L'Italia è ancora (molto) omofoba

| Nel romanzo "Un'altra metà" di Streusa si racconta come l'omofobia ancora si manifesta nella società e come combatterla in modo coraggioso, aperto e senza pregiudizi

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Di Floriana Naso

Nel nostro Paese l’omofobia esiste ancora. È ben celata sui social, dove spesso si leggono frasi di solidarietà, tolleranza e uguaglianza solo per fare bella figura, perché nella vita vera, quotidiana, la verità è un’altra. Da un servizio di Sky Tg 24 si evince che il nostro Paese si trova al 32esimo posto su 49 in Europa nella classifica Rainbow Europe di Ilga sui diritti umani di persone omosessuali, bisessuali e transessuali. Inoltre in un terzo degli Stati del mondo l'omosessualità è reato, mentre in 13 vige ancora la pena di morte.

Di questo retaggio culturale radicato ci parla l’autrice Streusa nel suo romanzo autopubblicato Un’altra metà.

 

"Scrivere questo romanzo è stata una sfida, la stessa che propongo agli eventuali lettori: quella di calarsi nei panni di personaggi difficili da comprendere, per motivi diversi. Il punto di vista è soprattutto quello di Filippo, un ragazzo in apparenza frivolo e libertino, che conserva un retaggio culturale retrogrado e sessista. Crescendo comincia a rendersi conto di subirlo, grazie anche alla conoscenza di Gabriella, troppo emancipata per lui; eppure magnetica, nonostante le differenze culturali. Il genere New Adult si collega così al Romance, ma quello che in principio può sembrare un "rosa" come tanti, giunti a metà della storia, costringe a cambiare prospettiva su tutto. L’avvicinamento a persone sessualmente non conformi alla norma turberà profondamente Filippo: simpatizzare con un protagonista maschilista e omofobo è un'impresa tanto quanto lo è immedesimarsi in Gabriella, schiva e complicata, che lotta quotidianamente per la sua libertà e a volte è rassegnata alle piccole grandi sconfitte. L'ironia sugli stereotipi di genere si mescola alle tematiche LGBT, la solitudine e le difficoltà nell’affrontare l’età adulta si intrecciano, e la vera soluzione all'intolleranza e alle tante ingiustizie sociali sembra essere l’amore, che da solo riesce a oltrepassare limiti invalicabili."

 

Com’è nata l’ispirazione che ti ha portata a scrivere quest’opera?

Mi sono sempre dilettata nell’inventare storie particolari nella loro quotidianità, infatti ciò che scrivo è quasi sempre ambientato ai giorni nostri e in luoghi familiari. Però c’è sempre qualcosa di “fuori dal comune”, e l’obiettivo è proprio quello di avvicinarlo ai lettori. Inoltre sono costantemente circondata da stereotipi di genere, che avevo voglia di prendere in giro in modo spudorato, e spero di esserci riuscita. 

 

Qual è stato il passaggio più difficile da affrontare?

In generale è stata la creazione di personaggi credibili, dato che i protagonisti sono abbastanza ostici. Come ho scritto sopra, non è stato semplice entrare nella mente di un omofobo, ma lo è stato ancor di più cercare di far affezionare il lettore. È stato un processo complesso e forse per questo mi sono dilungata più del dovuto: volevo che i personaggi generassero empatia genuinamente, pur con tutti i loro difetti.

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Non voglio spacciare questo romanzo come un’opera impegnata: più che soffrire mi sono divertita, in primis all’inizio. Ma, sfatando falsi miti a suon di battute e spiegando in breve concetti ignoti ai più, penso di aver fatto anch’io informazione. La speranza è che, anche attraverso una forma di svago come leggere di una storia d’amore, la gente possa arricchirsi un po’ e incuriosirsi, che è sinonimo di uscire dall’ignoranza.

 

Quali emozioni credi che invece lascerà al lettore?

In principio immagino che sia una lettura molto soft, quasi indolore, che parla di un’età goliardica per definizione. Poi si cambia registro, però gli indizi sono sparsi da subito: già i piccoli commenti sessisti e provocatori dovrebbero lasciare un senso di fastidio a chi legge, per poi esplodere più avanti.  Vorrei che i lettori riflettessero sui tanti piccoli paradossi dei rapporti fra i generi, pure all’interno dell’eteronormatività.

 

Il messaggio della tua opera è forte. Vuoi spiegarcelo?

Il messaggio è forse fin troppo esplicito all’interno del romanzo: la libertà è reale solo se non ci si lascia condizionare, e mi piacerebbe che ognuno uscisse dagli schemi autoimposti o imposti dalla nostra società, almeno per il tempo di una lettura. Che poi il romanzo tratti di temi genderqueer e femministi, è un ulteriore motivo per riflettere su quanta strada c’è ancora da fare dal punto di vista sessuale.

 

Secondo una recente statistica, i paesi meno omofobi sono nordici, mentre l’Italia combatte ancora coi pregiudizi. Secondo te, perché?

Sarebbe troppo facile imputare tutto alla religiosità, ma non è solo questo. Sicuramente la presenza del Vaticano gioca un ruolo importante, ma è la scarsa lungimiranza dei politici, a prescindere dal colore, a impedire miglioramenti. Le leggi a volte sono più avanti della mentalità e contribuiscono a cambiarla, ma uno Stato laico è più difficile da controllare; ergo, evidentemente lo status quo è più comodo per molti.

 

Cosa occorrerebbe fare, secondo te, per combattere l’omofobia efficacemente?

Due cose soprattutto: una immediata e cioè una legge contro l’omotransobia, che è in stallo in Parlamento da anni. È assurdo che l’Italia sia ancora così indietro a questo proposito. Alla legge deve ovviamente seguire un’applicazione reale così che il reato di omotransfobia sia effettivamente percepito come tale e punito. Un provvedimento che invece vedrà i suoi frutti nel lungo termine è quello di promuovere programmi di inclusione nelle scuole, per educare i giovani al rispetto delle differenze sessuali, culturali, fisiche, ecc. in modo tale che diventino adulti senza paura del diverso.

 

A parer tuo, com’è trattata questa tematica dai Mass Media nazionali?

In modo scarso e inadeguato, tanto che non si ha la percezione di quanto le cose stiano peggiorando. Ad esempio l’Italia è al primo posto in Europa per omicidi di persone transgender, e in tv le vittime sono spesso colpevolizzate. L’hate speech da parte di figure istituzionali non aiuta, anzi istiga chi si sente legittimato a compiere atti discriminatori, contribuendo a creare un ambiente che tollera bullismo e violenza anche fisica. Fortunatamente ora più persone hanno il coraggio di ribellarsi, ma il fatto che le denunce scarseggino al Sud e siano aumentate in famiglia e a scuola fa riflettere su quanto molti subiscano in silenzio.

 

Una vittima di omofobia, bullismo, intolleranza è in tutto e per tutto discriminata. Secondo te, le nostre strutture psico-sanitarie sono in grado di supportarla adeguatamente? E credi siano sufficienti per superare i traumi patiti fin dall’adolescenza?

No, anche se non vorrei mandare messaggi troppo pessimistici. Molte cose sono migliorate, al giorno d’oggi ci sono tante associazioni che operano nel territorio, anche se solitamente solo nelle grandi città. Con internet si ha facilmente accesso ad ogni informazione, ma spesso c’è bisogno di un aiuto concreto. Molte persone LGBT hanno problemi di salute mentale non dovuti all’orientamento o all’identità, bensì al bullismo fisico e psicologico subito. Questo spiega l’elevato rischio di tossicodipendenze e tentativi di suicidio, soprattutto fra trans, che comunque possono contare su centri ONIG, MIT, ecc.

 

Che ruolo hanno le associazioni LGBT?

Un ruolo importantissimo di supporto e promozione di iniziative divulgative, ma sarebbe ingiusto scaricare ogni responsabilità a loro, a maggior ragione perché si tratta perlopiù di no-profit che si autofinanziano grazie solo al loro impegno. Ma l’impegno dev’essere di tutti, è tempo di finirla con l’automatismo secondo cui chi supporta una causa è per forza implicato in prima persona; tutti dovrebbero volere il bene comune e stare dalla parte dei diritti civili. Nel suo piccolo, ciascuno può fare molto e diventare educatore.

 

Se avessi un amico omofobo cosa gli diresti?

A prescindere dalla sessualità, caratterialmente sono una persona difficile da capire, quindi i miei amici di solito hanno una mentalità aperta! E in generale evito di avvicinarmi a gente dalle idee claustrofobiche, se non altro per antipatia. Però ho omofobi in famiglia, soprattutto anziani; lì non si può scegliere e non è facile avere buoni rapporti con chi si abbandona a commenti nauseanti. Per il quieto vivere bisogna mantenere la calma e cercare di non cadere nei facili diverbi “di pancia” che il contrastarsi a vicenda comporta. L’ironia può essere la carta migliore da giocare, più una buona dose di pazienza. Al di sopra di tutto, però, confido nell’affetto reciproco, altrimenti ogni tentativo di dialogo è perso in partenza.

 

A una vittima, invece, che consiglio daresti?

Di non affrontare tutto da soli. Ci sono diverse risorse a cui è possibile rivolgersi, da Rete Lenford, l’avvocatura che tutela i diritti LGBTI, alla Gay Help Line, il servizio di contact center. Pure Queers, l’associazione catanese di cui faccio parte, ha uno sportello d’ascolto che offre supporto psicologico professionale e promuove iniziative nelle scuole. In alcune città stanno nascendo housing sociali per persone LGBT in difficoltà, come rifugiati e giovani cacciati di casa. Almeno, adesso c’è dove cercare aiuto!

 

Progetti futuri?

Ci sono tante storie che vorrei mettere per iscritto, dopo averle infruttuosamente tenute per me. Mi sono decisa a dar loro una chance, in forma di racconto o fumetto, senza lasciarmi frenare dal pudore dovuto alla mia personalità e alla carenza di tecnica. Quindi invito a tenere d’occhio la mia pagina Facebook (o il blog) Essendo Disoccupata – altro progetto futuro: cambiare titolo, non appena avrò trovato un impiego fisso…

 

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