Arnold Schoenberg e la sfortuna fatta musica

| Da sempre alcuni numeri sono di cattivo auspicio e talvolta l’antipatia nei loro confronti assume toni parossistici. È il caso del musicista viennese che nutriva un’avversione profonda per il 13, tanto che lo eliminò da tutte le sue opere

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di Marco Belletti

Risale a qualche giorno fa la notizia di un napoletano superstizioso che, imputato a Milano e processato in rito abbreviato per truffa, quando ha sentito che la data dell’udienza era stata fissata il 17 ottobre, ha chiesto e ottenuto che fosse spostata al 24 in quanto ha affermato che il 17 “porta male”. Il giudice dell’udienza preliminare ha fatto presente che non sarebbe stato un venerdì al che l’imputato ha replicato che in quel caso non sarebbe neppure uscito di casa.

Il 17 è ritenuto particolarmente sfortunato in Italia anche se già nell’antica Grecia i seguaci di Pitagora lo consideravano da evitare in quanto si poneva tra il 16 e il 18, perfetti nella loro rappresentazione di quadrilateri (4×4 e 3×6). Inoltre, nell’Antico Testamento è scritto che il diluvio universale cominciò il 17 del secondo mese del seicentesimo anno di vita di Noè e sulle tombe dei defunti dell’antica Roma era comune la scritta “VIXI” (vissi e quindi sono morto) anagramma di XVII, cioè 17 nella numerazione latina. Se al 17 si aggiunge il venerdì (dal venerdì santo, giorno della morte di Gesù) ecco che il risultato per i superstiziosi è deleterio, una somma di elementi negativi con un elevatissimo livello di sfortuna.

In realtà non è il 17 a essere il numero iellato per eccellenza: nei Paesi anglosassoni e ormai in quasi tutto il mondo è il 13 a essere particolarmente sfortunato. L’insofferenza verso questo numero è detta anche triscaidecafobia, dal greco τρεισκαίδεκα, treiskaídeka cioè tredici, e φόβος, fóbos cioè paura.

L’origine di questa superstizione non è chiara: probabilmente il fatto che il 13 segua il 12 (numero considerato positivo in molte culture e composto multi-divisibile – per 1, 2, 3, 4, 6) e che sia un numero primo, hanno contribuito a renderlo “sfortunato”. 

Alcuni ritengono che l'avversione verso il 13 abbia radici mitologiche e religiose. Il viscido e malvagio dio Loki della mitologia scandinava era la tredicesima divinità del pantheon norreno, mentre intorno alla tavola dell’ultima cena con Gesù i commensali erano tredici e siccome l’ultimo era Giuda, è facile comprendere l’antipatia verso questo numero.

Infine, alcuni storici affermano che è un evento realmente avvenuto che contribuisce a rendere il 13 sfortunato: la data in cui furono arrestati i cavalieri templari che, con le maledizioni lanciate verso il re di Francia Filippo IV il Bello durante le torture che subirono, hanno reso quel giorno – venerdì 13 ottobre 1307 – particolarmente disgraziato.

L’avversione verso una data o contro un numero che comprendono il 13 può raggiungere livelli maniacali. Chi per tutta la vita fu dominato dal terrore del numero 13 fu Arnold Schönberg: per ironia della sorta il grande compositore viennese, naturalizzato statunitense, era nato il 13 settembre 1874, è morì il 13 luglio 1951 a 76 anni (7+6=13).

Il musicista era convinto che essere nato il 13 del mese avrebbe avuto conseguenze per lui fatali e ha evitato stanze, edifici e qualsiasi oggetto correlato al numero 13. La sua fu una vera ossessione, tanto che nei manoscritti musicali sostituì il 13 con “12a” e nella sua opera “Moses and Aron”, Schönberg non scrisse correttamente Aaron con due a per evitare che il titolo avesse 13 lettere.

Inoltre, quando nel 1939 compì 65 anni cadde quasi in depressione perché 65 è un multiplo di 13. “Quando – scrisse Schönberg in una lettera a un amico – questo cinque volte tredici anni passerà, allora avrò altri 13 anni davanti a me”.

In realtà il musicista non riuscì a raggiungere il compleanno numero 78, cioè il successivo multiplo di tredici (6x13=78), in quanto il 13 settembre 1951 – quando compì 76 anni – qualcuno gli fece notare che la somma di 7 e 6 dava 13 e quindi Schönberg precipitò in una sorta di depressione che gli rovinò la vita. E addirittura venerdì 13 luglio 1951 fu costretto tutto il giorno a letto in uno stato di ansia e turbamento totali, tanto da morirne. La moglie Gertrud confidò alla cognata che suo marito morì alle 23:47, a soli 13 minuti dalla fine di quel maledetto venerdì 13.

Schönberg deve la sua fama al fatto di avere scritto musica completamente al di fuori dalle regole del sistema tonale, avendo messo a punto il metodo di composizione detto della dodecafonia: è stata una fortuna che la scala musicale sia suddivisa in 12 suoni in quanto, se fossero stati 13, quasi sicuramente il compositore non avrebbe avviato la sperimentazione che gli ha permesso di creare la dodecafonia.

Il metodo elaborato da Schönberg tra il 1908 e il 1923 è la prima formulazione del concetto di serialità – grande novità nella musica del Novecento – cioè ripetizione e variazione di una sequenza (serie) secondo altezza, ritmo, timbro e livelli di intensità sonora.

La dodecafonia rifiuta tutte le regole compositive per adottarne una sola: la musica deve svilupparsi lungo una melodia e con un’armonia che evitino nel modo più assoluto che un suono sia ripetuto prima che gli altri 11 non siano stati suonati. 

Pertanto, si dispongono le dodici note della scala cromatica in un determinato ordine, formando una serie: tutti i suoni sono uguali e non hanno relazioni gerarchiche di tono. Dalla serie originale, capovolgendola e rovesciando la direzione degli intervalli, si ottiene una seconda serie detta inversa. Sempre dalla serie originale, procedendo dalla fine all’inizio, si ottiene un’altra serie secondo la tecnica della retrogradazione. Infine, una quarta serie è ottenuta con l’inversione della retrograda e quindi tutte le serie possono essere replicate a partire da ciascuno dei semitoni della scala cromatica.

Per provare a rendere comprensibile il concetto delle quattro serie, è stato inventato un metodo che utilizza le consonanti b, d, p e q del nostro alfabeto. Indicando la serie originale con “b”, l’inversa si ottiene capovolgendo la lettera verso il basso, che diventa “p”. Tornando alla “b”, per ottenere la serie retrograda è sufficiente ruotare verso sinistra la lettera, ottenendo la “d”. Infine, per la quarta e ultima serie è sufficiente ribaltare e capovolgere la “b” che diventa così “q”.

La dodecafonia può sembrare un sistema più matematico che musicale anche se – come affermò lo stesso Schönberg – quel che importa non è come se ne serve ma che cosa comunica utilizzandolo. Secondo la figlia Nuria, sembra che il compositore, per spiegare la sua musica affermasse: “Un cinese non parla soltanto in cinese, ma dice qualcosa. È questo che conta, non la lingua che usa”.

Nonostante non sia facile riuscire ad apprezzare la musica che Schönberg scrisse, come dargli torto?

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