La libreria della Beat Generation vicina alla fine

| La “City Lights Bookstore” di San Francisco, libreria da cui sono passati alcuni fra i più grandi autori americani, sembra condannata: le resta poca liquidità prima di arrendersi. Lanciata una campagna di raccolta fondi per salvarla

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Dal “City Lights Bookstore”, al 261 di Columbus Avenue, San Francisco, è passata buona parte della storia del scorso secolo. Fondata nel 1953 da Lawrence Ferlinghetti e Peter Martin, è stata la culla della “Beat Generation”, il luogo di incontro di autori come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Neal Cassady e Norman Mailer. Gente considerata un po’ strana e troppo amante di droghe e alcol, che attraverso l’aria di libertà che spirava con forza dalla Bay Area verso la cultura Hippy”, amava riscrivere in un modo diverso e più libero la religione, la politica e il sesso, rifiutando il materialismo, le guerre e la triste condizione umana. Roba difficile, profonda e sicuramente non per tutti, specie per l’America perbenista di due decenni straordinari come i Cinquanta e i Sessanta, ma con cui perfino Hollywood aveva fatto i conti con film come “Gioventù bruciata”.

La City Lights, di tutto questo, era uno degli epicentri: se sognavi un mondo diverso, lì trovavi cibo per l’anima a sufficienza. Ferlinghetti è sempre rimasto lì, anche quando la sua libreria dava fastidio e nel 1956 aveva pagato con la galera la pubblicazione di “Urlo”, capolavoro di Ginsberg. Ma nel tempo, certe battaglie si sono placate e dove un tempo c’erano centinaia di giovani con i fiori fra i capelli adesso ci sono i colossi della Silicon Valley. La libreria ha visto passare i decenni dallo stesso angolo fra la Columbus e la Broadway, in una delle tante salite di San Francisco, trasformandosi in un monumento a se stessa, l’ultima testarda testimonianza di un tempo che non c’è più e oggi attira ancora qualche turista, quelli che sanno, sempre molti meno di quelli che passano avanti.

Ma anche il tempo della City Lights sembra sia arrivato al capolinea. Non per i 101 anni di Lawrence Ferlinghetti, che ormai si fa vedere poco, ma perché quelle vecchie vetrine rosse hanno resistito come potevano a tutto, guerre, pace, presidenti e omicidi, ma non all’editoria elettronica e ai colossi del delivery. E ora, il lockdown imposto per la pandemia, sembra il colpo finale, quello definitivo.

Elaine Katzenberger, editore e CEO di “City Lights Booksellers & Publishers”, il negozio e il suo braccio editoriale, è decisa a giocarsi l’ultima carta: una campagna “GoFundMe” per raccogliere i 300mila dollari che servono per tenere in vita il sogno della generazione perduta. “La City Lights si trova costretta ad affrontare le difficili sfide del momento: la libreria è chiusa al pubblico dal 16 marzo e così sarà ancora chissà per quanto. Ma a differenza degli altri negozi, noi non siamo in grado neanche di evadere gli ordini online, poiché fedeli ai nostri valori di libertà degli individui non vogliamo che qualcuno possa ammalarsi a causa nostra, consegnando un libro. Ma senza alcun modo di generare un minimo di reddito, le nostre riserve di liquidità si stanno rapidamente esaurendo, con bollette in scadenza e con un impegno nei confronti del nostro personale, che abbiamo mandato a casa con stipendio e assistenza sanitaria completi, e che speriamo di mantenere il più sano e finanziariamente sicuro possibile”.

Dal 10 aprile, la campagna “Keep City Lights Books Alive” ha raccolto 106.000 dollari, più di un terzo dell’obiettivo, ma non basta ancora. Nella speranza di poter riaprire, la libreria ha chiesto ai fan di tutto il mondo di condividere sui social media i loro ricordi davanti alle leggendarie vetrine della City Lights, dove è stata scritta la storia di un’altra America.

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