Svolta nel caso di Mirko Panattoni

| Quasi mezzo secolo dopo il clamoroso rapimento di un bimbo, le analisi hanno permesso di collegare un nome all’impronta trovata a bordo del Maggiolone Volkswagen usato per il sequestro

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La mattina del 21 maggio 1973, il piccolo Mirko Panattoni, 7 anni, viene rapito davanti alla sua scuola, a Bergamo, caricato a forza su un Maggiolino color nocciola. È un caso che fa scalpore, Mirko è figlio di Enrico Panattoni, un noto pasticcere e mastro gelataio che ha brevettato il gusto “stracciatella”: è uno dei primi sequestri in Italia ai danni di bambini, a parte il caso di Ermano Lavorini del 1969, un bimbo di 12 anni rapito e ucciso poco dopo.

Il sequestro Panattoni dura poco più di due settimane: il 7 giugno, a Pontida, il piccolo viene liberato, dopo il pagamento di un riscatto pari a 300 milioni delle vecchie lire. Nessun componente della banda fu mai preso, e il caso è finito in prescrizione, perso fra gli annali degli irrisolti.

Eppure, 46 anni dopo, la macchina della giustizia – per quanto lenta – dimostra di essere ancora in moto. Il pm Paolo Savio ha depositato proprio in questi giorni un’informativa alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia, in cui per al prima volta ci sarebbe il nome di uno dei sequestratori, probabilmente di colui che era al volante del Maggiolino color nocciola, abbandonato in una zona centrale del capoluogo bergamasco.

Grazie alle nuove tecniche forensi, è stato possibile rileggere un’impronta trovata allora ma del tutto inservibile perché non esistevano i database interforze. Per di più, apparteneva a qualcuno incensurato, quindi quasi impossibile da individuare. La nuova analisi è partita da una telefonata, in realtà fatta da un mitomane, che qualche mese fa aveva comunque riacceso i riflettori su uno dei più seguiti e clamorosi casi di cronaca degli anni Settanta. Almeno formalmente, la prova non può portare a condanne per via del tempo trascorso.

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