Lettera aperta a San Giovanni (dopo la festa mancata di ieri)

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GERMANO LONGO
Scusaci Giovanni Battista, Santo Patrono di questa città, ma alla fine – daje e daje, come direbbero i tuoi colleghi romani – ce l'hanno fatta. Per la prima volta nella nostra storia, la festa in onore Tuo, che nulla puoi contro le pochezze terrene e men che meno su quelle politiche, finisce nello speciale archivio dove Torino conserva le cose da dimenticare.


In piazza Vittorio, per i fuochi, si aspettavano 48 mila persone, non una di più, con un apparato di sicurezza ad attenderle che neanche al G7. S'è presentata la metà della gente, più o meno. Forse un po' di paura, poca fiducia nelle parole, tanto caldo e mettici anche nessuna voglia di festeggiare, dopo le troppe sere sbagliate che stanno guastando l'aria estiva dei torinesi. È come se la città avesse risposto "vacci tu", all'invito della sindaca Appendino: "Venite a festeggiare".

D'altra parte, ormai anche uscire di casa per un gelato può trasformarsi in un incubo. Basta essere nel posto sbagliato nel momento peggiore ed è fatta: da una parte giovani pieni di birra, dall'altra i manganelli della Celere. Dove sia peggio finire è difficile dirlo. Peccato, perché in piazza Vittorio c'era da testare l'efficacia delle misure adottate dopo infinite riunioni: quattro varchi, controlli strettissimi, telecamere a grappoli.

Per cui non avertene a male San Giovanni, nulla di personale. Ma in questa parte del mondo i grattacieli bruciano in un attimo e c'è in giro troppa gente che ce l'ha con noi: è anche per tutto questo se ieri sera la gente della tua Torino ha scelto di starsene a casa, magari a guardare il bagliore dei fuochi da lontano, sul balcone, in mutande, con un calippo in mano.

Se una cosa l'ha consacrata, la festa senza festa di ieri sera, è un pensiero sottile: un po' martiri, ormai, ci sentiamo anche noi.

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