Ranavalona I, la spietata sovrana del Madagascar

| Salita al potere grazie all’avvelenamento del marito, la regina si dimostra presto un sanguinario tiranno, sterminando la sua popolazione e chiudendo il Paese al commercio. Tra le sue vittime numerosi missionari cristiani

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Di Marco Belletti
È abbastanza comune in numerose tradizioni del mondo assegnare a un neonato il nome del proprio nonno o nonna – se non addirittura quello di un genitore, seguito a volte dal suffisso jr – creando una certa confusione quando alle feste di famiglia una schiera di cuginetti risponde allo stesso nome. Analoga situazione si ha nelle famiglie reali, come per esempio quella francese in cui di Luigi ce ne sono stati quasi trenta.

Completamente diverso il caso del Madagascar alla fine del Settecento. Nel regno “Menabe” (uno dei molti che componevano l’isola africana) l’erede al trono principe Andriantsalamanjaka e sua moglie la principessa Rabodonandriantompo nel 1778 hanno una figlia, cui impongono il nome di Rabodoandrianampoinimerina. Fortunatamente per chi deve studiare la storia di quel Paese, la piccola viene subito soprannominata Ranavalo-Manjaka o anche solo Ramavo, per poi diventare definitivamente Ranavalona quando sposa il cugino di secondo grado Radama I, re dei Merina e sovrano del regno di Madagascar.

Quello di Radama e Ranavalona non è ovviamente un matrimonio d’amore, ma una manovra politica (riuscita) per riunire sotto un’unica corona i due regni malgasci Menabe e Merina. Radama è un re aperto ai commerci con l’Europa e la sua passione è la danza tanto da accennare alcuni passi quando riceve notizie positive e da far eseguire alla sua guardia personale ogni volta che può le danze guerriere del suo popolo. Non è chiaro se Ranavalona sia infastidita più dagli atteggiamenti sociali o da quelli politici, di certo c’è soltanto che Radama muore poco più che 30enne quasi certamente avvelenato dalla moglie che gli subentra come capo dello stato, facendo precipitare il Madagascar in un lungo periodo tragico della sua storia.

Infatti, non appena insediata come sovrana assoluta, Ranavalona I persegue una politica di isolazionismo e indipendenza commerciale, riduce i legami economici e politici con le potenze europee, sradica il piccolo ma in crescita movimento cristiano malgascio approvato da Radama e affidato alla London Missionary Society. La regina si dimostra particolarmente spietata nei confronti di stranieri, missionari e convertiti al Cristianesimo, tanto che chiunque viene trovato in possesso di una Bibbia è condannato a morte, con esecuzioni piuttosto brutali. Secondo la gravità del reato commesso, i malcapitati vengono fatti precipitare da alte rupi, ricoperti di pelli di animali insanguinate e dati in pasto a cani randagi, legati a gioghi e abbandonati nella foresta a morire di fami o divorati dalle bestie selvagge. L’esecuzione preferita di Ranavalona consiste nel calare il prigioniero in fondo a un pozzo e far poi versare su di lui una grande quantità di acqua bollente: sembra che siano state oltre 150 mila le persone giustiziate in questo modo.

Non c’è da stupirsi se il lungo regno di questa violenta regina viene ricordato come “tany maizina”, ossia il periodo in cui la Terra è oscura. Inoltre, Ranavalona utilizza per i suoi scopi la pratica del “fanompoana”, l’imposizione dei lavori forzati come pagamento delle tasse: riesce in questo modo a completare opere pubbliche e a sviluppare un forte esercito permanente composto da circa 30 mila soldati, utilizzato per imporre la sua pace nelle regioni periferiche dell’isola, espandendo ulteriormente il suo regno.

Massacri, lavori forzati, guerre sono la tragica combinazione di fatti che portano la popolazione del Madagascar a dimezzarsi nel giro di sette anni, passando dai 5 milioni del 1833 ai 2 milioni e mezzo nel 1839.

Oltre a sradicare ogni possibile corrente innovativa, Ranavalona persegue il suo obiettivo anti-europeo e anti-cristiano restaurando usanze tradizionali malgasce che i sovrani prima di lei avevano cercato di eliminare, come la “prova del tangena”. Tangena è il nome indigeno di una specie arborea che produce noci altamente tossiche, storicamente date da mangiare alle persone sotto processo in modo che gli dei possano provare la loro innocenza, salvandoli dall’avvelenamento.

Questa tradizionale prova risale al XVI secolo e si stima che durante il regno di Ranavalona I sia stata responsabile della morte del 2 per cento della popolazione. La convinzione popolare della sua veridicità è così radicata che le persone innocenti non esitavano a sottomettersi al test. L’uso del tangena viene abolito dal figlio di Ranavalona, ma la pratica durerà ancora decenni.

Nel frattempo la spietata regina il 16 agosto 1861 a 83 anni muore nel sonno, il suo corpo deposto in una bara d’argento nella città reale e in suo onore sono macellati 12 mila zebù e la carne distribuita alla popolazione. Durante il funerale solenne, un’esplosione accidentale e il conseguente incendio provocano la morte di alcune persone e la distruzione di tre residenze reali. Dopo nove mesi di lutto nazionale, sale al trono il figlio di Ranavalona, il principe Rakoto che diventa re Radama II.

Nonostante la rigida politica della regina che per oltre 30 anni ha impedito rapporti commerciali con i governi colonialisti di Regno Unito e Francia, gli interessi politici in Madagascar di queste due nazioni sono rimasti forti, con azioni per accelerare la successione alla scellerata Ranavalona del figlio, contrario a molte decisione della madre e favorevole alle proposte francesi di collaborazione nello sfruttamento delle numerose risorse dell’isola.

Pur predicando inflessibilità e ostilità nei confronti del colonialismo e dell’imperialismo occidentali, la regina è affascinata dalla cultura europea per cui – anche trucidando missionari, francesi e inglesi – contravviene a tutte le leggi e regole da lei stessa imposte per entrare in possesso di oggetti in arrivo dall’Europa. Compra enormi quantità di sapone (perché ossessionata dalla pulizia), riempie le stanze del suo palazzo con dipinti e arazzi del vecchio continente, utilizza stoffe preziose per i ricevimenti che organizza e conduce una vita degna di un sovrano europeo. Alcune voci affermano che abbia avuto anche un amante, l’agente inglese Harry Paget Flashman che è stato il suo consigliere militare.

I politici europei contemporanei alla regina la condannano per le sue politiche, considerandola un tiranno e talvolta una pazza, definizione che rimane nelle cronache storiche fino a 50 anni fa quando qualche studioso inizia a considerarla non più come una despota crudele e xenofoba, ma come un’astuta politica che ha protetto efficacemente la sovranità politica e culturale della sua nazione dall’invasione europea. Oggi la maggior parte degli storici condanna la sua strategia politica e sociale ma la considera una figura notevole nella storia malgascia, lodandone la forza come governante in un periodo di tensione con le potenze europee.

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