Anni Trenta, ci scappa il morto

| I romanzi di Augusto De Angelis scritti durante il fascismo e solo recentemente riscoperti, offrono uno spaccato della società dell’epoca, senza le lenti deformanti del regime. Ancora oggi piacevoli da leggere per lo stile attuale e moderno

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Di Marco Belletti
Sono passati 75 anni da quel luglio 1944 quando Augusto De Angelis – dopo una banale discussione in strada a Bellagio sul lago di Como, dove risiedeva – fu aggredito a pugni e calci tanto da morire alcuni giorni dopo per la violenza dei colpi subiti, a soli 56 anni.

Nato a Roma il 28 giugno 1888, oltre che giornalista De Angelis è stato anche uno scrittore di romanzi polizieschi, attivo soprattutto durante il ventennio fascista. Il suo primo romanzo risale al 1930 (ispirato a ‘L’agente segreto’ di Joseph Conrad) mentre debuttò con il genere “giallo” con ‘Il banchiere assassinato’, pubblicato nel 1935.

Eppure, nonostante la sua bravura e il fatto che recentemente i suoi romanzi siano stati riscoperti e apprezzati, l’anniversario è passato sotto un silenzio totale e imbarazzante, che non rende merito alla sua capacità di raccontare storie con uno stile ben più moderno (e ancora attuale) dei suoi contemporanei.

Sono una ventina i romanzi polizieschi che De Angelis ha scritto, quasi tutti con protagonista il commissario De Vincenzi, della squadra mobile di Milano prima e Roma poi: si tratta di un personaggio sagace e allo stesso tempo umano, molto diverso dai soliti poliziotti dei romanzi italiani di allora, che erano o brutte copie dei colleghi anglosassoni oppure stereotipati burattini che riflettevano le ideologie e le convinzioni del regime. Le storie degli “altri” erano spesso ambientate all’estero – al contrario di quelle di De Angelis che hanno per protagonista il brumoso e freddo capoluogo lombardo e la capitale – per non turbare i sonni dei cittadini, che dovevano essere sicuri che delitti e omicidi in Italia non si verificavano. E, se proprio ne capitava uno, era commesso da un ebreo o un inglese e immediatamente risolto con il colpevole arrestato e punito: ovviamente senza possibilità di dipanare la trama troppo a lungo, mettendo in difficoltà gli investigatori del regime.

De Angelis fu quindi uno dei padri del poliziesco italiano, un genere per così dire “sdoganato” dignitosamente solo negli anni Sessanta, in un contesto comunque caratterizzato dal dominio delle grandi correnti estere (il giallo all’inglese, la storie hard boiled statunitensi, i polar francesi) e dalla bassa considerazione verso gli scrittori italiani che si riducevano a scrivere disdicevoli romanzi gialli.

De Angelis raccontò le sue storie proprio negli anni dell’apoteosi del fascismo e con eccezionale abilità riuscì a disimpegnarsi abilmente dalla retorica imposta alla produzione artistica autarchica. Purtroppo la sua bravura e la positiva accoglienza dei suoi romanzi da parte del pubblico non gli permisero di destreggiarsi fino in fondo: e così la censura lo colpì duramente perché non si poteva parlare di ladri, prostitute, ebrei e assassini come se fossero persone normali e perbene.

Un esempio su tutti: De Angelis abbandonò completamente la propaganda ideologica voluta dal regime nel romanzo ‘Il candeliere a sette fiamme’ del 1936 che già dal titolo offre evidenti riferimenti all’ebraismo. È la storia di un delitto commesso in un albergo di infima categoria dove il commissario De Vincenzi deve interagire sì con i soliti personaggi stranieri e cattivi, ma ai quali affianca protagonisti ebrei che si distanziano dai cliché fascisti, che li descrivevano avidi, sordidi e taccagni oltre che fisicamente abietti e facilmente riconoscibili. Anzi, De Angelis nel suo romanzo ne prende le difese e li considera degli eroi.

Nonostante queste libertà, De Angelis fu ufficialmente arrestato a causa degli articoli pubblicati sulla Gazzetta del Popolo tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943 e, accusato di antifascismo, fu trasferito nel carcere di Como.

I mesi trascorsi in prigione segnarono in modo indelebile il suo fisico e quando, nella prima metà del 1944, fu rimesso in libertà, si trasferì sul lago di Como, a Bellagio, per riprendersi. Qui De Angelis andò incontro al suo destino, sotto forma di un repubblichino che lo pestò a sangue per un banale litigio: non riuscì a riprendersi anche a causa dei malanni che gli minavano la salute.

Fu dimenticato a lungo anche nel dopoguerra, tanto che la collana dei Gialli Mondadori, best seller del genere, non ripubblicò un solo suo titolo. Si deve al critico scrittore Oreste Del Buono e a case editrici come Feltrinelli (negli anni Sessanta) e molto più recentemente Sellerio la riscoperta dei suoi romanzi dai quali la RAI trasse una serie televisiva – ‘Il commissario De Vincenzi’ – andata in onda in due stagioni (1974 e 1977) per un totale di sei puntate.

Interpretato da Paolo Stoppa, l’ispettore di polizia inventato da De Angelis si muove tra burocrazia e patriottismo con sufficiente furbizia – pur non dimostrandola – da non cadere nei tranelli messi in atto da funzionari ambiziosi o che non nutrono simpatia nei suoi confronti.

Spesso De Vincenzi è stato paragonato a Maigret. Come il personaggio nato dalla fantasia di Georges Simenon, anche il commissario italiano cerca di comprendere la psicologia dei colpevoli o presunti tali, come non fanno Hercule Poirot di Agatha Christie o Nero Wolfe di Rex Stout, più interessati alla sincronicità degli eventi e alla presenza di prove difficilmente riscontrabili per poter incastrare i colpevoli. O come non fanno i protagonisti dei romanzi di Dashiell Hammet o Raymond Chandler, alle prese con rappresentazioni realistiche di crimini, violenza e sesso.

Ma oltre alla pazienza e alla tenacia, sono ben pochi i punti in comune tra il personaggio di Simenon e quello di De Angelis, molto diversi per fisico, ambientazione e caratteristiche personali, sia nei romanzi sia nelle trasposizioni televisive.

Nei tre episodi del 1974, De Vincenzi lavora alla Questura di Milano, è scapolo e vive con la governante Antonietta, mentre nella seconda serie è stato trasferito a Roma per evitare uno spostamento punitivo a Carbonia. In tutte le puntate, il commissario non nasconde mai la sua avversione per il regime, una chiara aggiunta degli sceneggiatori RAI per giustificare l’ambientazione negli anni Trenta senza correre il rischio di essere accusati di nostalgia verso il fascismo.

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