Una vita in galera, ma senza condanna

| La storia di Loredana Berardi, figlia di un funzionario di Polizia Penitenziaria e per questo costretta a crescere in un carcere di massima sicurezza

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Di Floriana Naso

Capita spesso di leggere storie di ex detenuti, i quali documentano la loro vita in carcere, il rapporto con gli altri reclusi e con le guardie penitenziarie. L’orrore, gli abusi, la crudezza di una realtà che rimarrà scolpita nell’anima di ognuno di loro, per sempre. Un detenuto, però, deve scontare una pena per un reato che ha commesso. Non è nemmeno immaginabile la stessa sorte per chi non ne ha commesso alcuno, per chi è stato costretto a sopravvivere dentro un carcere di massima sicurezza per ben 11 anni rinunciando alla piena libertà, solo perché figlia del comandante della Polizia Penitenziaria (obbligato alla scorta perché continuamente sotto minaccia).

Eppure è capitata a Loredana Berardi, la quale ha trovato il coraggio di raccontare questa incredibile storia in un libro autobiografico, “Dentro l’oscurità”, edito Albatros.

Una vita fatta di rinunce e tanto silenzio, quel silenzio assordante che faceva sempre un gran rumore. Gli occhi tristi di una bambina che viveva perennemente nella paura, udendo le rivolte, alcune anche sanguinose come quella che seminò l'arrivo di “Renato Vallanzasca”. Detenuti sgozzati, due bare sotto la finestra, un ricordo indelebile ancora oggi difficile da cancellare.

Le grida rimbombanti dei carcerati che urlavano la loro voglia di libertà battendo le mani sulle sbarre delle celle. Quel sottile rumore che si sentiva in lontananza ma che poi arrivava sempre più prorompente nella sua mente, quelle manganellate, botte tra gli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti.

Chiusa dentro la sua camera al buio, accovacciata all'angolo del muro attendeva piangendo che tutto quell'incubo passasse.

L'arrivo poi di alcune minacce da parte di brigatisti accentuò ancor di più quella faticosa esistenza. Vivere sotto scorta, sentirsi osservata e diversa dalla gente e dai suoi coetanei.

Un vissuto di solitudine nella solitudine che divorava giorno dopo giorno l'anima di quella ragazzina costretta a vivere in quella devastazione.

Una sera poi quella mitragliata sulla macchina di rientro a casa con la scorta e suo padre.

Quell'agghiacciante paura di morire che scorreva dentro di lei, quello sparo che ancora oggi rimbomba nella sua mente.

Voleva solo scappare da quella prigione per vivere una vita normale.

Le prime fobie, il chiuso, il buio, ricoverata più volte in clinica, sedata per colmare quelle forti crisi di pianto attraverso una cura che la faceva dormire per giorni e giorni.

Quella voglia di libertà, quelle urla incomprese di una piccola donna, poi una notte quel malvagio sogno, quella voce malefica nella sua testa che la terrorizzò per tutta la vita.

Vivere o morire?

Quella lametta che accarezzava dolcemente il suo polso per punirsi da una vita che non aveva scelto.

La scioccante scoperta di essere stata adottata, abbandonata dalla sua madre biologica perché nata da una storia extraconiugale. Una figlia illegittima, un peccato d'amore.

Il trauma più lesionante della sua anima già colma di lividi.

L'inizio di una nuova eterna condanna fatta di depressione, attacchi di panico, claustrofobia e bulimia. Aveva deciso di trasformare quel suo bellissimo corpo per non piacere più, per attutire tutta quella rabbia e quel dolore lacerante.

Una discesa verso la morte, con quella voce che torturava sempre di più la sua psiche. Ma in tutto quel calvario ci fu qualcuno che le tese una mano per aiutarla.

Un lungo percorso terapeutico, individuale e di gruppo, portarono molto lentamente ad una nuova rinascita della ragazza.

Lontano da tutti quei fantasmi del suo passato per ritornare a vivere una vita normale da sola, una lenta agonia perché quando iniziò a tirar fuori tutto quello che aveva dentro, anche il suo corpo incominciò a ribellarsi, attraverso la balbuzie e poi con il vomito. Un inferno durato anni ed anni, dove alla fine, è uscita vittoriosa.

L'inaspettato incontro con quei brigatisti e una strana amicizia nata grazie all'amore per la scrittura, un faccia a faccia con chi per anni aveva minacciato la sua vita vivendo sotto scorta.

Un confronto dovuto e voluto con tanta paura, dove alla fine quei terroristi portarono l'autrice nel loro sanguinoso mondo, attraverso una serie d'incontri scolatici che avevano intrapreso, per raccontare ai ragazzi delle scuole superiori la loro vita criminale. Due vite parallele, il bene e il male...

Un vissuto nell'oscurità, dove l'autrice con coraggio, è riuscita a rialzarsi, esaudendo il suo grande sogno: diventare una scrittrice.

Intervista all’autrice.

Loredana, perché sei stata costretta a trascorrere gran parte della tua infanzia e adolescenza in un carcere minorile, prima e in uno di massima sicurezza, poi? 

Per il lavoro di mio padre. Mi ero rassegnata ad una vita che non sentivo mia, costretta a vivere nel buio più totale, nella paura perenne di morire. Non era facile per una bambina adattarsi a tutto questo. Piangevo la notte, nel silenzio che avvolgeva la mia camera pregavo che un giorno tutto quell’incubo potesse finire.

Come si svolge la vita in un carcere da un non detenuto? Quali sono le regole a cui ci si deve attenere?

Potevamo uscire solo accompagnata dalla scorta, dovevamo sottostare a tutto questo. Io non avevo nessuna amica che mi veniva a trovare perché avevano tutti paura di entrare dentro quel carcere. La regola più pesante fu quella di rinunciare alla libertà...

Per i detenuti, invece, la permanenza in carcere è così disumana come ci viene documentata dai mass media nazionali?

Io sentivo le loro urla durante le rivolte, quelle mani appoggiate verso le sbarre per gridare quella sete di libertà. Era un caos, gli agenti che correvano, la sirena che suonava...

Come sei riuscita a trovare il coraggio di rivivere tutti quegli anni tormentati per raccontarli nella tua autobiografia e perché hai deciso di scriverla?

Ho voluto raccontare la mia storia per poter essere d’aiuto a tante persone che soffrono, per dare una speranza alla vita. La forza di reagire, di vivere la vita nonostante tutto perché merita di essere vissuta sempre, nel bene e nel male. E’ stato terapeutico rivivere tanti momenti, ho finalmente chiuso tutte quelle porte del mio passato che erano rimaste ancora aperte. Oggi vivo una nuova vita con serenità.

Nella tua opera racconti di eventi drammatici: attacchi di panico, autolesionismo e depressione. Come sei riuscita a superare tutto questo?

Ho dovuto fare un lungo e faticoso percorso terapeutico, farmacologico al bisogno. E’ stata durissima, ci sono stati alcuni momenti di grande sconforto ma non poteva finire così. Ho tirato fuori tutta quella forza che non credevo di avere perché la vita mi doveva dare in fondo una seconda possibilità. Ho combattuto contro tutta quella rabbia che mi stava uccidendo ed è stata proprio quel grido di dolore che alla fine è diventato la mia grande forza.

Nel tuo libro racconti di aver saputo, a un certo punto della tua vita, di essere stata adottata. Il rapporto con i tuoi genitori subisce un cambiamento rispetto al passato? Quali conseguenze ti ha lasciato? 

All’inizio avevo perso ogni riferimento sentendomi sprofondare sempre di più verso l’abisso senza più credere a niente e nessuno, perdendo anche di vista i valori più importati: la famiglia. Poi la mia mamma adottiva (mia madre in tutti i sensi) con grande amore e pazienza, mi raccontò quello che mi era accaduto quando ero nata.

Come avviene, e perché, l’incontro con i brigatisti e dove ti porterà?

L’incontro con i brigatisti avvenne durante la collaborazione per un giornalino di Novara, senza sapere nulla erano loro i fondatori. Così dopo vari incontri alla fine decisero di raccontarmi chi erano e quello che avevano fatto. Avevo davanti a me coloro che comunque avevano segnato una parte della mia vita. Avevano saputo chi ero, la figlia dell’ex comandante...

All’inizio non fu facile perché prima di sapere tutta la verità tra noi si era creata un’amicizia tanto che alla fine decisero di portarmi con loro nelle scuole dove attraverso un progetto scolastico, raccontavano agli studenti le loro vite da brigatisti.

Chi era Loredana durante gli anni in carcere e chi è adesso?

Era una bambina debole, oggi sono una donna forte.

Come si è espressa la critica nei confronti della tua autobiografia? Qual è la domanda che più spesso ti hanno rivolto?

E’ stata molto positiva. La domanda più sovente è stata la vita in carcere... ha colpito tutti l’amara esperienza di una piccola fanciulla dentro un carcere di massima sicurezza.

Cosa vorresti per il tuo futuro?

La serenità...

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