, fino a spegnersi; senza morire però. L’imputato deve evidentemente aver ritenuto che fosse morta (certo è singolare che un medico possa essersi sbagliato così vistosamente) e quindi abbia trascinato la vittima nello scantinato”. Sono gli ultimi istanti di vita di Giulia che si era ripresa, cercando di fuggire, costringendo il marito, in preda a una furia cieca, di finirla con efferata violenza.

UXORICIDIO PREMEDITATO DA TEMPO

“Il progetto è maturato certamente prima del 13 settembre 2016. Soddisfatta dall’incontro, Giulia si era confidata con la madre e con il nuovo compagno, poi ha telefonato all’avvocato Pietro Baccarini, chiedendogli di riassumere la sua difesa. “La ferma intenzione di Giulia di farsi tutelare dall’avvocato indica chiaramente che quell’incontro non era stato lineare e piano, che aveva ascoltato non le parole della conciliazione e dell’accordo, ma quelle del contrasto, dell’opposizione, del ricatto”. Cagnoni, con una certa malacelata soddisfazione, “le aveva comunicato di avere intestato tutte le sue proprietà immobiliari al fratello e che, a una verifica, sarebbe risultato nullatenente. La mattina dopo, il 14 settembre, l’investigatore privato assunto da Cagnoni per controllare Giulia, gli anticipò che la moglie, nonostante gli accordi, continuava a incontrare Bezzi annunciandogli per il giorno successivo una relazione completa”. E proprio nel pomeriggio del 14 settembre il medico telefonò alla Casa di Cura Toniolo di Bologna “per disdire le visite fissate nella casa di cura bolognese per la mattina di venerdì 16 settembre, giorno in cui Giulia è stata uccisa, adducendo non specificati problemi familiari inderogabili”.

Nel primo pomeriggio di giovedì 15 settembre 2016 Cagnoni si recò  la villa di via Padre Genocchi “e lì sostò per sette minuti”. Gli ultimi dettagli. Per lasciare l’arma del delitto, in preda a un odio “alimentato bda una rabbiosa frustrazione, da quella forma di odio verso ciò che si è amato e che ha tralignato, che può rendere un uomo… pronto ad abdicare a tutto, fuorché al proprio, distorto e mostruoso codice d’onore”. Aveva saputo dall’investigarle privato che Giulia cntnuava a vedere Stefano Bezzi. La luce si spegne di colpo. “Assumono un diverso tono, un ben più tetro significato anche le frasi pronunciate da Matteo nei suoi colloqui con Giulia…La traccia del narrato dibattimentale alimenta la convincente conclusione che, rispetto alla sua attuazione, l’insorgenza del proposito criminoso dell’imputato non è stata dovuta a nessuna occasionalità, ma ad un piano premeditato che ha richiesto per la sua elaborazione un apprezzabile lasso temporale rispetto all'esecuzione dell’omicidio, con riferimento alla sintomaticità della causale che ha i caratteri propri del massacro, l’imputato aveva deciso di uccidere sua moglie, e stabilì che doveva soffrire, che doveva scontare l’osato allontanamento perdendo la propria identità, quel volto che tutti ricordavano di aver visto insieme a lui e che, avendo disonorato lui, nessun altro doveva più guardare. Un randello con cui poter martellare quel volto, solo quello, fino a cancellarlo, avrebbe potuto scegliere qualunque strumento per uccidere Giulia, ma si orientò sul tronco di legno, con il quale poter dar sfogo a quanto di più atrocemente represso aveva dentro di sé”: la volontà di uccidere nella sua forma più intensa..E come non rintracciare la luce della crudeltà nel far poi morire la vittima soffocandola, facendole respirare, per altri minuti di agonia, il suo stesso sangue”.

LA MORTE DI GIULIA, UN MONITO

La Corte “non ha potuto apprezzare alcun dato idoneo ad attenuare il peso decisivo delle aggravanti e a giustificare la concessione delle circostanze attenuanti generiche. Al contrario taluni elementi appaiono negativamente valutabili. Negativamente apprezzato il comportamento processuale dell’imputato, che, nel corso del proprio esame dibattimentale, risulta avere più volte mentito ricorrendo spesso a giustificazioni neppure plausibili”. Ma per la Corte non può essere neppure facilmente archiviata come circostanza neutra il contegno tenuto dall’imputato nel corso di tutto il periodo che ha occupato l’istruttoria dibattimentale”. Infatti “decine di lettere dai contenuti sovente manipolatori, diffamatori, finanche indirettamente intimidatori, a volte ai limiti del calunnioso, costituiscono manifestazione di una personalità complessa, fortemente negativa, autoreferenziale, che vede il sé al centro dell’universo…Pur a fronte di parole apparentemente positive, Cagnoni ha cercato di veicolare in giudizio una immagine della vittima ingiustamente negativa, distorta. Paradossalmente l’astio nei confronti dell’amicizia si è rivelato maggiore di quello serbato per l’amante della moglie, pur più volte insultato e vilipeso. Anche in questi atteggiamenti Cagnoni ha rivelato l’essenza del suo pensiero sull’essere maschile, che giustifica anche il molto, mentre nulla può essere perdonato all’essere femminile”. Infiniti gli elementi che fanno riflettere. Che la morte di Giulia sia un monito. Per tutti.  

 
 
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