IL GIULLARE DELLO STUPRO
chi è l'imprenditore che frusta e sevizia

| Ritratto di uno dei re della movida di Parma, città gaudente ma ostile a chi esagera. Brumotti al Corriere: "Aspettiamo prima di giudicare". Facchinetti: "Pena di morte". Quanti altri episodi analoghi?

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di ALBERTO C. FERRO

Parma è una splendida città con uno splendido centro storico. La gente, non è un luogo comune, è diversa; c'è un tasso di simpatia e di comunicabilità forse unici. Dalle 18,30 in poi le main street con i loro bar e dehors si riempiono di gente per il rito dell'aperitivo. Bar alla moda, e anche i più sgalfi, ti inonondano di cibo e alcol. Qualcuno, e qualcuna, non pochi, tornano a casa già brilli o preseguono la serata passando da un locale all'altro. Niente di diverso da quello che accade ogni giorno nell città d'Italia. Ma qui è meglio. Nel ritto serale si fanno conoscenze, ci si incontra e ci si reincontra dopo. Ogni bar ha un suo target sociale, almeno all'inizio della serata, poi avviene un melting pot. Scambio di ruoli tra chi vive in perferia o nelle ville ville isolate dei quartieri più eleganti ed esclusivi. Questo è, o meglio era, il regno incontranstato di Federico Pesci, 46 anni, detto Fish.  Famiglia agiata alle spalle, studi interrotti, il pallino per il commercio, il primo negozio di articoli sportivi in centro, poi una piccola catena diffusa sul territorio. Marchi esclusivi, il mito dello Snow Board teorizzato come una filosofia di vita, la ricerca di produzioni strane, uniche, scovate in Canada o in Alaska. Un punto di riferimento per gli sportivi. Poi organizzatore di eventi sempre legati alla movida, tanti amici. Anche Brumotti, quello della rv che va in bici e sfida i pusher nei quartieri infiltrati dalle mafie delle città del Sud. E' "uno giusto", comè appunto s'era presentato alla sua vittima. E' un seguace di un garage di Parma che trasforma vecchie moto in gioielli vintage. Lui li inforca e percorre le strade del centro simpaticamente vestito da biker un po' retrò. La moto parcheggiata di fronte al negozio del negozio più importante, la sua base. Cosa lo abbia spinto a organizzare una sessione di torture di natura non solo sessuale con l'aiuto del pusher tuttofare nigeriano per ora non è dato sapere. Lunedì potrebbe spiegarlo nell'udienza di convalida del suo arresto ma già il suo avvocato ha messo le mani avanti: "Aspettate a dare giudizi affrettati". Il senso potrebbe essere questo: l'uso smodato di cocaina per tutte le sei ore dello stupro di gruppo potrebbe di certo avere alterato lo stato mentale del manager di moda, ma non costituisce un'attenuante. La seconda strada, più in salita, ma se dimostrata, più utile a limitare il costo giudiziario, è quella di un consenso pieno della ra 21enne parmigiana al copione della serata. Ma, vista la denuncia della vittima, non sarà facile convincere il giudice del processo. Stupro di gruppo, lesioni gravi, sequestro di persona, sono accuse con un range da 12 a 15 anni di carcere.

Lei aveva scambiato, per caso, messaggi sulla chat si Facebook con l'imprenditore parmense. Dopo tutto il bello, le moto, eccetera, si aggiunge il demone della cocaina. E' la gallina delle uova d'ora per i pusher della zona bene, li comanda a bacchetta per soddisfare il suo vizio, con l'aiuto del suo spacciatore di fudica. Con lei usa una tecnica seriale. “Sono uno a posto, ci ho i soldi, ti faccio un regalo”, vieni a prendere un aperitivo. Alle 24, la fase due: “Vieni a vedere il mio attico”.  Lei ci va, volontariamente, nessuno la costringe. Non era previsto il ruolo del nigeriano. Con una cinghiata alla schiena, abbatte la ragazza che cercava di andarsene. Poi la legano con delle corde robuste, le infilano un morso di cuoio in bocca perché non possa lamentarsi. Seguono violenze d’ogni tipo, botte, stupro di gruppo. E come corifei della tragedia greca, fanno corona al trio altri pusher, convocati per alimentare senza posa il demone di Pesci. Costui, alla fine, congedato lo spacciatore amico e tuttofare, copre il corpo martoriato della vittima con un pigiama, chiama un taxi e la spedisce a casa. Va in ospedale. Un medico del pronto soccorso dirà: “In tanti anni di lavoro non ho mai visto un corpo ridotto in questo modo… con lesioni così diffuse e gravi”. Prognosi 45 giorni per i danni fisici, per quelli psicologici chi lo può sapere. 

La pagina facebook di Pesci è stata chiusa in fretta e furia, riempita in pochi minuti di post grevi di insulti e di minacce di morte. Resto sospeso un inquietante interrogativo, sui cui sta lavorando la squadra mobile, dopo il sequestro di pc e altro ancora nella casa dello stupro. quante altre donne hanno subito lo stesso trattamento, obbligate a tacere per paura del pusher o pagate in cambio del loro silenzio. «La prima cosa che ho pensato è che è impossibile che l’abbia fatto — dice Brumotti al Corriere— siamo amici da tanto tempo, è stato il mio primo sponsor, lo sanno tutti che non è un chierichetto, ha qualche problema con la droga ma cercava da tempo di uscirne. È un personaggio sopra le righe, ma non è una persona cattiva. Mi sento un femminista e se fosse vero che Federico ha fatto una cosa così ignobile, non gli rivolgerei più la parola, ma non si abbandona un amico prima di una vera condanna. Ai tanti che ora lo scaricano, compreso Francesco Facchinetti che ha invocato la pena di morte, dico aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso, esprimo tutta la mia vicinanza a questa donna, capisco che qualcosa dev’essere successo» conclude Brumotti. Invece per l’avvocato di Pesci Mario L’Insalata «il caso va ridimensionato. Aveva fondato anche il marchio «Fucking Criminal» e più recentemente “Sbam!”.

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