Champions, il prezzo da pagare

| Reazioni, indignazioni, accuse, querele: a quasi un mese dalla tragica notte la città inizia a fare i conti con un episodio che costerà comunque molto caro

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A Torino è iniziata la stagione dei conti: l'iscrizione nel registro degli indagati della sindaca Appendino, malgrado Palazzo di Città sia trincerato nell'affermare che al momento non esistano comunicazioni o convocazioni dalla Procura, ha portato l'intera città di fronte al bivio: da una parte chi sta con la sindaca, dall'altra chi le ha girato le spalle. I risultati di due diversi sondaggi, realizzati per le pagine locali dei siti online di altrettanti quotidiani, La Repubblica e La Stampa, sembrano dimostrare che l'idillio fra Chiara Appendino e Torino abbia raggiunto i minimi storici. Secondo quasi la metà dei torinesi, la giovane sindaca capace di estirpare 23 anni di giunte di sinistra, al di là di quanto dimostreranno le inchieste giudiziarie, ormai entrate nel vivo, la considera responsabile dell'accaduto e ritiene che quanto successo la notte del 3 giugno scorso in piazza San Carlo abbia nociuto non poco all'immagine della città.

L'inchiesta

Sono gli effetti collaterali dell'enorme macigno della sciagurata finale di Champions League, un intricato dedalo di incurie e leggerezze che ha portato alla morte di Erika Pioletti e al ferimento di migliaia di persone che si stanno trasformando in un'onda anomala di denunce e querele. Le stesse che hanno portato la Procura a iscrivere nel registro degli indagati Maurizio Montagnese e Danilo Bessone, rispettivamente presidente e responsabile del servizio prevenzione e protezione di "Turismo Torino": un "atto dovuto", esattamente come al momento sembra il fascicolo riguardante la sindaca Appendino, anche se al momento non è ancora chiaro se sarà sentita come semplice testimone a conoscenza dei fatti o nella più scomoda veste d'indagata.

Durissimo nei giorni scorsi era stato l'affondo del segretario PD Fabrizio Morri, che aveva paragonato la Appendino al comandante Schettino: "Sta portando la città a inabissarsi, scaricando le colpe su altri pur di salvare se stessa". Il riferimento è al tentativo di addossare ogni responsabilità a "Turismo Torino", la partecipata comunale a cui era stata affidata l'organizzazione della serata di piazza San Carlo. In mezzo ci sono le due ordinanze comunali, che però si limitano a qualche limitazione e divieto di sosta. Ma sembra chiaro che al momento le deleghe alla sicurezza spettassero alla sindaca, malgrado se ne fosse liberata pochi giorni dopo con un improvviso (e oggi sospetto) rimpasto della giunta. Ma l'inchiesta è solo alle battute iniziali, e non si esclude l'ingresso di altri nomi eccellenti nel registro degli indagati.

La timeline del 3 giugno

Tutto inizia il 30 maggio, con una delibera comunale che oltre a concedere il patrocinio, assegna a Turismo Torino i dettagli organizzativi della serata di piazza San Carlo, con l'allestimento di un maxischermo per permettere ai tifosi di seguire la finale di Champions League fra la Juventus e il Real Madrid.

Alle 15 del 3 giugno, la commissione di vigilanza ispeziona le strutture installate in piazza San Carlo, dichiarandole idonee.

Da lì in poi, il centro di Torino si tinge di bianconero: accorrono i 40.000, da ogni parte d'Italia. Tifosi che per scelta o impossibilità non hanno raggiunto la squadra a Cardiff, ma vogliono stare idealmente vicini alla Juve scegliendo di assistere alla diretta della partita dal cuore nobile ed elegante di Torino: piazza San Carlo.

Fila tutto liscio fino al 3-1 per gli spagnoli del Real, una doccia fredda che lascia attoniti i tifosi, in un'immobilità documentata da diversi video girati in quegli istanti. Sono circa le 22,30: è il momento in cui succede qualcosa ancora da accertare, rimasto nell'aria da quella sera. Qualcuno parla di un'esplosione, altri di un principio di rissa, altri ancora, la maggior parte, non sanno ancora darsi una spiegazione. È il panico, incontrollabile e devastante che si trasforma in un fuggi fuggi, fra gente che cade, calpestata da altri. Nelle ore successive, 1.526 persone faranno ricorso alle cure ospedaliere: la maggior parte di loro ha ferite dovute ai cocci di vetro delle bottiglie, vendute impunemente malgrado un apposito divieto. Fra i più gravi c'è Kelvin, un bimbo di sette anni che se la cava con qualche giorno d'ospedale. Finisce bene anche per Francesca, 26 anni, uscita dal coma una settimana dopo la notte di piazza San Carlo. Tutt'ora gravi sono invece Marisa Amato e Vincenzo d'Ingeo, marito e moglie, ricoverati alle Molinette e al San Giovanni Bosco: lei rischia la paralisi, lui è stato sottoposto a interventi ai polmoni. Va peggio a Erika Pioletti, 38 anni: ricoverata per schiacciamento della cassa torica, morirà dopo 12 giorni, senza aver mai ripreso conoscenza.

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