Ray Bradbury, un marziano tra noi

| Celebre per il suo libro sulle cronache del pianeta rosso, lo scrittore statunitense è il più colto tra i grandi maestri della fantascienza classica, in quanto ha elevato a livello letterario un genere considerato narrativa di consumo

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Di Marco Belletti
È il 22 agosto di 100 anni fa quando a Waukegan nell’Illinois nasce Raymond Douglas Bradbury, figlio di un operaio elettrico di origini inglesi, e di una casalinga svedese. Quando Ray – come tutti lo chiamano – ha 14 anni, la famiglia si trasferisce in California a causa del padre che perde il lavoro: qui inizia a scrivere polizieschi, noir e soprattutto racconti di fantascienza, all’inizio senza troppo successo tanto che deve creare una sua fanzine per vederli pubblicati. Bradbury occupa un posto a sé nel panorama della fantascienza in quanto il suo fantastico non è protagonista ma resta in secondo piano nell’ambito delle storie che l’autore racconta, concentrate sugli aspetti socio-filosofici degli esseri umani. Come ha spesso affermato lo stesso Bradbury, per lui “la fantascienza non è che un pretesto per dare sfogo all’estrosa fantasia, e per una protesta contro la vita di oggi”.

Diversamente rispetto ad altri scrittori di fantascienza, Bradbury non crede nella scienza e infatti nelle sue storie viene regolarmente sconfitta da letteratura, filosofia e magia. Per questi motivi, è considerato il più letterario tra i grandi maestri della fantascienza, riuscendo sempre a elevare un genere quasi sempre considerato narrativa di consumo, al livello di grande letteratura.

Bradbury in generale è un prosatore brillante che riesce a far convivere tematiche tra loro antitetiche (come per esempio la morte e il romanticismo) ma è essenzialmente un narratore dell’inconscio, e le opere migliori sono quelle che sfruttano le sue doti visionarie: “Cronache marziane” e “Fahrenheit 451” che ancora oggi sono profetici e quanto mai attuali.

Il suo primo lavoro pagato risale al 1934 quando scrive un testo per un programma radiofonico. Quando Bradbury ha 22 anni entra in una libreria e siccome indossa un lungo impermeabile, la giovane commessa (Marguerite McClure) crede che sia lì per rubare qualche volume e lo intercetta. Dapprima Ray e Maggie escono per un caffè, quindi per un cocktail, poi a una cena e alla fine la relazione si trasforma in un matrimonio di 57 anni (fino alla morte della donna) e di quattro figlie: Susan, Ramona, Bettina e Alexandra. Si sposano nel 1947 e mentre Maggie lavora a tempo pieno, Ray sta a casa e scrive, cosa decisamente inusuale negli Stati Uniti degli anni Quaranta.

Dal 1945 cominciano ad apparire su “Thrilling Wonder Storiers” e “Planet Stories” alcuni poetici racconti che nel 1950 Bradbury raccoglie in “Cronache marziane”: il libro si presenta come una specie di epopea della conquista di Marte da parte dei terrestri, ma in realtà è una dura critica al mito della frontiera e all’incapacità della nostra civiltà di cambiare e rinunciare all’istinto di sopraffazione e distruzione degli altri esseri umani. Il successo è strepitoso e Bradbury diventa improvvisamente il più popolare autore fantastico del dopoguerra, iniziando a collaborare con le più prestigiose riviste.

Nel frattempo, lo stesso anno del matrimonio è arrivata la prima consacrazione per Bradbury. Un giovanissimo editor della rivista “Mademoiselle” – che diventerà famoso con lo pseudonimo di Truman Capote – pubblica il racconto di Ray “Homecoming” che parla dell’unico ragazzo umano in una famiglia di esseri soprannaturali. La breve storia vince l’Henry Prize Stories come uno dei migliori racconti dell’anno.

In quegli anni Bradbury si reca regolarmente nella biblioteca della UCLA (l’università della California, di Los Angeles) per scrivere, ma siccome non ha la patente utilizza i mezzi pubblici. La sua avversione nei confronti della auto risale a quando, appena 16enne, assiste a un grave incidente stradale. Solo nel 1996, in un’intervista a Playboy, confesserà di aver visto “sei persone morire orribilmente in un incidente. Sono tornato a casa a piedi, aggrappato a muri e alberi. Mi ci sono voluti mesi per elaborare il fatto, quindi non guido. Ma che io guidi o meno è irrilevante, l’automobile resta l’arma più pericolosa della nostra società: le auto uccidono più delle guerre”.

Pur non avendo la patente, è alla biblioteca dell’università che nel 1951 Bradbury si reca per scrivere, in solo nove giorni, “The Fireman” ampliato due anni dopo in “Fahrenheit 451”. È il suo capolavoro, oltre che uno dei più importanti romanzi distopici insieme con “1984” di George Orwell. È una drammatica riflessione sul valore della cultura e sulla civiltà dei mass-media, definito dall’autor di “Brave New World” Aldous Huxley “il romanzo più visionario che abbia mai letto”.

Bradbury scrive “Fahrenheit 451” (il cui titolo di riferisce alla temperatura di autocombustione della carta e parla di un mondo in cui i vigili del fuoco bruciano i libri) nel seminterrato della biblioteca universitaria con una macchina da scrivere a noleggio. Tuttavia, anche se scrive nei locali dell’UCLA, Bradbury non è uno studente dell’università. “Quando mi sono diplomato – racconterà anni dopo lo scrittore al New York Times – era durante la depressione e la mia famiglia non aveva soldi. Non potevo quindi frequentare nessun college, ma per dieci anni sono andato in biblioteca tre giorni alla settimana. Credo che le biblioteche siano ideali per gli studenti senza soldi”.

Bradbury scrive le sue opere utilizzando una macchina da scrivere anche quando il computer è ormai diventato comune, e ha sempre affermato di odiare i PC, oltre a definire internet “all’antica”, qualsiasi cosa volesse dire con questa affermazione.

Buon amico di Walt Disney – lo esorta a diventare sindaco di Los Angeles – ha contribuito alla nascita di Epcot Center con una storia dedicata all’astronave Terra. È un fan spassionato dei parchi a tema Disney: “Tutti nel mondo verranno a visitarli – afferma in più occasioni – perché offrono uno sguardo sul mondo del futuro. Fanno vedere come rendere migliori gli esseri umani: se potessimo prendere in prestito alcuni dei concetti di Disneyland e Disneyworld ed Epcot, allora il mondo potrebbe essere un posto migliore”.

 

Quando gli chiedono da chi sia stato influenzato nella sua opera, Bradbury risponde di avere parecchi poeti e scrittori preferiti, tra cui Robert Frost, William Shakespeare, John Steinbeck, Aldous Huxley e Thomas Wolfe. In particolare, spiega che da Steinbeck ha imparato “a scrivere in modo oggettivo e di inserire tutti gli approfondimenti senza troppi commenti extra”.

Per lungo tempo ha affermato che una volta morto le sue ceneri avrebbero dovuto essere trasportate su Marte in un barattolo di Campbell’s Tomato Soup. In un secondo tempo cambia idea e opta per un luogo dove i fan possano andare a trovarlo e alla fine – poco prima della morte avvenuta il 5 giugno 2012 a 91 anni – ha deciso per una lapide con il suo nome e la scritta “autore di Fahrenheit 451” al Westwood Memorial Park di Los Angeles.

Pochi mesi dopo la sua morte, in occasione del 92esimo anniversario della nascita dello scrittore, la NASA ha chiamato “Bradbury Landing” il luogo all’interno del cratere Gale di Marte dove il 6 agosto 2012 sbarca il rover Mars Science Laboratory Curiosity.

Il 6 febbraio 2015 il New York Times riporta la notizia che la casa in cui Bradbury ha vissuto e scritto per 50 anni (al 10265 di Cheviot Drive a Cheviot Hills, Los Angeles, California) è stata demolita dall’acquirente, l’architetto Thom Mayne. Di Bradbury restano 27 romanzi e oltre 600 racconti, con otto milioni di libri pubblicati in 36 lingue in tutto il mondo.

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