Il giorno di El Chapo

| Inizia a New York, fra immense misure di sicurezza, il processo al “più grande narcoboss del mondo”, come si era definito lui stesso poco prima di essere catturato. Sul suo capo una sfilza infinita di capi d’accusa

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Fra misure di sicurezza imponenti, protocolli rigorosi per difendere l’anonimato dei testimoni e dei 12 giurati, e documenti secretati dal governo, inizia nel tribunale di Manhattan il processo a “El Chapo”, soprannome di Joaquin Guzman Loera, signore assoluto della droga ed ex capo del cartello messicano di Sinaloa.

Un processo previsto in quattro mesi che in molti temono possa trasformarsi in un vero show mediatico, anche per l’udienza a porte aperte concessa dal giudice Brian Cogan su richiesta dei media che da ore presidiano ogni punto del possibile passaggio del narcotrafficante più celebre di sempre, dal carcere di Brooklyn alla sede della corte di New York. Una concessione moderata e ristretta che ha scatenato polemiche, vista l’autorizzazione rilasciata ad alcuni giornalisti di poter assistere alle udienze da una saletta collegata attraverso un circuito video interno.

Un processo che, dopo due rinvii, si annuncia epocale: El Chapo deve rispondere di 17 capi d’accusa, tra cui cospirazione, uso illegale di armi, omicidio, riciclaggio di denaro e traffico di 155 tonnellate di cocaina, metanfetamina e marjiuana, imputazioni pesanti che probabilmente gli costeranno l’ergastolo, come richiesto dalla procura americana. Ma è già una fortuna non da poco, figlia di un accordo extragiudiziale con il governo messicano per evitargli almeno la pena di morte.

Imponente la mole di documenti da analizzare, si parla di 13.000, che hanno già fatto scattare le proteste di Jeffrey Lichtman, avvocato di El Chapo conosciuto anche per aver difeso John Gotti, che ha dichiarato: “Troppi documenti per arrivare ad un giudizio in appena tre settimane. È impossibile: in 28 anni di carriera non ho mai visto nulla del genere”. Un’accusa che il giudice Cogan ha respinto al mittente: “Non si potrà mai essere preparati quando inizia un giudizio, tutto in genere si risolve nell’ultima settimana”.

Dalla parte della difesa, e dalla moglie Emma Coronel, la battaglia per il duro isolamento a cui è sottoposto El Chapo nel “Metropolitan Correctional Center” di New York, che l’avrebbe minato fisicamente e psicologicamente con allucinazioni, cefalee e malesseri continui.

“Il più grande narcoboss del mondo”, come si era definito nella celebre intervista rilasciata all’attore Sean Penn, un peccato di vanità che ha permesso alle forze dell’ordine di individuarlo e arrestarlo. Nato a La Tuna il 4 aprile 1957, “El Chapo”, o “El Rapido”, è stato inserito da “Forbes” al 41esimo posto degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato in 14 miliardi di dollari.

Nel 1989, dopo aver scalato le gerarchie del narcotraffico, diventa il boss del cartello di Sinaloa. Fuggito due volte dal carcere di massima sicurezza di Almoloya, in Messico, la prima in un carrello della lavanderia, la seconda attraverso un tunnel scavato dalla sua cella, è stato arrestato l’8 gennaio 2016 ed estradato negli Stati Uniti l’anno successivo.

Molti, in patria, lo considerano una sorta di eroe nazionale, un Robin Hood moderno che per lungo tempo ha goduto della copertura delle autorità messicane, corrotte con milioni di dollari.

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