U238, il killer silenzioso

| È la sigla del materiale utilizzato per costruire potenti proiettili d’artiglieria. La lettera “U” sta per Uranium, l’elemento chimico che da 20 anni fa strage di militari. La scrittrice Marcella Garau ne parla in un libro

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Di Floriana Naso
Dal Kosovo all’Iraq fino all’Afghanistan, la strage dimenticata dei soldati italiani per colpa dell’Uranio impoverito: 340 morti e 4mila malati. Parliamo dell’”U238”, il materiale con cui si producono i proiettili di artiglieria che perfora le corazze dei tank, ma che sviluppa temperature così alte che nebulizza i metalli, creando particelle che se inalate o ingerite possono causare forme tumorali.

Da vent’anni i reduci dalle missioni Nato in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Iraq si ammalano per le conseguenze dell’uso di questo tipo di arma. Questa terribile tematica viene affrontata anche nel romanzo autopubblicato di Marcella Garau dal titolo “Panopticon”.

Il romanzo ruota attorno alle questioni ambientali che riguardano alcune aree della Sardegna in cui sono presenti poligoni militari dove si fa uso di munizionamenti all’uranio impoverito durante le esercitazioni. La storia si svolge a Borgonuovo, un paese di fantasia che potrebbe rappresentare qualsiasi paese vicino a una di queste basi militari.

Marcella, perché hai deciso di scrivere Panopticon?

Di mestiere faccio l’editor e lavoro sui libri degli altri. Per la prima volta, mi sono voluta cimentare in un libro tutto mio. La scelta dell’argomento, invece, nasce dal fatto che dell’uranio impoverito se ne dovrebbe parlare più spesso. Il problema interessa tutti noi e invece se ne parla ancora troppo poco. L’uranio impoverito uccide. Uccide i militari che hanno maneggiato queste munizioni micidiali. Uccide la popolazione che involontariamente ne è venuta a contatto. Uccide l’ambiente, perché bonificare le zone contaminate è praticamente impossibile. 

Come mai, secondo te, le vittime dell’Uranio impoverito sono state dimenticate?

Non credo che siano state dimenticate, credo invece che le istituzioni militari preferiscano glissare. È una faccenda scomoda.

Gli studi che hai compiuto per scrivere il libro, a quale conclusione ti hanno condotta?

Prima di cominciare a scrivere il romanzo, mi sono documentata soprattutto sugli effetti dell’uranio impoverito nell’organismo delle persone: sono devastanti. Personalmente, credo che ci sia stata una leggerezza di fondo da parte delle istituzioni militari, perché non sono state in grado di tutelare le persone, militari e civili, che entravano in contatto con l’uranio impoverito. Ora che il danno è stato fatto e gli effetti cominciano a saltare fuori, trovo ingiustificabile questa ritrosia ad ammettere le responsabilità, negando la correlazione fra l’insorgenza di patologie tumorali e il contatto con l’uranio impoverito.

Quali sono stati gli effetti sulla critica e sui lettori?

Direi buoni. Oltre a piacere sul piano squisitamente narrativo, è apprezzato anche l’argomento che affronto. La presentazione del romanzo diventa sempre un pretesto per parlare di uranio impoverito. In effetti, è ciò che volevo.

Quale è stato il passaggio più difficile da scrivere?

Non ricordo passaggi di particolare difficoltà. Forse l’aspetto più complicato è a monte della scrittura, cioè nella fase di ideazione. Io racconto la storia di una comunità ai limiti del surreale - non potrebbe mai esistere un paese costruito secondo l’architettura di un panottico - che vive fatti terribilmente attuali. Nel libro parlo di uranio impoverito, ma anche di disastro ambientale, di corruzione, di controllo sociale e di potere. Mettere insieme questi due aspetti, dimensione surreale e dimensione reale, forse è stato il momento più critico.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Il desiderio di continuare a scrivere. Ho scoperto che è molto più interessante scrivere una storia tua che lavorare sulle storie degli altri.

Progetti futuri?

Ho cominciato a lavorare su un nuovo romanzo, questa volta ambientato negli anni Ottanta, durante gli “anni di piombo”. È una bella gatta da pelare.

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