Il sognatore di pecore elettriche

| La narrativa di Philip K. Dick esplora temi filosofici e sociali con elementi ricorrenti come realtà alternative e stati di coscienza alterati. Ottiene il successo solo dopo la morte con un'opera diventata un film leggendario: Blade Runner

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Di Marco Belletti
Sicuramente Philip Kindred Dick è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza del mondo (sono in molti a definirlo il migliore di sempre), un visionario che ha raccontato nei suoi romanzi e racconti un futuro quanto mai simile al presente e nello stesso tempo con caratteristiche credibili in modo affascinante.

In realtà solamente dopo la sua morte è stato rivalutato dalla critica raggiungendo un enorme successo di pubblico – dapprima in Europa, in Italia in particolare – diventando uno dei più importanti autori postmoderni, precursore del cosiddetto “avantpop”, e un classico della letteratura contemporanea.

Nasce a Chicago il 16 dicembre 1928 da un parto gemellare prematuro con la sorella Jane che muore a poche settimane per malnutrizione: Dick matura per lei un senso di colpa e un morboso attaccamento tanto da volerle essere sepolto accanto in una tomba doppia.

Sembra che abbia scoperto la fantascienza ventenne, quando acquista per sbaglio “Stirring Science Stories” al posto di “Popular Science”, cioè una rivista di Science-Fiction anziché una scientifica. È amore a prima vista, anche se il primo racconto gli viene pubblicato solamente del 1952. Risale invece al 1955 il primo romanzo “Solar Lottery” (Il disco di fiamma).

Fin da subito sono ben chiari ed evidenti i temi portanti della sua visionaria opera: la manipolazione della società da parte dei poteri forti, la simulazione della realtà e la sua dissimulazione, il concetto del falso, l’uso di stupefacenti e i disturbi psichici correlati, una costante e mistica ricerca del divino.

Da allora Dick non smette più di scrivere, ritenuto a volte un pazzo e un ciarlatano, altre un profeta e un veggente fino a quando il regista Ridley Scott traduce in immagini le sue parole e con “Blade Runner” (il film tratto dal romanzo “Do Android Dream of Electric Sheeps?”, in italiano Il cacciatore di androidi) lo fa conoscere al mondo intero. È il 1982 quando la pellicola di Scott viene distribuita, ma Dick è già morto da quattro mesi e non può godersi la stima che maturerà presso i critici e l’amore di milioni di lettori.

Dopo il successo planetario di Blade Runner, Hollywood si accorge dell’esistenza di Dick, e della possibilità di produrre dell’ottima fantascienza, e saccheggia idee e spunti da romanzi e racconti dell’autore. “Total Recall” è ispirato a un suo racconto (Ricordiamo per voi) di sogni naturali e artificiali, di realtà e irrealtà che si mescolano nella mente del protagonista. In “I guardiani del destino” (da Squadra riparazioni) il protagonista vive circostanze strane e inverosimili architettate non si sa bene da chi. In “Impostor” (Impostore) un uomo vede morire una replica di se stesso, in “Next” (Non saremo noi) il protagonista prevede il futuro. E ancora “Paycheck” (Previdenza), “Screamers” (Modello Due), “A Scanner Darkly” (Un oscuro scrutare)… fino a “Minority Report” (tratto dal racconto Rapporto di minoranza), in cui tre individui dotati di poteri extrasensoriali amplificati dalla precognizione (Precog) vedono gli omicidi prima che avvengano permettendo alla polizia di arrestare i potenziali assassini, a volte prima ancora che sappiano di voler uccidere.

Oltre a capolavori come il paranoico “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” o l’ucronico “La svastica sul sole”, quello che i critici considerano l’apice artistico di Dick è “Ubik”, storia con una particolare attenzione al divino e dalle atmosfere allucinate nate dall’interferenza di due piani di realtà, uno dei quali si trasforma senza fine. Il romanzo si legge di gusto, e l’autore si destreggia tra la realtà (ma quale?) e i limiti dell’immaginazione con abilità, buttando qua e là pillole sui viaggi nel tempo, sulla soggettività, l’immortalità, l’intervento divino e l’integrità, con un effetto davvero ipnotico per il lettore.

Dick definisce così Ubik: “Informazioni salvifiche che penetrano attraverso i ‘muri’ del nostro mondo da un’entità con personalità che rappresenta una vita - e una realtà - che sostiene una forza quasi vivente”. Appare evidente che l’interno del suo cervello non deve essere stato un luogo semplice per viverci…

Scritto nel 1966, in Ubik l’autore descrive un futuro che avrebbe potuto ragionevolmente sperare di vedere, se non fosse morto prematuramente, utilizzando la tecnologia per fare sembrare strano il comportamento dei personaggi. Il protagonista Joe Chip possiede una macchina su cui “impostare il quadrante bieco del pettegolezzo” che oggi fa pensare ai social, mentre è internet in pieno la tecnologia che permette di rintracciare Joe, conoscendo le sue abitudini personali. Certo, esistono anche situazioni che lette oggi appaiono paradossali se non addirittura un po’ ridicole e fuori luogo, come le porte che si rifiutano di far uscire le persone finché non pagano quanto dovuto.

Stanislaw Lem – scrittore polacco di fantascienza, autore di “Solaris” – in un provocatorio saggio su Ubik scrive che “non ha senso stimare la probabilità futurologica di dettagli come quelli delle porte di appartamenti e frigoriferi con cui l’inquilino è costretto a discutere, perché sono ingredienti fittizi creati per due motivi: introdurre il lettore in un mondo decisamente diverso da quello attuale, e trasmettergli un certo messaggio attraverso questo mondo”. In effetti gli oggetti che Dick inserisce nelle sue trame e il modo con cui li usa aggiungono consistenza e significato alla storia e al suo contesto.

Dopo avere tentato nel 1977 il suicidio senza successo (si taglia le vene e ingerisce barbiturici a bordo della sua Fiat Spider messa in moto in garage, ma un conato di vomito gli fa rimettere i farmaci, le ferite poco profonde si coagulano e il motore dell’auto si spegne, impedendo la morte dell’uomo), a Dick purtroppo non resta molto tempo per continuare a raccontare le sue storie allucinate ma affascinanti. Il 17 febbraio 1982, dopo un colloquio di lavoro, telefona al suo medico lamentando problemi di vista, sentendosi consigliare una visita in ospedale. Non lo fa e il giorno seguente viene trovato privo di sensi sul pavimento della sua casa di Santa Ana, in California. Dopo questo primo ictus, ne subisce un altro il 25 febbraio che gli causa la morte cerebrale. Cinque giorni dopo la macchina che lo tiene in vita viene staccata per decisione del padre, che porta le ceneri al “Riverside Cemetery” di Fort Morgan (in Colorado), dove sono sepolte accanto ai resti della gemella Jane. Dick ha compiuto 53 anni da pochi mesi.

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