FALLITA L'UNIONE TRA ANARCHICI

| Dopo lo stop al progetto di una sola federazione tra Informali e Insurrezionalisti. Scontri e polemiche. E sparisce pure la cassa con i fondi destinata ai reclusi Fai/Fri

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di Massimo Numa
La molto comprensibile paura del terrorismo islamico ha inevitabilmente allontanato l'attenzione, anche da parte delle forze dell'ordine nel loro complesso, dall'area anarchica, nonostante le derive eversive emerse in modo chiaro nell'ultimo periodo. Poco tempo fa la cellula genovese - probabilmente - ha inviato buste esplosive ai pm torinesi, Roberto Maria Sparagna e Antonio Rinaudo, che si occupano di antagonismo, e oggi è possibile tracciare un'analisi, ancora sommaria, di quanto va accadendo tra gli attivisti della A cerchiata che teorizzano l'uso della violenza, l'utilizzo di esplosivi, l'adozione senza remore di pratiche eversive e degli attacchi alle singole persone, non solo facenti parte delle istituzioni.

Intanto è miseramente fallito il processo di superare le divisioni tra anarco-insurrezionalisti e militanti della Fai/Informale, dopo anni di velenose polemiche. Sembrava fosse in atto un processo di distensione. Da una parte gli Informali avevano cancellato dal web le critiche più severe a quelli una volta sprezzantemente definiti "cittadinisti", dall'altra avevano dimostrato una maggiore attenzione alla dura repressione in atto nei confronti di questi ultimi, in merito alla politica delle occupazioni di case, insomma tutta la vertenza sugli sfratti. Le buste esplosive erano state anche inviate al pm Antonio Rinaudo, che si occupa - appunto - solo dell'ala "cittadinista", sino all'altro ieri oggetto di pesanti attacchi degli informali di Cospito-Beniamino-Gai (in carcere per l'attentato a Adinolfi, maggio 2012, manager Ansaldo e per le "azioni dirette" tra il 2003 sino ad oggi a base di bombe), erano state lette dagli analisti come una specie di regalo agli ex rivali, in vista di un'unione fra esponenti della stessa area ma con percorsi diversi alle spalle, con la benedizione dei frammenti residuali delle vecchie e nuove Brigate Rosse che hanno una forte rappresentanza nel cantone tedesco della Svizzera. Invece è finita - con una certa sopresa tra gli addetti ai lavori - malissimo. Gli insurrezionalisti sono rimasti letteralmente terrorizzati dalla prospettiva di finire sotto il mirino di tutte le polizie del mondo, grazie all'ordigno spedito a Rinaudo, e non hanno mancato di farlo sapere (sia durante le udienze torinesi per gli attentati del 2007, sia sulle chat-room blindate del web, sempre più selettive) agli ingombranti nuovi amici. E sullo sfondo, il misterioso e odioso furto della cassa che conteneva i soldi raccolti nel corso di numerose iniziative per sostenere finanziariamente le lotte, avvenuto in un noto centro sociale torinese. Quei denari erano infatti destinati ai reclusi dell'area Informale. In un primo tempo il furto era stato legato alle ultime perquisizioni della polizia e dei Ros, con relativi sequestri, mentre adesso è chiaro che il "colpo" è avvenuto all'interno dei centri sociali che avevano promosso le serate benefit. 
VINCE L'ALA EVERSIVA, SALE IL RISCHIO DI ATTENTATI 


Ci sono stati scontri, non solo ideologici, che presuppongono la fine di un coraggioso tentativo di creare le basi per un accordo volto a riunire tutte le anime della galassia anarchica in una sola federazione, ora divisa in tre anime: la Fai, la federazione storica, la Fai/Fri, gli informali filo terroristi e una vasta area, con i "compas" di Trento capofila, sotto la guida di Massimo Passamani, profondamente deluso dalla Val Susa e dal movimento No Tav, che ha mantenuto una sorta di equidistanza tra le due sigle. Forse mancano le grandi capacità di mediazione e l'acuta analisi politica di Anna Beniamino, la tatuatrice torinese che da sempre è la mente dell'area informale. Con lei in carcere, sono rimaste attive le cellule di Genova e del Centro Sud. La diaspora ha avuto un'eco devastante anche in Val Susa. L'area anarchica di Alpi Libere-Alpi Ribelle che ha sostenuto in prima fila il conflitto No Tav s'è praticamente polverizzata. Gli esponenti più importanti, protagonisti di assalti e azioni di sabotaggio, è finita sott'acqua. Uno dei leader più seguiti in passato, famiglia compresa, ha cambiato il leader di riferimento. Da Marco Camenisch e Gabriel Pombo da Silva sono passati a Beppe Grillo e Marco Travaglio, e si dedicano tutt'alpiù alle campagne anti-vaccini, dai No Tav ai No Vax, mentre il nucleo di anarco-terroristi che aveva messo salde radici nell'alta Val Susa, all'interno di una comunità che ospita anche guerriglieri del Pkk curdo, dopo una serie di liti furibonde con esponenti locali, specie dell'autonomia, ha preferito (in parte) fare le valigie per tornarsene a Roma e dintorni in cerca di altri conflitti più interessanti e attuali, mentre il movimento No Tav non riesce più a mobilitare forze in numero appena sufficiente. Stiamo parlando di nomi illustri, a livello nazionale, di questi schieramenti semi-clandestini. Una crisi d'identità tanto profonda da, paradossalmente, aumentare  il rischio di attentati contro i tanti già iscritti nella black list degli Informali, ora liberi di evitare il confronto con i segmenti più moderati. In campo sono rimaste le avanguardie più violente. Il "popolo", quello che doveva abbracciare la causa, soprattutto i ribelli forgiati all'interno dei No Tav, non risultano pervenuti. E questo è il senso di una sconfitta senza appello.

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