La vita è, o può essere, bella anche da invalidi

| L'autobiografia ("Io, vivace invalida senza frontiere") di Paola Giusti, 74 anni, che 16enne fu colpita da una disabilità motoria, racconta la sua vita straordinaria tra amori, lavoro, conflitti. Senza lamentarsi mai

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Di Floriana Naso

Non è soltanto il titolo di un fortunato film di Benigni, ma anche il motto a cui molti portatori di handicap s’ispirano per trovare la forza di superare le difficoltà con dignità e coraggio.

Con un handicap si può nascere oppure lo si può contrarre durante il trascorrere della vita: un incidente, oppure una malattia, proprio come è capitato a Paola Giusti. Un bel giorno ci si sveglia e non ci si riconosce più, qualcosa di noi è cambiato per sempre. Dopo lo smarrimento iniziale si hanno due strade: combattere con determinazione oppure arrendersi.

Paola ha deciso di lottare, perché, come ha dimostrato, vivere “normalmente” è possibile, nonostante la disgrazia che l’ha colpita da adolescente, ecco cosa racconta:

“Ho un handicap motorio permanente da quando avevo 16 anni (oggi 74) in seguito a meningomielite (misto di meningite e poliomielite). Dopo 5 anni di durissima e intensa riabilitazione, passai dalla sedia a rotelle al camminare, attraverso la fase del bastone treppiede, braccio di una persona e... finalmente libera, seppur lenta e claudicante.

Tuttavia, proprio in quello stadio "felice" concepii il suicidio, poiché non accettavo di restare invalida per sempre: io, ex-ragazzina sportiva, veloce nella corsa, brava nel lancio del peso, discreta pattinatrice e sognante di fare la trapezista nel circo… dopo 2 mesi di conflitto scelsi di vivere, ma al 200% onde recuperare i 5 anni degli ospedali, dei sacrifici e delle rinunce. 

Iniziò un'altra vita, molto intensa e soddisfacente, ricca di viaggi, anche intercontinentali, di 20 anni in Germania da sola come speaker di successo presso la Radio Nazionale Tedesca ed insegnante per i figli degli emigrati italiani, buoni guadagni, gioie professionali, relazioni sentimentali, avventure, lotte, battaglie, incessanti cure fisiche e termali per mantenere lo "status quo" delle mie gambe, fino al rimpatrio nella mia stupenda Toscana, dove proseguii nel fare scuola però, per scelta, dentro un carcere.

Ho raccontato nel libro autobiografico "IO, VIVACE INVALIDA SENZA FRONTIERE" (edito da Zona Contemporanea) che sembra un appassionante romanzo la mia realtà, comprensiva del matrimonio su una spiaggia dei Caraibi, seguito dal divorzio, dall' infortunio che dal 2008 in Firenze mi ha riportato sulla sedia a rotelle e resa disabile 100% con diritto all'accompagnamento, ai miei soggiorni invernali in Rep. Dominicana e tanto altro. Ciò che traspare è l'assoluta assenza di autocommiserazione, l'inesistenza del vittimismo, l'atteggiamento positivo, la gioia di vivere, la determinazione, l'energia ed il coraggio che tutti mi riconoscono. La lettura è talvolta umoristica, talvolta commovente, talvolta atta a riflettere.”

Non stupisce che l’autobiografia di Paola Giusti abbia vinto il primo premio in due concorsi letterari di prestigio: "Vinceremo le malattie gravi " nel 2015 e "Albero Andronico " nel 2016. Poi è stato finalista in diversi concorsi e in Lista d'Onore al Premio di Pieve S. Stefano (AR) dove è conservato nell'Archivio Diaristico e Premio Speciale della Giuria "Città di Empoli" nel 2013. Inoltre, meritatamente citato da numerose testate giornalistiche.

Intervista all’autrice.

Paola, perché hai deciso di scrivere la tua vita?

Perché tantissimi conoscenti da anni me lo dicevano, m'incalzavano poiché, secondo loro, la mia vita era (stata) molto atipica e diversa.

Quali sono, secondo te, gli aspetti che permetteranno al lettore di immedesimarsi nella protagonista?

Immedesimarsi forse nessun aspetto, eccetto chissà la mia lotta ad un ambasciatore in Germania che può evocare somiglianza con una sindacalista, ma per il resto trattasi di avvenimenti e fatti assai inconsueti, poco comuni, per esempio il mio matrimonio a 61 anni su una spiaggia tropicale con un "cioccolatino" 24 anni più giovane, oppure i miei numerosissimi viaggi intercontinentali da sola, ma certamente il lettore "mi seguirà affascinato" dalla realtà dei popoli, usanze ed esperienze che descrivo e riferisco.

Il titolo che hai scelto è particolarmente esaustivo. Hai sempre amato viaggiare, oppure hai iniziato a desiderarlo dopo la malattia?

All'età di 8 anni guardavo già la cartina geografica del mondo, chiedendomi se, nel corso della vita, sarei riuscita a visitarlo tutto. Sì, ho sempre amato viaggiare, l'handicap motorio non me lo ha impedito, il mio motto è: "la vita è un viaggio e viaggiare è vita". Quando scopro nuove località mi sento viva e felice. Malgrado che dal 2008 sia costretta a usare sempre la sedia a rotelle, continuo a muovermi, accompagnata: Cuba, New York, Barcellona, alcune isole caraibiche, il Sud Italia, Milano, Roma, Perugia, Bologna sono mete raggiunte nonostante e con la mia "carrozzina" mentre prima bastava il bastone.

Quanto ti ha aiutata la voglia d’indipendenza, e l’essere proiettata verso nuove esperienze e conoscenze? 

Tantissimo, è stata la molla, la spinta fondamentale, l'impulso determinante.

Tra tutte le tue singolari (per quei tempi) esperienze, una mi ha colpito molto: come mai hai scelto di insegnare in un carcere? Ci vuoi parlare di questa decisione?

Per curiosità. Ormai avevo 26 anni di esperienza scolastica nella scuola dell'obbligo ed ho desiderato cambiare ambiente, introdurmi in una realtà sconosciuta; è stata una tappa interessante, di cui conservo un bellissimo ricordo. Ogni volta che uscivo dal carcere apprezzavo di più la libertà.

Il messaggio del tuo scritto è chiaro: mai arrendersi. Eppure è facile, soprattutto all’inizio, perdersi nella depressione. Quale consiglio ti senti di dare a tutte quelle persone che si sono ritrovate, da un giorno all’altro, a non riconoscersi più?

La vita è bella, basta imparare ad organizzarsi, ci sono tanti sussidi ortopedici, sempre più efficienti. Se fossimo degenti con cannule, flebo, respiratori, sonde ecc. sarebbe diverso, altrimenti... la vita è bella e la si può godere.

Ritieni che nel nostro paese ci siano supporti validi, psicologici e non, per i portatori di handicap, oppure occorre fare di più?

Ho vissuto 20 anni in Germania e lì tutto era migliore per i portatori di handicap, ma lentamente il nostro Paese sta migliorando, poco a poco sta dando maggiore attenzione ai problemi della disabilità, però certamente si deve fare di più : le barriere architettoniche, per esempio, sono tuttora disseminate dovunque, in barba alla legge sulla loro eliminazione che esiste da 30 anni, e i parcheggi riservati alle persone invalide sono troppo spesso occupati abusivamente da chi magari fa le corse o camminate di 5 Km.

Qual è stato il passaggio più difficile che hai affrontato durante la stesura del libro?

Raccontare, dunque confessare, che a 21 anni avevo concepito il suicidio. Non lo avevo mai detto a nessuno, mai.

Quando ci si ammala si capiscono tante cose che prima si ignoravano e se ne vedono altre più chiaramente, perché, secondo te, questo accade raramente durante situazioni di “normalità”?

Forse perché soltanto dopo aver perso un bene se ne comprende il valore e l'importanza. Forse perché dopo si acuisce l'osservazione, l'attenzione; un cieco per esempio ha più percezione tattile di un vedente.

Qual è, a tuo avviso, la cosa che conta di più nella vita?

Certamente la salute, poi la serenità.

 

 
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