"Conteso tra moglie e amante
avevo scelto la famiglia"

| Fabrizio Pasini abbandona la prima versione e spiega perché ha ucciso Manuela Bailo: "Mia moglie mi telefonava, lei urlava, ho perso la testa". Un femminicidio da manuale. Ma l'assassino mente ancora

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L’omicidio di Manuela Bailo, la 35enne di Nave (Brescia) uccisa una notte di fine luglio in una casa di Ospitaletto dall’amante (sposato e con due figli) e collega di lavoro Fabrizio Pasini, 48, alla fine fa emergere un movente di una sconcertante banalità. Dal carcere dove è rinchiuso da metà agosto, Pasini, segretario provinciale della Uil metalmeccanici, ex rugbista, appassionato di soft-air, fa filtrare una nuova verità. Dietro la morte di Manuela, non ci fu una lite per un “tatuaggio con le iniziali dei figli” che avrebbe provocato in lei una reazione rabbiosa, frutto di una gelosia morbosa e irrazionale, ma uno scenario profondamente piccolo-borghese.

Dopo due anni di relazione clandestina e mille promesse mai mantenute di separarsi e ufficializzare il loro rapporto, Pasini era prigioniero del più classico dei triangoli. Manuela era solo un divertimento collaterale al suo matrimonio, che non aveva alcuna intenzione di interrompere. E la presenza della collega-amante, sempre più esasperata per il suo doppio gioco, era diventata ingombrante. Si erano lasciati ma continuavano a vedersi. Manuela era innamorata di lui, lo aveva detto alla madre, alle amiche, al suo ex con cui continuava a condividere l’appartamento di Nave, imbottito di videocamere. E dall’hard disk dell’impianto di sicurezza, spunta la registrazione di un anno e mezzo fa, quando Fabrizio e Manuela litigano furiosamente per lo stesso motivo. Lui che non vuole lasciare la moglie, che inventa un sacco di bugie, lei che pretende un atto chiaro e senza ambiguità. Da qui le premesse del delitto.

Quella notte, confessa Pasini, la moglie è irrequieta. Lo tempesta di telefonate, a cui non risponde, e di messaggi. “Dove sei?”, “Con chi sei?”, “Quando torni?". I due sono nella casa della madre di lui, in vacanza con i nipoti ad Alghero. Le ore passano una dopo l’altra. Alle due lui inciampa su un tappeto e si rompe una costola. Lei lo accompagna al pronto soccorso dove viene medicato; i due vengono ripresi dalle videocamere del condominio. Sembrano tranquilli, Pasini chiude con cura le portiere dell’auto e tornano nell’appartamento di famiglia, non distante dalla villetta con moglie e figli. Il telefono del sindacalista continua a vibrare e Manuela avrebbe perso la pazienza. “Urlava, urlava sempre più forte, mi voleva tutto per sè, svegliava i vicini, allora l’ho spinta giù dalle scale, ha battuto la testa, era svenuta. L’ho portata nel bagno del garage, ho tamponato il sangue con la mia maglietta ma non si riprendeva, allora ho perso la testa, non respirava più. E ho deciso che avrei nascosto il cadavere. Mi sono tenuto il suo telefono. Stavo per partire per le vacanze, il mio desiderio era un chiarimento definitivo, volevo stare con la mia famiglia, non con lei”.

Una verità diversa dalla prima, dichiarata subito dopo l’arresto. Pasini s’è ritrovato prigioniero di un dilemma irrisolvibile e piuttosto consueto, nel momento in cui un uomo ritiene di concedersi una relazione clandestina con l’idea di non rinunciare alla famiglia, che resta sì nell’ombra ma comunque un punto fermo.

La procura pretende la verità vera, e non si accontenta dell’ultima versione. La carotide di Manuela risulta tagliata di netto con una lama affilata, e questo contrasta con la preterintenzionalità del delitto. Ma la difesa ritiene che quel taglio sia stato provocato dalla corda utilizzata per recuperare il corpo, in avanzato stato di decomposizione, dalla vasca dei liquami di una cascina del Cremonese dove l’assassino l’aveva gettato. Sarà una battaglia tra periti di parte e dell’accusa. Torna il concetto della “banalità del male”, enunciato dalla storica tedesca Hanna Arendt per identificare la capacità dell’uomo di commettere atti crudeli, criminali, genocidio compreso, in qualsiasi tipo di circostanze favorevoli. 

Pasini lotta per evitare, in abbreviato, i 30 di galera che lo aspettano. Alla fine, esaurito il filone dei giuramenti sul tatuaggio, con tutti i suoi valori rituali e simbolici, è tornato all’effetto paralizzante delle telefonate in serie della moglie, preoccupata e sospettosa, e alle urla di rabbia dell’amante. Un femminicidio da manuale, ripetuto con lo stesso meccanismo da secoli. L’ennesimo caso da archiviare. 

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