Come evolvono le mafie
la lezione del pm Pignatone

| Università di Torino e Libera di Don Ciotti hanno ospitato la lectio magistralis del pm di Roma sul crimine organizzato e su come si va trasformando la Piovra in Italia ma non solo

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Di Germana Zuffanti
Parte all’Università di Torino un percorso di studi ed approfondimento, nell’ambito del Master in Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione (APC), con le Università di Napoli, Palermo e Pisa in collaborazione con Libera di Don Ciotti. L’inaugurazione, presso il Dipartimento di Culture Politica e Società del Campus Luigi Einaudi in Lungo Dora Siena 100, ha visto la lectio magistralis di Giuseppe Pignatone, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, su: “Da Cosa Nostra alla ‘ndrangheta, a Mafia Capitale”.

Ha discusso con il Procuratore e moderato il dibattito il prof. Rocco Sciarrone, docente di Sociologia della Criminalità Organizzata e coordinatore del Master che ha raccontato di questa iniziativa “itinerante” già partita con un primo modulo presso la sede del Gruppo Abele di Don Ciotti.Diritto, sociologia e storia insieme per analizzare un problema nodoso e lungo più di 100 anni, la mafia. Cosa è la Mafia? Chi i mafiosi? Quali sono i metodi di intimidazione mafiosa? Come si combatte il crimine organizzato? Qual è lo strumento metodologico migliore per approcciarsi alla mafia ed alle mafie? Giuseppe Pignatone è figura di spicco nel mondo della magistratura da più di quarant’anni, con esperienze significative nel contrasto alle mafie in Sicilia, poi Calabria e infine a Roma e Lazio. Negli anni 2000 è Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Palermo dove ha diretto la locale Direzione distrettuale antimafia, portando a termine numerose indagini contro Cosa Nostra, tra le quali l’arresto di Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza. Nel 2008 è Procuratore capo di Reggio Calabria, dove ottiene risultati importanti nel contrasto alla ’ndrangheta e dal febbraio del 2012 è Procuratore capo di Roma, dove si occupa di contrastare le mafie nella Capitale. Per la prima volta, con la sentenza di Mafia Capitale, si afferma che “la forza intimidatrice” di un’associazione di tipo mafioso non deve essere esclusivamente fondata sulla “violenza” ma anche sulla “contiguità politica ed elettorale” che trova nel “metodo corruttivo” la sua peculiarità.   Davanti le Autorità civili e militari ed una folla di ragazzi interessati, si riconoscono Docenti di diritto e funzionari pubblici, tutti attenti a capire ed affrontare un tema oggi tornato di moda, ma che ha radici profonde e che necessita studi approfonditi sotto vari aspetti.

Pignatone dice che innanzitutto la mafia è un’associazione che rimane segreta, che si combatte e si conosce attraverso risultati di indagini e processi. La mafia non parla solo siciliano, ma anche calabrese, campano e romano. E continua a parlare così anche al Nord, tra gli appalti e le attività economiche del Nord Italia. Mafia è anche quell’area grigia o “mondo di mezzo” che all’inizio non si era provato esistesse. Mafioso non è solo il violento affiliato con la pistola o quello che incendia il negozio che non ha pagato il pizzo, ma chi usa la forza intimidatrice per incutere “paura” e “rispetto”. Non solo violenza sull’incolumità fisica ma anche le condizioni esistenziali delle persone, quindi. Non ogni forma corruttiva organizzata è mafia, mafia e corruzione sono cose diverse, non sono forme alternative, ma  possono coesistere, 

E certo è giusto partire da una legge per spiegare come è stato riconosciuto il fenomeno mafioso, ma                                              è altrettanto significativo parlare di scrittori, storici e sociologi che si sono occupati di mafia e di mafiosi. Per non parlare del fenomeno del pentitismo, di Buscetta e prima ancora di Leonardo Vitale che ci hanno fatto scoprire “i segreti” dall’interno ed il forte legame tra mafia e religione, che ci hanno presentato un mondo arcaico pieno di riti che tuttavia sa osare e intersecarsi con l’esterno, tessendo trame molto più radicate e profonde di quanto appaiono. E se poi la mafia, dopo l’epoca delle stragi, appare sconfitta per il drastico intervento repressivo dello Stato, ecco subentrare i soldi ed i boss della ‘ndrangheta che hanno preso il posto di certi mafiosi e fatto dei loro legami di sangue nei piccoli paesini della povera Calabria la nuova forza che dal sud si è diffusa al nord ed all’estero, continuando a parlare calabrese ma evolvendosi ed utilizzando internet come nuovo canale. 

Parlando poi di Mafia Capitale e delle note sentenze della Cassazione, il procuratore chiude facendo una riflessione, partendo da quanto scrisse un sociologo ante litteram siciliano che dipinse nel suo reportage una Palermo del 1876: più la mafia è diffusa, più relazioni e ragioni di credito ha con cosi tante persone che aspettano e sperano favori dalla stessa, che non ha bisogno di ricorrere alla violenza nonostante la mafia si fondi sulla stessa. Nulla di più vero, moderno e purtroppo descrittivo rispetto alla situazione attuale, la Palermo del 1876 uguale alla Roma ed alle mafie dei giorni nostri.

 

 
 

Cultura
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