Il drammaturgo domato

| Come si può ancora godere della lettura di William Shakespeare a oltre mezzo secolo dalla sua morte? Una docente di Oxford ha provato a mettere insieme alcuni consigli da suggerire a chi ha un po’ paura nel leggere le opere del bardo

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Di Marco Belletti
Tutti hanno naturalmente sentito parlare di William Shakespeare – il celebre drammaturgo e poeta inglese tra i più conosciuti nel mondo occidentale, nato in questi giorni dell’aprile 1564 e morto il 23 aprile 1616 – ma probabilmente solo una piccola minoranza ha letto qualche sua opera. Tragedie come “Romeo e Giulietta”, commedie come “La bisbetica domata” e drammi storici come la serie dedicata ai sovrani Enrico d’Inghilterra sono parte integrante della letteratura mondiale e oltre a restare capisaldi della cultura inglese continuano ad essere riproposti nei teatri di tutto il mondo, mantenendo in alcuni casi un’attualità incredibile.

Addirittura, negli ultimi anni si è diffusa la teoria che Shakespeare può essere apprezzato solo sul palco. Certo, la rappresentazione mediata da un regista e da bravi attori può aiutare molto nella comprensione della storia e quindi probabilmente sono stati in pochi – nonostante l’isolamento da coronavirus – ad aver rispolverato vecchie copie dei suoi libri, magari dimenticate dai tempi della scuola, e rileggere le affermazioni di Otello o quelle dello spirito Ariel.

La verità è che chi prova ad avvicinarsi a Shakespeare trova la lettura decisamente scoraggiante e così una delle massime esperte al mondo del bardo inglese – Emma Smith, docente di studi shakespeariani all’università di Oxford – ha ipotizzato cinque brevi consigli per renderla più semplice e piacevole e li ha pubblicati su “The Conversation”, il sito che diffonde saggi e commenti di esperti accademici in ogni ambito della scienza e della cultura.

Innanzitutto, afferma Smith, è fondamentale ignorare le note a piè di pagina: non bisogna farci caso perché distraggono dalla lettura e disorientano, del resto non esiste nessuno al mondo che abbia capito tutte le affermazioni fatte dai personaggi shakespeariani. Nell’omonima tragedia, Macbeth in più occasioni pronuncia frasi fantasiose e i curatori, con i loro commenti, propongono interpretazioni del tutto dubbie. Il suggerimento della docente di Oxford è proseguire velocemente e cogliere il succo del discorso.

Come secondo punto, Emma Smith parla dell’impostazione dei dialoghi che sono come una sorta di scrittura musicale. I discorsi lunghi rallentano il ritmo mentre quelli brevi lo accelerano e inseriscono i personaggi nelle relazioni. Imparare a riconoscere il ritmo delle tragedie e delle commedie agevola molto nel comprendere più agevolmente il testo.

Un ulteriore suggerimento è leggere a piccole dosi: le opere teatrali di Shakespeare non sono romanzi e di solito non si hanno molti dubbi su come procederanno gli avvenimenti. E così, prestare troppa attenzione alla trama o divorare tutto il testo d’un fiato non è necessariamente il modo migliore per leggere l’opera dell’autore di Oxford. Mentre le rappresentazioni teatrali sono lineari e si gode della storia in tempo reale, la lettura permette di avere la libertà di ritmarsi, di andare avanti e indietro, di dare alcuni passaggi più attenzione e altri meno. E volendo – tanto nessuno interrogherà il lettore – è anche possibile saltare a piè pari le parti che sembrano non funzionare o addirittura passare a un’altra opera.

Per alcuni lettori, afferma Smith, pensare a come le opere teatrali di Shakespeare potrebbero funzionare sul palco può essere coinvolgente e creativo. Il consiglio è leggere i testi come se si fosse un regista che non deve solo seguire la storia, ma immaginare anche come dovrà dirigerla. Il drammaturgo forniva minime indicazioni sulla scenografia e quindi la maggior parte delle informazioni sono state aggiunte dai curatori nelle edizioni più moderne. Quasi tutti i registi che hanno portato in scena le opere del bardo hanno trascurato queste istruzioni non originali e hanno lavorato ponendosi domande su che cosa stesse succedendo e perché. Questo è quello che potrebbero fare i lettori che si avvicinano oggi a Shakespeare, per non dover subire il testo ma farlo proprio. La Smith dà anche un altro consiglio su questo tema: cercare di ricordare i personaggi che non parlano. Che cosa succede per esempio sui volti di chi, senza intervenire, ascolta Katherine mentre pronuncia il suo lungo e controverso discorso alla fine della Bisbetica domata?

La docente di Oxford conclude il suo articolo con un consiglio semplice quanto apparentemente difficile da seguire: non preoccuparsi nell’approcciare uno dei più grandi autori nella storia dell’umanità, in quanto l’ostacolo più grande per godersi Shakespeare è quel fastidio tanto onnipresente da far credere che la comprensione del testo sia una sorta di corsa a ostacoli, un test letterario del quoziente intellettivo. In realtà, spiega Smith, capire Shakespeare significa accettare i suoi passi meno chiari e la sua perenne ambiguità, non esistono fatti giusti o significati nascosti, non c’è ricompensa all’intelligenza di chi legge un testo che pone domande più spesso di quante volte fornisca risposte. Per esempio, Macbeth avrebbe ucciso il re senza la profezia delle streghe? È questa la domanda su cui vuole farci riflettere la commedia di Shakespeare. Era giusto che i cospiratori assassinassero Giulio Cesare? Bella domanda, dice la commedia: me lo stavo chiedendo anch’io.

In pratica, conclude Emma Smith, se si legge Shakespeare al di fuori delle aule universitarie e senza la necessità concreta di trasformare il testo in un’opera teatrale, ci si può abbandonare a una sensazione nuova e a molti del tutto sconosciuta: il piacere della lettura.

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