Mafia Sounding, spaghetti & lupare

| Decine di locali in tutto il mondo accostano definizioni come Mafia, Camorra e Cosa Nostra ai piaceri della tavola. Uno stereotipo che diventa anche un grave danno d’immagine

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C’è una frase di Don Vito Corleone, il boss mafioso interpretato da Marlon Brando nella saga de “Il Padrino”, che la dice lunga: “La mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo”. A qualche decennio di distanza, la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra e “Cosa nostra”, alcuni dei peggiori fenomeni criminali partiti dall’Italia per arrivare in tutto il mondo, si sono trasformati in altrettanti brand che rendono milioni di dollari.

Non si tratta di lupare, morti ammazzati, faide tra clan e altre porcherie che riempiono le pagine di cronaca nera, ma piuttosto di pizza, pasta e mozzarella. È un fenomeno inarrestabile, che si basa su un’equazione infallibile: mafia significa Italia, e Italia è sinonimo di buona cucina. C’è poco da vantarsi, anche perché è automatico aggiungere una voce in più all’idea che gli italiani siano stilisti, esperti di calcio e bravissimi a costruire supercar, ma restano soprattutto mafiosi.

In giro per il mondo, ma davvero ovunque, è un proliferare di pizzerie che si chiamano “Mafia”, di trattorie “Camorra” e take-away “Cosa Nostra”. Un fenomeno che ha addirittura un nome preciso: “Mafia Sounding”, e fa riferimento alla sonorità della parola mafia per alludere ai piaceri della gastronomia italiana. Un caso di cui si occupa da tempo anche la “Coldiretti”, che parla di evocazioni pericolose, con “pesanti danni d’immagine verso il made in Italy”. L’associazione che raggruppa gli addetti all’agricoltura italiana ha fatto di più, raccogliendo intorno al mondo esempi di italianità distorta sotto forma di prodotti in cui l’Italia fa capolino filtrata nelle definizioni malavitose: in Bulgaria spopola  il “Caffè Mafiozzo”, gli snack “Chilli Mafia” vanno come il vento in Gran Bretagna, mentre in Germania niente è meglio di “SauceMaffia”, un condimento per le patatine, e in Belgio la “SauceMaffioso” è l’ideale per condire un bel piatto di pasta. Per finire con le spezie “Mafia Shooting”, la salsa “Wicked Cosa Nostra” e “The Mafia Cookbook”, un libro-raccolta di ricette italiane scritto da Joe Diner, membro della famiglia Gambino, i consigli gastronomici del sito “Mammamafiosa” e le caramelle di “CandyMafia”.

In realtà, come raccontano le forze dell’ordine, nella stessa penisola si contano almeno 5.000 locali o aziende gestiti da boss e clan, magari in modo indiretto. La ‘ndrina Piromalli, calabrese di Gioia Tauro, pare abbia forti interessi nel mercato della carne, mentre Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa Nostra al primo posto della lista dei ricercati, è attivo nel settore dell’olio di oliva, e i casalesi sono specializzati nella mozzarella di bufala. Uno degli ultimi esempi italiani è il “Corelone by Lucia Riina”, il ristorante aperto a Parigi dalla figlia di Totò, il defunto boss dei boss.

Ma quella italiana è una cifra perfino irrisoria, rispetto a ciò che succede al di là dei nostri confini: Kiev, Hurgada, Saragoza, Denver, Minneapolis, Vienna, Pukhet, Johannesburg e Amman, sono città dove è possibile almeno un locale che nel nome includa uno termini citati prima. Quelli più fantasiosi giocano di fino scrivendo sull’insegna “Corleone”, oppure “Don Vito” e “Il Padrino”, ma chi non ha voglia di perdere troppo tempo va sul sicuro affidandosi a “Bella Mafia” o “Pizza Camorra”, sicuro di non sbagliare.

Capita spesso che le nostre ambasciate provino a protestare, ma è una battaglia persa, perché per un Mafia Resturant che chiude è pronto un Camorra Bistrot. E questo senza contare che lo scorso anno, una sentenza del tribunale europeo, ha addirittura proibito lo sfruttamento commerciale di termini denigratori come Mafia, che banalizzano un fenomeno criminale di cui andar poco fieri.

Uno dei casi più eclatanti arriva della Spagna, dove la catena “La Mafia se sienta a la mesa” (La mafia si siede a tavola), vanta ormai 40 locali in tutto il paese. Nel 2016 avevano addirittura lanciato una campagna premi in cui era possibile vincere un viaggio-soggiorno “Nell’Italia del Padrino”. Contro la catena spagnola l’Italia ha presentato ricorso all’UE, ricevendo ben due sentenze che danno ragione al nostro paese, ma gli spagnoli non sembrano intenzionati a cambiare ragione sociale. La Mafia tira.

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