Ernst Bloch e l’ontologia del “non essere ancora”

| Il più grande filosofo ateo del secolo scorso è sicuramente rivoluzionario e originale nelle sue teorie sull’ateismo e sull’utopia, non più intesa come qualcosa di inarrivabile ma come strumento per raggiungere l’obiettivo prefissato

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Di Marco Belletti
Ernst Bloch è un filosofo rivoluzionario, originale ed eccentrico. È lui a sovvertire il significato del termine utopia, che nel suo pensiero non indica più una realtà impossibile a realizzarsi. Infatti, Bloch definisce il contenuto utopico un mezzo grazie al quale raggiungere un obiettivo precedentemente fissato. Questo obiettivo, anche se lontano e difficile da raggiungere, non deve essere assolutamente considerato impossibile da realizzare.

L’assunto da cui parte è che la realtà non ci soddisfa mai pienamente e sotto questo profilo non è quindi vera. La verità cui tendiamo, immaginando e desiderando ciò che ci manca, è l’utopia che trascende il presente (reale) verso il futuro (che diventerà reale) e, pertanto, Bloch rifiuta ogni forma di pensiero contemplativo – che per lui rispecchia passivamente quel che è già stato, irrigidito in un eterno presente. Nel suo pensiero, la contemplazione equivale all’accettazione della realtà esistente, mentre il pensiero utopico può scoprire tracce del futuro nel passato e oltrepassa sempre il presente per mirare al futuro, che si eleva a posizione di primato.

Nell’elaborare questa sua teoria, Bloch è stato influenzato da Hegel e Marx, oltre che da pensatori apocalittici o religiosi come Thomas Müntzer, Paracelso e Jacob Boehme, e dalle amicizie con György Lukács, Bertolt Brecht, Kurt Weill, Walter Benjamin e Theodor Adorno. Il pensiero di Bloch si concentra sulla tesi che in un mondo umanistico dove l’oppressione e lo sfruttamento sono stati eliminati ci sarà sempre una forza veramente rivoluzionaria.

In “Il principio della speranza” – testo scritto in uno stile poetico e aforistico – il pensatore tedesco parla dell’orientamento dell’uomo e della natura verso un futuro socialmente e tecnologicamente migliore. Questo orientamento fa parte della filosofia globale di Bloch, il quale crede che l’universo stia attraversando una transizione dalla sua causa primordiale (Urgrund) verso il suo obiettivo finale (Endziel). Questa transizione dovrebbe avvenire attraverso una dialettica soggetto-oggetto, e il filosofo trova prove di questo processo in tutti gli aspetti della storia e della cultura umana.

Nato l’8 luglio 1885 a Ludwigshafen, Bloch è figlio di un ferroviere ebreo. Dopo la laurea in filosofia, nel 1913 sposa Else von Stritzky, figlia di un birraio baltico, ma resta vedovo nel 1921. L’anno dopo sposa la pittrice Linda Oppenheimer: nel 1928 nasce Mirijam ma lo stesso anno il matrimonio naufraga e nel 1933 il filosofo si sposa per la terza volta, a Vienna, con l’architetto polacco Karola Piotrowska. Con l’avvento del nazismo la coppia fugge in Svizzera, Austria, Francia, Cecoslovacchia e infine negli Stati Uniti. Nella sala lettura della biblioteca Widener di Harvard, Bloch scrive i tre volumi del “Il principio della speranza”.

Terminata la seconda guerra mondiale, nel 1948 gli viene offerta la cattedra di filosofia all’università di Lipsia, e poco dopo diviene membro dell’accademia tedesca delle scienze di Berlino, diventando in questo modo il filosofo politico della DDR.

Tuttavia, la rivolta ungherese del 1956 spinge Bloch a una revisione delle sue idee, pur mantenendo un orientamento marxista. In ogni caso è costretto a ritirarsi dall’insegnamento nel 1957 in quanto difende le idee umanistiche di libertà. Quando nel 1961 viene costruito il muro di Berlino, Bloch si stabilisce a Tubinga, nella Germania Occidentale, dove gli viene assegnata una cattedra onoraria in filosofia e dove muore il 4 agosto 1977 a 92 anni senza più tornare nella DDR.

L’opera di Bloch diventa famosa e influenza in modo decisivo i movimenti di protesta studentesca del 1968 e i sostenitori della teologia della liberazione. Lo psicoanalista Joel Kovel definisce Bloch “il più grande dei moderni pensatori utopisti”. Il pensiero del filosofo tedesco ha influenzato molti altri che hanno utilizzato le sue idee adattandole alle loro: Robert Corrington parte dall’ideologia di Bloch per arrivare a una politica liberale piuttosto che marxista; José Esteban Muñoz utilizza il concetto di utopia concreta per spostare l’attenzione agli studi sulla performance, permettendo la nascita di una “performance utopica”.

Al centro del pensiero utopico di Bloch c’è, invece, la nozione di dialettica, indispensabile per affrontare la contraddizioni della realtà e collegarsi al movimento reale della storia per ottenere la verità utopica. Per Bloch esistono due tipi di dialettica. Quella statica e chiusa, prigioniera (da Platone a Hegel) della “malia dell’anamnesi”, che per il filosofo tedesco è semplicemente l’elaborazione di quel che è già stato, cristallizzato in essenza. Invece, la seconda dialettica è dinamica e aperta alla novità, mantiene costantemente la possibilità che il reale non sia ancora razionale e opera per raggiungere la verità.

Partendo da questa impostazione del pensiero, Bloch costruisce una sua antropologia in cui l’uomo è un essere caratterizzato da bisogni e pulsioni: fondamentale è l’auto-conservazione, che si manifesta essenzialmente come fame.

Negli anni, l’uomo ha affinato questo concetto arricchendolo dei cosiddetti affetti, anche non subito appagabili, che si rimandano al futuro. È la speranza, intesa come attesa ansiosa del nuovo apportatore di salvezza, a occupare la posizione di primato tra gli affetti. Bloch afferma che il nuovo non è del tutto definito, è costantemente avvolto dall’oscurità e per questo motivo nell’uomo esiste una dimensione inconscia che si avverte come non ancora cosciente, illuminabile solamente in un futuro sperato e che si traduce nella tensione e nella ricerca di esso: il “Sehnsucht”.

Secondo Bloch questo è il limite della psicoanalisi, che riduce la sfera dell’inconscio al passato, al rimosso e dimenticato, quindi non più conscio. Per lui in realtà esistono anche sogni a occhi aperti, strettamente collegati a quanto non è ancora avvenuto, ma anticipatori del futuro. Nella parte conclusiva della sua opera “Il principio della speranza” Bloch dettaglia desideri e speranze ricercandoli nelle fiabe, nei romanzi popolari, nei polizieschi e nei racconti d’avventura, nelle pubblicità…

Alla base dell’antropologia e della concezione della materia di Bloch c’è un’ontologia del “non essere ancora” per cui è fondamentale anticipare il futuro e puntare ad esso: la realtà del non essere ancora è la realtà di qualcosa che è nel futuro e il futuro è già reale come possibilità oggettiva. L’esistere originario è quindi al tempo stesso impulso, bisogno, fame e inizio del movimento verso qualcosa: quindi il “non essere ancora” genera il divenire e pertanto si trasforma, allontanandosi dal punto di partenza, ritenuto inferiore e negativo rispetto alla meta verso cui si tende.

L’anticipazione del futuro avviene mediante la speranza, attraverso la rivoluzione e il “non ancora” indica il contenuto utopico finale, ancora latente e non ancora definibile nei suoi precisi contenuti. Per questi aspetti il marxismo di Bloch si ricollega alle dottrine religiose della salvezza e alle tradizioni del messianismo giudaico e cristiano, e appare come l’attesa della lotta per un futuro migliore, raggiungibile grazie al radicalmente nuovo, imprevedibile e inimmaginabile. Per Bloch senza l’ateismo – cioè senza l’eliminazione di Dio assunto come un’entità data – non è possibile trascendere utopicamente verso un futuro aperto: il regno della libertà non è il regno di Dio, ma il regno dell’uomo nuovo su una terra nuova, il regno della fine dello sfruttamento dell’uomo e della natura, in cui natura e uomo possono provare a completarsi in una pacifica alleanza.

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