Recinti per gli spettatori così cambia il mondo dei rally

| Le nuove regole per il "Città di Torino" dopo la morte del bimbo investito. Campagna di sensibilizzazione. Parla Piercarlo Capolongo, navigatore esperto e commissario della Commissione Sicurezza "Aci-Sport"

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Di Davide Cucinotta

"I rally sono gare sicure, basta solo attenersi alle regole". Secco e asciutto, com'è nel suo carattere, a parlare è Piercarlo Capolongo, per gli appassionati il mitico "Kapo", classe 1967: uno dei navigatori più preparati in circolazione, con un'esperienza sul campo fatta da centinaia di gare all'attivo che gli hanno aperto anche le porte della Commissione Sicurezza "Aci-Sport".

"Purtroppo i rally finiscono nella centrifuga delle cronache solo quando ci scappa il morto, com'è successo di recente al ‘Torino', dove a rimetterci è stato un bimbo di soli sei anni, ma le gare che si disputano ogni week end in tutt'Italia sono tantissime, e iniziano e finiscono senza alcuna conseguenza tragica".

Resta però nell'aria il dubbio che qualcosa non vada più come deve, che sia necessario riscrivere le regole per scongiurare altre tragedie.

"La buona riuscita di un rally dipende solo e soltanto dalle persone, non dai mezzi: ma se è vero che l'organizzatore ha l'obbligo di vigilare, lo stesso deve fare il ‘buon padre di famiglia', come si dice, per evitare di cacciarsi in situazioni pericolose".

Il riferimento è proprio all'incidente del Città di Torino?

"No, il riferimento è in realtà un appello diffuso alle coscienze: sostare in una zona indicata come pericolosa equivale ad attraversare a piedi un poligono di tiro. Prima o poi un proiettile lo prendi".

Esiste una soluzione?

"Abbiamo deciso di varare una campagna di sensibilizzazione, perché non è possibile andare avanti così, o prima o poi finisce che vietano queste gare per legge".

Basterà a sensibilizzare il pubblico?

"Me lo auguro. Anche perché gli strumenti che abbiamo non sono molti: le zone indicate come pericolose sono in realtà terreni privati, e i commissari di percorso - coloro che possono chiedere al pubblico di allontanarsi - di fatto non hanno nessun potere: se qualcuno risponde no, oppure li tratta in malo modo, non possono fare molto di più. A questo, si aggiunga che è impensabile presidiare tutto il percorso: neanche le Ferrovie lo fanno sulle loro tratte, e anche lì a volte l'incidente ci scappa ma non si parla di colpe".

Sembra quello che i francesi chiamano "cul-de-sac", una strada senza uscita.

"In realtà c'è un altro punto: in accordo con i prefetti è stato deciso di recente che quando un capo-prova si accorge di gente ferma in zone vietate, ha l'obbligo di avvisare immediatamente la direzione gara, che a sua volta sospenderà la manifestazione. Come a dire: se non ti sposti ci fermiamo, e sei venuto fino a qui per niente".

Come vengono classificate le strade?

"Organizzare un rally è un'operazione complessa che nelle fasi preparatorie richiede addirittura la creazione di una commissione composta da prefettura, organizzatori, motorizzazione e forze dell'ordine che ha il compito di studiare il percorso e richiedere la chiusura delle strade con specifiche ordinanze".

Si stabiliscono, insomma, zone vietate al pubblico e altre dove invece è consentito.

"Vale un po' il contrario: ci sono zone pericolose vietate e segnalate in modo evidente, e altre in cui è tollerata la presenza di pubblico. Ma da regolamento mai a livello strada, sempre in posizione rialzata".

Conosci bene, immagino, lo svincolo dell'incidente del Torino.

"Certo, quella è una speciale considerata ‘classica'. E non so esattamente cosa sia successo: lo stabilirà l'inchiesta. Conosco il pilota, anche se non benissimo, e il navigatore, con cui ho chiacchierato poco prima della partenza del Torino: un coscienzioso padre di famiglia".

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