Vernon Lee, che si finse uomo per avere successo

| Nata Violet Page, scelse lo pseudonimo maschile per arrivare alla notorietà in un’epoca in cui le donne erano fortemente discriminate. Scrisse di filosofia, estetica, psicologia e fantasy, amò due donne e fu presto dimenticata

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Di Marco Belletti
Il suo vero nome era Violet Page, ma a cavallo tra Ottocento e Novecento diventa celebre come Vernon Lee. Di lei rimane un dipinto realizzato dal grande ritrattista statunitense John Singer Sargent che la ritrae con i capelli corti, gli occhiali, lo sguardo non rivolto verso chi guarda e, fatto significativo per la nostra storia, in abiti maschili. Violet Paget/Vernon Lee è stata una grande intellettuale e scrittrice, una figura rilevante nella letteratura e nella saggistica oggi completamente dimenticata, e che andrebbe riscoperta.

Nata il 14 ottobre 1856 a Boulogne-sur-Mer, in Francia, da una colta coppia inglese che dopo aver vissuto in Germania e Svizzera, quando la figlia ha 17 anni si stabilisce a Firenze. Violet avrebbe vissuto fino alla morte, il 13 febbraio 1935, nella villa chiamata “Il palmerino”, sulle colline fiorentine.

Inizia a scrivere in giovane età, in un periodo storico in cui alle donne è permesso creare romanzi senza particolari ostacoli o preclusioni, ma lei tratta vari generi di saggi, un ambito letterario in cui in quegli anni i letterati uomini non vedono di buon occhio la presenza femminile. E così ben presto, nel 1878, Violet Page inizia a firmare i suoi libri come Vernon Lee, pseudonimo che poi utilizzerà anche nella vita reale. Con questa sua nuova identità si fa strada nell’ambiente culturale inglese che tuttavia non la/lo apprezza fino in fondo.

A 22 anni Vernon Lee traduce in inglese Metastasio e Goldoni e pubblica saggi di estetica e sul Rinascimento italiano oltre che un romanzo fantasy. Affascinata dal nostro Paese e dal suo paesaggio, Vernon Lee pubblica nel 1880 una raccolta di saggi dedicati all’Italia del Settecento e in “Genius Loci”, uno dei suoi libri più famosi, il suo amore traspare in modo evidente.

In seguito le sue opere spaziano da studi storici di arte e musica a trattati di psicologia estetica, da saggi di viaggio a meditazioni sui giardini, da temi pacifisti o femministi a racconti soprannaturali. Eppure, nonostante la grande capacità di affrontare temi così distanti tra loro, ancora oggi non è ancora stata interamente rivalutata.

Nel 1881 scopre Walter Pater, l’inglese riconosciuto come uno dei fondatori dell’estetismo, movimento artistico e letterario che rappresenta l’evoluzione di decadentismo e romanticismo: tra i suoi più grandi interpreti artisti come John Ruskin, Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio. Nel 1884 Lee dedica a Pater la sua opera “Euphorion” e quando lo scrittore inglese muore nel 1894, gli scrive un elogio funebre. Pur mantenendo la convinzione che lo studio dell’estetica deve iniziare dall’esperienza individuale, come proclama Pater, Vernon inizia presto a concentrarsi sugli effetti che l’arte ha sul corpo di chi guarda, seguendo le indicazioni di una sua nuova musa ispiratrice, l’artista e scrittrice scozzese Clementina “Kit” Anstruther-Thomson, nota per aver scritto e tenuto conferenze sull’estetica sperimentale in epoca vittoriana.

Tra il 1887 e il 1898 Vernon e Kit diventano amanti, convivono a “Il Palmerino” e sono praticamente inseparabili. Nei circa dieci anni del loro rapporto si incoraggiano vicendevolmente a lavorare per pubblicare la teoria estetica che stanno sviluppando insieme, partendo da due opposti punti di vista maturati dalle loro esperienze pregresse. Ma poco prima che il saggio scritto a quattro mani “Beauty and Ugliness” sia pubblicato, nel 1897 Kit soffre di un forte esaurimento nervoso che la allontana dalla compagna. Pur separandosi, le due donne restano in buoni rapporti e quando Kit muore nel 1921, Vernon Lee ne diventa l’esecutore letterario. Del loro rapporto nell’opera di Lee restano crescenti interessi per gli aspetti psicologici dell’estetica.

Dopo “Bellezza e bruttezza”, dalla sua villa fiorentina la scrittrice si tiene aggiornata sulle nuove tendenze della psicologia e al quarto congresso internazionale a Parigi nel 1900, sottopone ai partecipanti un questionario sull’elemento motorio nella percezione estetica visiva”.

La donna continua a scrivere senza raggiungere le vette artistiche precedenti e nel 1911 conosce la scrittrice biografa e avvocato Irene Cooper Willis, di 26 anni più giovane, che diventa la sua seconda importante amante. Dopo essersi strenuamente opposta allo scoppio della prima guerra mondiale (che di fatto la rende invisa alla nuova generazione interventista che la considera un residuo dell’epoca vittoriana), Vernon Lee si ritira nella sua villa dove muore 78enne nel 1935, chiedendo all’amante di lasciare al “British Institute” di Firenze la sua collezione di 400 libri antichi. Nel 1937 la Willis pubblica una selezione della corrispondenza di Lee, intitolata “Letters Home”.

Lo scrittore e traduttore inglese Montague Summers descrive Vernon Lee come “la più grande esponente del soprannaturale nella narrativa”. Spesso le sue storie sono intelligenti, divertenti, ironiche, fantasiose, originali e meriterebbero, quindi, più dello scarso successo che hanno incontrato.

In tutto il corso della sua vita, Vernon Lee non vuole mai che l’autoanalisi diventi l’unico fondamento della sua teoria estetica: pur essendo decisamente introspettiva, è anche collaborativa e in numerosi testi dichiara che l’esperienza estetica è un fattore esclusivamente individuale e personale ma solo attraverso la comunicazione all’esterno è possibile migliorare la propria comprensione dell’arte e dei suoi effetti.

La donna è convinta che la teoria estetica può essere per così dire “sincronizzata” con l’esperienza estetica e questo ottimismo è esso stesso una teoria estetica. Che, afferma la scrittrice, deve essere sociale oltre che personale, deve poter tenere in considerazione la noia della quotidianità e i picchi di certi momenti di estasi. In pratica, la teoria estetica deve valutare da un lato le consuetudini e dall’altro le ossessioni di ognuno di noi e una visione ricca dell’arte è di conseguenza una ricca visione di sé.

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