"Brega-Massone non voleva uccidere i pazienti"

| Ecco perché, secondo i giudici, l'ex primario e chirurgo della "clinica degli orrori", la Santa Rita di Milano, non meritava l'ergastolo. I quattro omicidi contestati frutto di "errori professionali"

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La morte dei pazienti dell'ex primario della clinica Santa Rita di Milano sarebbe stata un "fallimento professionale prima che umano"  e per gli ex chirurghi Pier Paolo Brega Massone e Fabio Presicci non vi è "nessuna prova" della loro volontà di "accettare l'evento negativo". Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui, nell'ottobre scorso, la Corte d'Assise d'Appello di Milano, presieduta da Giuseppe Ondei, aveva camcellato la condanna. Restano però 15 anni di carcere per la morte di quattro pazienti che aveva operato derubricando il reato da omicidio volontario in preterintenzionale. Il suo ex braccio destro Presicci è stato condannato a 7 anni e 8 mesi (per due omicidi su quattro) e non più 24 anni e 4 mesi. "La morte del paziente - si legge - è sempre, per il medico, un fallimento professionale prima che umano, destinato - soprattutto se sfrontatamente ripetuto - a soverchiare, vanificandolo, l'obiettivo narcisistico perseguito...quell'imprescindibile elemento volontaristico anche riguardo al coefficiente soggettivo 'più attenuato' del dolo eventuale... un medico non mette in pericolo "la propria fama" e la propria "sete di affermazione" accettando il rischio che un paziente possa morire durante un intervento. Perché mai  rischiare la propria fama, la propria sete di affermazione, perché opacizzare il proprio successo personale rappresentandosi, e accettando, l'evento infausto, quando quest'ultimo nel bilanciamento razionale degli interessi e nella consapevole subordinazione di un determinato bene a un altro, è la negazione stessa dello scopo perseguito? Anche il più cinico e spregiudicato degli operatori si avvede che l'obbiettivo di profitto eventualmente perseguito verrà frustrato o negato proprio in ragione del verificarsi di eventi infausti provocati da interventi inutili o devianti".

 L’ex primario di chirurgia toracica della clinica Santa Rita di Milano, Pier Paolo Brega Massone era stato arrestato per la morte di 4 anziani, terminali di cancro e operati - secondo i pm - solo per aumentare il fatturato del reparto dalla produttività record, quinti in sala operatoria per «interventi inutili». Alcuni erano in condizioni fisiche pietose, ridotti a scheletri. Le perizie del pm avevano accertato come quegli interventi demolitivi non servissero a niente. Brega Massone,con un brillante passato clinico, autore di numerose pubblicazioni, si è sempre difeso con forza, rigettando l’etichetta di “mostro” che gli fu attribuita per anni. “Posso avere commesso degli errori ma ho sempre pensato a tutelare i pazienti, e di avere agito in base alle linee di intervento previste dai protocolli internazionali”. Il chirurgo, assai stimato sino al suo primo arresto, ha sempre invocato una perizia super-partes ma la procura gliela avrebbe sempre negata. Con un paradosso. Per le stesse accuse per cui fu condannato in penale, fu invece assolto in sede civile dopo le perizie disposte dal Tribunale. Brega Massone, nelle ultime udienze s’è pure “scusato per gli errori commessi”, in qualche modo chiedendo scusa alle sue vittime e ai loro familiari. 

 Era stato così annullato il verdetto emesso il 21 dicembre 2015 in appello. Nel dicembre 2016, l’ex brillante primario era intervenuto in aula, aveva ribadito: “Non sono un serial killer, la mia priorità è sempre stata quella di dare ai pazienti la sicurezza”. Diverso il destino dei suoi collaboratori. Assolto «perché il fatto non costituisce reato», il medico della sua equipe, Marco Pansera, condannato in primo grado a 26 anni e 2 mesi di carcere. L’ex braccio destro di Brega Massone, il chirurgo Fabio Presicci, ebbe una riduzione di pena, da 30 a 25 anni. 

 A Brega Massone, figlio adottivo di un illustre clinico pavese, erano già stati inflitti in via definitiva 15 anni e mezzo di carcere per truffa. A suo carico un’ottantina casi di lesioni nel primo filone processuale. In quella occasione era stato condannato al carcere a vita con isolamento diurno per 3 anni. Avrebbe “cagionato la morte” a Giuseppina Vailati, 82 anni, Maria Luisa Scocchetti, 65 anni, Gustavo Dalto, 89 anni, e Antonio Schiavo, 85 anni, condotti in sala operatoria “senza alcuna giustificazione clinica” per interventi effettuati “al solo fine di monetizzare i rimborsi del sistema sanitario nazionale per la clinica convenzionata. Le intercettazioni lasciavano pochi dubbi, il medico parlava di “recuperare” polmoni da operare anche in provincia. E non con un fine di lucro (fu accertato che nelle sue tasche finivano briciole del suo inarrestabile attivismo) ma “per mera ambizione”. Lo chiamavano “turbo-bisturi”, per il suo essere instancabile.

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