Cold case, il mistero del killer della Uno bianca

| Antonio Scalzo, 25 anni fa, fu trovato morto sulla sponda del lago ucciso da un colpo di pistola

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So chi è l'assassino di Antonio Scalzo. Conosco chi, quella notte di dicembre, 25 anni fa, era a bordo della Uno Bianca. E' sceso e ha sparato un colpo di pistola verso le sterpaglie sopra il piazzale delle coppiette, sulla sponda Est del Lago di Avigliana". Il 20 gennaio 2015, da Torino, qualcuno ha spedito una lettera anonima ai carabinieri. I militari l'hanno letta e avvisato la Procura. Lo scritto è ritenuto attendibile: tant'è che il caso è stato riaperto, rimettendo in discussione quegli otto mesi di indagini che nel 1989 non avevano portato a nulla. 

Antonio Scalzo all'epoca aveva 22 anni. Una vita divisa tra il lavoro di operaio alla Elco di Avigliana e le partite di Baseball nella squadra cittadina. Nessun vizio, anzi: un ragazzo riservato che trascorreva quasi tutte le sere allenandosi sui sentieri sterrati.E così è stato anche la notte in cui è stato ucciso, quel lontano 9 dicembre di 25 anni fa. Una corsa, il tempo di riprendere fiato e quella sosta fatale vicino al "balconcino", come veniva chiamata la scarpata che si affaccia sul parcheggio, luogo abituale di ritrovo per le coppiette della zona. In tasca, quando è stato ucciso, Scalzo aveva due petardi: forse per spaventare i frequentatori troppo molesti, lui che voleva solo allenarsi in pace. Prima di morire, ha fatto ancora in tempo a raccontare ai carabinieri, cosa gli era successo. "Ho visto una figura scendere da una Uno Bianca. Poi ho sentito un botto violento. Ho avvertito un gran bruciore e mi sono trascinato fino a una villa vicina, dove ho chiesto aiuto". Subito dopo Antonio Scalzo ha perso conoscenza. Giorni di agonia, fino al 14 dicembre, quando l'operaio muore all'ospedale Molinette per le ferite riportate. Qualcuno gli ha sparato: il proiettile gli ha perforato fegato e intestino non lasciandogli scampo.

Per mesi i carabinieri cercano di ricostruire i suoi ultimi istanti. Ecco l'immagine di Antonio Scalzo, mentre corre come quasi ogni sera. Quel fatidico 9 dicembre, lungo il suo percorso, aveva però incontrato diverse persone. Persino un amico che aveva fatto un pezzo di strada con lui, fino a pochi minuti prima dello sparo.

Nel 1999 sembra esserci una svolta. Franco Fuschi, il killer della Val di Susa, si autoaccusa del delitto. "Sono stato io". Lo ripete anche davanti ai giudici della corte d'Assise. Ma né i magistrati, né i carabinieri gli credono: mancano le prove. La lettera anonima, invece, sembra essere attendibile. Chi l'ha scritta entra nei dettagli: fa nomi e cognomi dei responsabili. "Cercate negli ambienti familiari della vittima". Una pista ora al vaglio degli inquirenti. A cercare ancora la verità è rimasto il fratello, Marco Scalzo. "Non so di più della lettera. Ma l'idea di poter finalmente scoprire chi è l'assassino di Antonio, è per me quasi un sollievo: è una vita che ci penso. Al tempo stesso, però, sono arrabbiato: perché chi si è fatto vivo oggi avrebbe potuto pensarci tanti anni fa". Marco Scalzo vive ancora nella casa in cui è cresciuto con il fratello: non ce l'ha fatta ad andarsene. "Spero che i carabinieri posano darmi al più presto delle risposte: dirmi chi è stato a uccidere Antonio. Lui non aveva nemici: frequentavamo le stesse persone, gli stessi locali. Tant'è che a un certo punto mi ero persino convinto che mio fratello fosse morto per sbaglio: scambiato per un'altra persona". Già perché nel settembre del 1996, sotto il viadotto del Frejus, viene ucciso un altro Antonio Scalzo. Anche lui ha 22 anni, anche lui viene tolto di mezzo a colpi d'arma da fuoco. Sulle spalle però ha tutta un'altra storia. Era un "bullo" che terrorizzava Sant'Ambrogio di Susa. Non come Antonio, che era considerato da tutti un bravo ragazzo.

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