Arolla, sette morti senza colpevoli

| ESCLUSIVO. La procura svizzera archivia l'inchiesta sulla tragedia di Arolla in cui sono morti sette alpinisti. Nessuna responsabilità penale, la guida Mario Castiglioni aveva agito "con professionalità". Uccisi dal whiteout

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di ALBERTO C. FERRO

 

La tragedia di Arolla, nel cantone svizzero vallese, nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio, in cui hanno perso la vita sette sci-alpinisti (nella foto di apertura il gruppo alla partenza da Chamonix), impegnati nella traversata Haute Route Chamonix-Zermatt non è avvenuta per colpa di nessuno, tantomeno della guida Mario Castiglioni, tra le vittime con la moglie Kalina, ma fu solo frutto di una concatenazione di "imprevedibili circostanze negative".

La polizia vallese non ha individuato alcuna responsabilità, nel procedimento contro ignoti per omicidio colposo plurimo avviato dalla procura cantonale. In particolare, è stato accertato senza ombra di dubbio che Castiglioni aveva con se tutta la attrezzatura tecnica necessaria, le cartine della zona aggiornate, i gps, i telefoni satellitari e le radio; gli uomini e le donne che avevano pagato la quota di 1200 euro decisa dal tour operator MLG di Chiasso (Svizzera) erano attrezzati in modo adatto alle condizioni meteo della zona, in quel periodo della stagione, ed avevano alle spalle buone esperienze di imprese simili. Certo, col senno di poi, se avessero avuto teli termici, attrezzi per lo scavo, equipaggiamento da climi polari, forse si sarebbero salvati dall’ipotermia ma oggi anche solo parlarne serve a poco.

Il meteo, alla partenza della penultima tappa, dalle Cabane Des Dix, 2900 metri, segnalava un peggioramento nelle ore successive alla partenza, avvenuta alle 6.20 della mattina; Castiglioni aveva scelto un percorso più lungo, sino al rifugio Nacamuli, in Valpelline, sul versante italiano ma senza avvisare il gestore del loro arrivo nel pomeriggio. Da punto di partenza erano partiti in 14, il gruppo di Castiglioni e 4 francesi, diretti invece alle Cabane des Vignettes, vicino alle Pigne d’Aroma, 3160 metri, che sarebbe poi la meta naturale di quella tappa mentre l'ultima è Zermatt. 

La tempesta di neve e ghiaccio li aveva colti a oltre 3 mila metri, non distanti dalla  Cabane Des Vignettes ma separati dalla salvezza anche da un ripido crinale; tutti si erano tolti gli sci per scendere un tratto con i ramponi ma le spaventose raffiche di vento li abbattevano uno dopo l’altro per lunghi minuti; la temperatura percepita era di meno 20 gradi, quella reale meno 5, e subito gli schermi dei gps diventarono illeggibili per lo strato di ghiaccio che si formava non appena venivano estratti dagli zaini; la visibilità era ridotta a un metro per l’effetto whiteout, hanno raccontato i superstiti: Castiglioni, con alle spalle esperienze simili in Himalaya non si era perso d’animo. Disse che in 40 anni di montagna non “aveva mai visto nulla di simile” e aveva deciso di accorciare il percorso verso la Cabane Des Vignettes. Ma a un certo punto avevano perso la traccia del sentiero; si erano fermati con l’idea di trascorrere la notte al riparo. Fatale un temporale di sette giorni prima che aveva trasformato la neve in una spessa coltre di ghiaccio dura come la pietra, impossibile da scavare senza attrezzi adeguati. Così, gli alpinisti non avevano potuto scavare le buche in cui avrebbero trovato riparo e restarono esposti al gelo e alla tempesta. Castiglioni aveva disperatamente cercato di ritrovare da solo il sentiero per il rifugio per poi accompagnare gli altri ma cadde e, ferito in modo grave, fu ucciso in pochi minuti dalla ipotermia. Il resto purtroppo è noto. Su 14, sette sono morti di freddo, in parte subito, due dopo i soccorsi in ospedale. Le vittime furono Mario Castiglioni, 59 anni, la moglie Kalina Dumyanova, 53, bulgara; Francesca Von Felten, 43, di Parma; Marcello Alberti e la moglie Gabriella, entrambi 53enni di Bolzano come Elisabetta Paolucci, 47 e Andrea Grigioni, 45, di Como.

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