Vittime solo perché donne

| Nell'antologia "4 Petali Rossi, frammenti di vite spezzate", quattro scrittrici hanno deciso di raccontare altrettante storie di donne finite nella mani di carnefici senza scrupoli. Parte del ricavato sarà devoluto a un centro antiviolenza

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Di Floriana Naso
Ogni giorno siamo testimoni di barbari uxoricidi, di abusi di potere da parte di uomini che si credono tali solo sottomettendo, umiliando e costringendo una donna a piegarsi nel silenzio. Con la forza. Con la violenza. E più la società grida BASTA, più questi comportamenti criminali sembrano aumentare.

Perché? Quanto dovranno ancora pagare le donne per il diritto alla libertà di pensiero e di parola? Per esercitare la propria autonomia con dignità?

Tali domande arrancano ancora nel fango in cerca di risposte. Ma noi donne non intendiamo arrenderci, siamo decise a sfidare la sorte a testa alta, convinte che l’informazione e la denuncia siano le uniche risorse a disposizione per sensibilizzare i più deboli a non cedere, laddove scellerati retaggi culturali cerchino di dominarli. Per avere giustizia, quando questa ci viene negata. 

Nasce così l’antologia “4 Petali Rossi, frammenti di storie spezzate”.

Troppe volte ci sono storie che non vengono raccontate.

Parole imbrigliate sotto strati spessi di silenzi che non trovano la forza di trasformarsi in grida acute e disperate.

Le labbra restano serrate e ferite, a volte sanguinano come l’anima e il cuore, altre volte si sollevano appena in un impeto coraggioso ma poi tremano forte e si richiudono, senza riuscire ad emettere nessuno dei suoni distorti che mascherano un’angosciante verità.

Sono storie abortite, che non nasceranno mai e che anzi, spesso, portano alla morte: sono le storie delle donne vittime di violenze.

Per provare a dare forza e voce ad alcune di loro, quattro scrittrici hanno deciso di realizzare questo progetto per dare voce alle donne, anche quelle che non ce l'hanno più e accendere una piccola luce, in quel buio opprimente che troppe volte, e ormai quasi ogni giorno, colpisce silenziosamente e si porta via una sorella, una figlia, una madre, un’amica.

L'antologia solidale contro la violenza sulle donne di Arpeggio Libero finanzia il lavoro 

della “Casa delle donne nella Marsica”, una casa rifugio creata dal centro antiviolenza BeFree.

Quattro racconti: “Bella da rubare” di Arianna Berna, “Il coraggio di raccontare” di Loriana Lucciarini, “L'equilibrio perfetto” di Monica Coppola, “Una gabbia di vita” di Silvia Devitofrancesco.

All'interno del volume anche un breve “manuale SOS” scritto da BeFree che illustra come comportarsi in caso di familiare e/o amica coinvolta in situazioni di violenza e gli elementi che possono indicare una situazione relazionale a rischio. L'antologia solidale destina parte del ricavato delle vendite al centro antiviolenza BeFree per il progetto “Casa delle donne nella Marsica”. Un progetto importante, per dare voce alle donne un progetto non fatto solo di parole ma anche fatti!

Intervista a Loriana Lucciarini.

Come nasce questa antologia e perché?

Noi autrici una sera ci siamo ritrovate su Facebook a commentare l’ennesima notizia di femminicidio e ognuna di noi sentiva forte questo tema. Piene di sconforto e rabbia ci siamo dette: possiamo fare qualcosa? La risposta è stata sì: possiamo fare opera di sensibilizzazione grazie a quello che sappiamo fare, cioè raccontare. Poi ci siamo chieste: possiamo fare anche qualcosa di più? E la risposta è stata sì: oltre a informare e creare un vero supporto per le donne vittime di violenza, possiamo scegliere di devolvere il ricavato delle vendite a un progetto concreto. Ecco, è nata così l’idea del progetto di “4 Petali Rossi”.

Chi sono le protagoniste dei racconti e cosa accade loro?

Le protagoniste sono donne... e poi ci sono altre donne che, nel momento del bisogno, diventano sostegno e forza per riuscire a uscire dalla spirale di violenza. In Bella da rubare Gaia toccherà con mano l’umiliazione di essere esposta al pubblico, perché una sua foto privata viene utilizzata, a sua insaputa, per una campagna pubblicitaria, mettendo in crisi le relazioni affettive e compromettendo la sua immagine. Nel secondo racconto, Il coraggio di raccontare, si narra la dura storia di Selina, di Hasa, di Adila e delle tante donne vittime della violenza della guerra. I fatti storici sono quelli dello stupro etnico avvenuto durante la guerra dei Balcani, una violenza che ha segnato per sempre la vita di molte donne. I fatti riportati sono stati estrapolati dagli atti del processo svoltosi presso il Tribunale internazionale dell’Aja, il primo o definire lo stupro crimine contro l’umanità. Anche se la storia di Selina è frutto di fantasia, alcuni personaggi citati nel racconto sono esistiti davvero (ad esempio, Meijrina è una delle testimoni d’accusa al processo). Anne, di cui parla il terzo racconto, L’equilibrio perfetto,ha un passato doloroso alle spalle, figlio di violenza assistita. La ritroviamo da adulta e la scopriamo in cerca di serenità, in una vita fatta di piccole cose. Quando incontra Marco i colori esplodono nella sua esistenza e il nuovo amore la travolge. Un amore che però si rivelerà bugiardo e manipolatore e che la ingannerà fino all’epilogo più tragico. Alba, l’ultima protagonista di Una gabbia di vita,è una giovane come tante. Ragazza semplice e sognatrice, lavora in una panetteria e sarà proprio lì, tra panini e dolci, che la giovane incontrerà un uomo che le farà perdere la testa. L’uomo perfetto, pronto a regalarle attenzioni fino a quando l’amore non si trasformerà in una gabbia e diventerà la trappola perfetta ordita dall’abile manipolatore.

Perché, a tuo avviso, è difficile denunciare violenze e abusi da parte delle donne che ne sono vittime?

Perché spesso la violenza parte da una manipolazione psicologica, per poi crescere e giungere anche a forme di abuso fisico. Lentamente, con uno stillicidio costante e continuo nel tempo, gli abusanti arrivano a minare l’autostima della donna, compromettendone la capacità di osservare criticamente il tipo di relazione che hanno intrapreso, per individuarne i segnali di rischio e individuare i comportamenti vessatori. 

Spesso poi non è facile per la donna prenderne atto, perché il ritrovarsi vittime finisce per essere vissuto come una colpa, come un errore. E invece è importante non colpevolizzarsi perché ognuna di noi può cadere vittima di violenza, fisica o psicologica e non è una questione di fragilità, come la società tende a farci credere.

Che ruolo svolgono i centri antiviolenza e quanto sono importanti?

I centri antiviolenza offrono sostegno alle donne vittime di abusi: è ai Cav che una donna fa ricorso quando decide di voler uscire dalla spirale che la sta annientando. 

In queste strutture si ottiene sostegno legale e morale, supporto psicologico, percorsi di empowerment e, in alcuni casi, anche luoghi protetti dove potersi rifugiarsi per sfuggire a situazioni di violenza.

In Italia, dove la politica ancora è carente sulle misure adottate in termini di contrasto a questo fenomeno, i Cav svolgono un lavoro fondamentale e importantissimo che però non viene riconosciuto. Infatti, molti di questi centri rischiano di chiudere per mancanza di fondi. Assurdo, no?

 Il confine tra amore e gelosia è sottilissimo. Anche quello tra un attimo di rabbia e l’inizio di un comportamento molesto. Quali sono i campanelli d’allarme che dovrebbero allertare?

Una relazione d’amore che si basa sugli equilibri di potere è già il primo campanello d’allarme. 

La mancanza di rispetto, il volerci cambiare a tutti i costi, il non rispettare il nostro pensiero o i nostri desideri sono altri elementi che indicano una relazione a rischio.

All’interno di “4 Petali Rossi” abbiamo inserito un manuale Sos, redatto dalle operatrici del centro antiviolenza, in cui si elencano alcuni comportamenti che sono il segnale di una relazione tossica, malata.

Qual è la molla che, a tuo avviso, scatta innescando un abuso o una violenza fisica e psicologica ai danni di una donna?

Si parte da lontano: dalla cultura patriarcale e maschilista. La donna, che per secoli ha avuto un ruolo di sudditanza rispetto all’uomo, da cui dipendeva anche per il sostentamento economico, non viene vista come persona ma come proprietà. È questo a scatenare il senso di possesso, che spesso si trasforma in violenza, in dominio, in controllo.

 Si dice che quando una vittima di abusi decide di denunciare rimane sola. È proprio così? Che ruolo hanno la famiglia di origine e la famiglia dell’ex compagno nei suoi confronti?

Troppo spesso la cronaca ci dimostra che questo purtroppo è vero perché la base culturale è la stessa e gli altri protagonisti di queste vicende violente si muovo in base agli stessi stereotipi di cui sono vittime. 

Un cambiamento però sta avvenendo, soprattutto fra le donne che si informano, vogliono capire, decidono di agire in prima persona, diventano portatrici di una visione diversa. Sembra è poco ma lo ritengo invece importantissimo.

Cosa occorrerebbe fare, a parer tuo, per arginare il fenomeno dei femminicidi e per migliorare l’assistenza alle vittime?

Introdurre l’educazione emotiva nelle scuole permetterebbe alle nuove generazioni di sperimentare il riconoscimento dell’altro in quanto persona e, di conseguenza, sviluppare empatia e rispetto, elementi necessari per creare una relazione sana. Occorre operare un cambiamento profondo, culturale e, contestualmente, agire con norme penali severe a contrasto del fenomeno. È fondamentale poi supportare economicamente il lavoro dei centri antiviolenza, che sono in prima linea e offrono un importante a sostegno alle donne vittime di violenza.

L'antologia solidale destina parte del ricavato delle vendite al centro antiviolenza BeFree per il progetto “Casa delle donne nella Marsica”. Ce ne vuoi parlare?

La Casa delle donne nella Marsica è stata aperta ormai da un paio d’anni e ha già offerto supporto e assistenza a molte donne con i relativi figli. È una struttura protetta, nel cuore della Marsica (L’Aquila), dove le donne posso ritrovarsi e ricostruirsi. 

Il centro è gestito dalla Cooperativa sociale BeFree che ha vari centri antiviolenza sparsi in Italia e gestisce anche un servizio Sos h24 presso l’Ospedale San Camillo.

Progetti futuri?

“4 Petali Rossi” ha già realizzato un concorso letterario per sensibilizzare sul tema, che ha coinvolto più di settanta autori… Faremo altro? Per ora non so: le quattro writerssono impegnate in percorsi personali di scrittura eppure nonostante la distanza e le difficoltà si sono realizzati nuovi progetti solidali e di beneficenza fra alcune di noi, ne è la prova il volume «L’amore tantrico è un piatto vegano, ma in crociera no!» pubblicato con Le Mezzelane casa editrice, di cui sono ideatrice e curatrice assieme a Maria Sabina Coluccia, che destina il ricavato delle vendite all’Ospedale Salesi di Ancona. Insomma, dare un senso a quello che facciamo ci piace, tanto!

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