"Le mani sul sangue di Giulia
firmano il delitto"

| Nelle 374 pagine delle motivazioni della condanna all'ergastolo del medico dei Vip Matteo Cagnoni per avere ucciso la moglie Giulia, movente e dettagli raccapriccianti sul delitto

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ALBERTO C. FERRO

Lo sforzo isterico di Matteo Cagnoni, condannato all’ergastolo in primo grado per avere ucciso la moglie Giulia, nelle ore dopo il delitto, nell'intento diabolico di convincere tutti di essere innocente ha invece costituito la “prova logica“ della sua colpevolezza, che si aggiunge ai numerosi “atri elementi certi”. Lo scrivono i giudici di Ravenna nelle motivazioni della sentenza di primo grado. Giorni ”costellati da una tale pletora di comportamenti comunicativi che anche se considerati autonomamente, costituiscono prova della sua responsabilità per l'omicidio". Ma perché il brillante dermatologo 53enne ha massacrato la moglie? Semplice: non accettava di essere lasciato, che lei si rifacesse una vita con un altro uomo, che lui aveva già affrontato e minacciato di morte. Non solo un malcelato senso di possesso ma anche la vergogna, di fronte all’ambiente sociale di Ravenna che entrambi frequentavano, di essere un uomo tradito, da deridere o da compiangere. Il che, forse, è ancora peggio. Travolto da un senso insopprimibile di odio e di cupa violenza.

Ma come? Quella donna che lui aveva sottratto "ad ambienti poco limpidi", che aveva conquistato andandola a prendere sotto casa con una Bentley rosa, coperta di regali, vacanze esotiche, case al mare e in montagna, esibita trionfalmente in appuntamenti mondani e in feste Vip, la madre dei suoi figli, che ora di fronte a tutta la Ravenna bene lo scaricava di brutto per un "camionista", come definiva con disprezzo l'amante di Giulia, che aveva un'impresa di trasporti. Lei che osava raccontare a un'amica comune di provare "ripugnanza" fisica per lui? No. Le avrebbe fatto "una bella sorpresa", le aveva preannunciato sorridendo pochi giorni prima di ucciderla. In un mix diabolico di un senso insopportabile di frustrazione e rabbia, covata per mersi e gestita, sino al 16 settembre, in modo lucido. Come quando si era liberato di tutte le proprietà vendendole al fratello a prezzi ridicoli o facendo precipitare in rosso il conto in banca, per pagare il meno possibile quando ci sarebbe stata la separazione legale. A Giulia non voleva dare un centesimo, anzi voleva dei soldi da lei, proprio lui.

Il giudice estensore Andrea Galanti e il presidente della Corte, Corrado Schiaretti, hanno rintracciato nelle 374 pagine tutte le fasi dell’indagine svolta dalla squadra mobile di Ravenna soffermandosi sulla "prova genetica" (ovvero tutti i reperti isolati dalla Scientifica) e la "prova botanica”, cioè il nodoso tronco di pino lungo prelevato dalla legnaia della villa di Marina Romea e usato per uccidere Giulia (i cui frammenti erano rimasti inflitti nella sua pelle), ma rivelando pure un dettaglio inedito e raccapricciante, con la vittima scaraventata dalla furia dei colpi fin oltre la balaustra del ballatoio dopo la feroce aggressione di fronte ai quadri che la coppia doveva prelevare per vendere o utilizzare per arredare le nuove case dopo la separazione, ormai imminente. In realtà il pretesto per convocare Giulia con lo scopo di ucciderla, quasi in un modo rituale.

Il migliore alleato dell’accusa per risolvere il caso, secondo i giudici, è stato lo stesso medico dei Vip, con il suo contraddittorio e complicato comportamento successivo, come quando era fuggito all'arrivo della polizia nella casa dei genitori a Firenze: “E’ bene rimarcare che proprio la natura zoppicante, cangiante, fallace oltre che mistificatoria e per la gran parte menzognera di quanto dichiarato da Cagnoni, ha spesso instradato l’operato, proprio seguendo le tracce dichiarative di Cagnoni, ha introitato notevoli e anche decisivi supplementi investigativi… La verità processuale che si consegna alla Corte, è quella che vede Matteo Cagnoni avere definitivamente marchiato con il rosso del sangue con entrambe le mani, la propria responsabilità". Le sue impronte palmari erano state impresse su uno schizzo di sangue di Giulia sul muro e sul frigorifero. E le impronte digitali erano proprio le sue. Anche le lesioni che aveva sul viso e sulle braccia, confermano la disperata lotta sostenuta per difendersi della moglie, di fronte alla crudele furia di un marito che non ha avuto un attimo, un solo attimo, di ripensamento. Cagnoni ha chiesto e ottenuto di scontare la pena nel carcere di Ravenna, perchè più vicino alla famiglia. Chissà, magari, un giorno ammetterà le sue colpe visto che si dichiara innocente. Potrebbe anche pentirsi, ma questo non è certo.

 

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