Sentenza choc, la coppia diabolica perde il figlio

| La Cassazione ha deciso, il bimbo di Martina e Alexander non sarà allevato dai nonni materni. Il pg aveva sostenuto la tesi contraria: "I figli non si tolgono neanche ai mafiosi". Martina ringrazia l'avvocato e annuncia ricorso all'Europa

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"Sappi che ti stimo come avvocato e come donna, perché con il tuo lavoro puoi salvare tante famiglie da ingiusti rapimenti". Martina Levato , condannata a 20 anni per avere sfregiato i suoi ex con l’acido, istigata da Alexander  Boettcher, si è rivolta in una lettera dal carcere di San Vittore al suo legale, l'avvocato Laura Cossar. Una pagina in cui gridava anche al "miracolo" perché il pg aveva chiesto che il piccolo, che "mi ha cambiato completamente", venisse affidato ai nonni materni.



Adesso, dopo la decisione choc dei giudici,  farà "ricorso alla Corte Europea dei diritti umani”. Ma la Cassazione di confermare l'adottabilità del bimbo da lei partorito il 15 agosto del 2015. La Suprema Corte ha respinto inoltre anche i ricorsi dei nonni del bambino che si proponevano come adottanti.

Il Pg della Cassazione Francesca Ceriani aveva chiesto ai magistrati della prima sezione civile di affidare ai nonni materni il figlio di Martina e Alexander, nato il 15 agosto del 2015 quando sua madre era già in carcere (dal 28 dicembre 2014) e che si trova presso una famiglia in condizione di pre-affido. La Cassazione, invece, ha confermato che deve essere adottato, come stabilito in primo e secondo grado. "I figli - aveva detto il pg - non si tolgono nemmeno ai mafiosi perché ogni bambino ha diritto a crescere nella famiglia dove è nato, e anche se Alexander Boettcher (condannato a 14 e 23 anni nei due processi sui blitz con l'acido, ndr) e Martina Levato (condannata a 20 anni, ndr) sono responsabili di crimini raccapriccianti, dare in adozione il loro figlio equivarrebbe a una non consentita operazione di genetica familiare, come se il piccolo fosse nato con una macchia. I nonni materni sono idonei a crescerlo e ne hanno diritto". Il legale di Martina, l'avvocato Laura Cossar, nel suo ricorso in Cassazione aveva chiesto, in sostanza, che il piccolo venisse affidato all'ex studentessa bocconiana e in subordine che andasse in affido in un'altra famiglia per un periodo che le consentisse di scontare la pena.

 



Il Tribunale per i minorenni di Milano, infatti, già in primo grado aveva dichiarato l'adottabilità del bimbo confermata dalla Corte d'Appello nel marzo 2017. A "nessun figlio minore", nemmeno nel caso di Annamaria Franzoni, aveva scritto l'avvocato Cossar nel ricorso alla Suprema Corte, "è stato riservato il trattamento (discriminatorio e privativo del diritto alla propria identità personale e familiare)" applicato al bimbo nato dalla relazione tra Levato e l'ormai ex amante Boettcher, anche lui in carcere dal dicembre 2014 per i blitz a colpi di acido, a seguito dell'inchiesta del pm di Milano Marcello Musso. Anche Boettcher aveva fatto ricorso in Cassazione per chiedere l'affidamento del bimbo alla nonna paterna. A entrambi i giovani i giudici milanesi avevano negato, a partire dall'ottobre del 2016, la possibilità di vedere ancora il bimbo, 'bloccando' con il primo verdetto gli incontri settimanali in carcere.

Nemmeno i nonni materni "hanno dimostrato una reale presa di coscienza delle atrocità delle condotte della figlia" e valutando il "superiore interesse del minore" va detto che il piccolo non può restare "legato alla famiglia di origine", perché "inevitabilmente sarebbe costretto a confrontarsi con la drammatica storia familiare dei suoi genitori". Lo scrive la Cassazione che ha confermato l'adottabilità del bimbo partorito nel 2015 da Martina Levato, condannata con Alex Boettcher per i blitz con l'acido. 

Nella sentenza di 13 pagine la prima sezione civile, presieduta da Francesco Tirelli, spiega che è "infondata" la tesi della difesa di Martina Levato che sosteneva "di essere vittima di accanimento nei suoi confronti", anche perché le è stato negato di essere presente nell'udienza di discussione. La Cassazione valorizza, poi, la "giurisprudenza di questa Corte, nella quale è acquisito il principio secondo cui la prioritaria esigenza del figlio di vivere nell'ambito della propria famiglia di origine può essere sacrificata in presenza di pregiudizio grave e non transeunte per un equilibrato e armonioso sviluppo della sua personalità". Principi, secondo i giudici, rispettati dalla sentenza d'appello che ha confermato l'adottabilità e che ha valutato "sia i gravissimi comportamenti delittuosi posti in essere dalla Levato, con in grembo il piccolo" sia "le anomalie del carattere e della personalità della madre (oltre che del padre), sebbene non integranti patologie psichiatriche definite". E lei, così come lui, non può "garantire al bambino uno sviluppo psicofisico sereno ed equilibrato negli anni più delicati per la sua crescita".



La Corte sottolinea anche che i giudici di secondo grado hanno "riconosciuto che è in atto un percorso terapeutico" per Levato "che potrebbe condurla 'in futuro' ad una maturazione della propria personalità", ma i tempi "di attesa di questa auspicabile evoluzione non sono compatibili con le pressanti esigenze di un bambino dell'età" del piccolo, dichiarato adottabile. Lo stato detentivo "di lunga durata" di Boettcher e Levato costituisce, poi, una "causa di forza maggiore" che impedisce "un adeguato svolgimento delle funzioni genitoriali". Per i giudici, infine, né la nonna paterna né i nonni materni sono idonei ad occuparsi del bimbo, come accertato già dai "giudici di merito". I genitori di Martina, infatti, segnala la Corte, hanno dimostrato, ad esempio, "una significativa fragilità emotiva di tipo narcisistico".

 
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