"Fratelli Savi, fine pena mai"

| L'associazione delle vittime della Uno Bianca contesta la decisione di riunire i due assassini (24 vittime e 102 feriti) nel carcere di Pavia dove scontano l'ergastolo. Timori che possano accedere a misure alternative

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Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il trasferimento di Fabio Savi, 59 anni, nel carcere di Pavia dove è detenuto il fratello Roberto, l’ex poliziotto diventato il capo di una gang che tra l’’87 e il ’94, a Bologna, Forlì, Ravenna, Pesaro e Ancona, ha provocato 23 morti, 103 rapine e altri reati, con il ferimento di altre 102 persone. L’associazione delle vittime della Uno Bianca, Rosanna Zecchi, ha espresso la sua contrarietà perché “questi due assassini non vengano in alcun modo favoriti nella detenzione a vita”. L’altro fratello, il più piccolo, Alberto, pure lui ex poliziotto e anche lui condannato all’ergastolo, è in un altro carcere e recemente ha ottenuto un permesso per visitare la madre, in gravi condizioni di salute. Ma il timore dei familiari delle persone uccise, tra cui semplici cittadini, carabinieri, commercianti, bancari e poliziotti, temono che queste manovre della difesa dei due fratelli siano il preludio a un tentativo di uscire dal carcere attraverso la semilibertà e altri istituti previsti dalle norme che regolano la permanenza in carcere degli ergastoli che hanno già scontato almeno 20 anni di pena. Il “lungo”, Fabio Savi, cinico assassino che oggi si dichiara pentito di quanto ha fatto, ci aveva provato già una volta, chiedendo l’accesso retrospettivo al rito abbreviato che agli avrebbe comportato lo sconto di un terzo di pena. Il Tribunale gli aveva dato torto ed è rimasto in carcere. Il gelido Roberto, sprezzante e arrogante in aula, che irrideva i familiari degli uccisi, oggi è una specie di larva, immerso nella morsa della vita carceraria. “E' un uomo chiuso in se stesso - confida una guarda carceraria - è gente che non dà problemi, lo abbiamo visto scosso solo una volta, quando il figlio è stato arrestato per traffico di droga, per il resto è un uomo metodico, che ha accettato le regole e che non si fa illusioni sul proprio destino. Il tentativo di chiedere perdono alle famiglie, l’unica strada per uno sconto di pena, s’è infranto sul No dei familiari e sembra rassegnato. Non è così per Fabio, l’unico della banda a non indossare la divisa, che ha compiuto una serie di passi per cercare di uscire in qualche modo dal carcere. Più o meno ha chiesto perdono ai familiari e ha raccontato, anche in tv, la sua versione dei fatti: “Avevo un’officina, lavoravo sui camion, ero una persona nornale, con una famiglia… Avevamo problemi economici, io e mio fratello abbiamo cominciato così, per soldi”. Le prime rapine fruttano bottini di poco conto, denaro prelevato dati caselli autostradali, qualche banca, negozi. Poi il livello si alza. “Non eravamo sadici, mettevano in gioco le nostre vite, e sparavamo a chi cercava di impedire il nostro obiettivo o ci metteva in pericolo”. Come quel ragazzo che vide uno scambio di auto, fu prelevato e infine giustiziato in campagna. “Non sparai io - precisa Fabio - ma aveva visto troppo”. Una catena di feroci omicidi, compresi i tre giovani carabinieri uccisi al Pilastro in uno scontro a fuoco. I tre militari li avevano sorpresi durante un controllo: li finirono con un colpo alla nuca. 

"I fratelli Savi hanno fatto cose che non si possono dimenticare e noi daremo battaglia per farli rimanere in carcere". Rosanna Zecchi non vuole perdonare chi le ha ucciso il marito Primo. La scarcerazione di un altro ex agente-bandito, Marino Occhipinti, che dal luglio scorso è un uomo libero, viene interpretata come un segnale allarmante. "Non si possono perdonare persone così, se si fosse pentito in tempo reale e avesse denunciato i suoi colleghi forse lo avremmo perdonato, ma così no”. La banda era composta dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e da Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Ciascuno dei fratelli Savi sta scontando l'ergastolo. "Da quello che mi risulta non sono nella stessa sezione", aveva spiegato sinteticamente l'avvocato Copelli. Se i due fratelli volessero incontrarsi, la richiesta di colloquio dovrà essere comunque valutata dal direttore del carcere.

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