Vittoria e Clelia, streghe diverse

| Con la città di Genova sullo sfondo, una povera ragazza del Seicento accusata di voler riconquistare il marito e un’imbonitrice dell’Ottocento finiscono in carcere entrambe con l’accusa di stregoneria. Ma almeno non ci rimettono la pelle

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Di Marco Belletti
Nel XVII secolo la caccia alle streghe è una pratica piuttosto diffusa in tutta Europa, anche se in quel periodo le persecuzioni hanno iniziato a diminuire sensibilmente rispetto al passato. Infatti, i primi processi per stregoneria risalgono all’inizio del Trecento e diventano più frequenti dopo la bolla papale “Summis desiderantes affectibus” di Innocenzo VIII nel 1484 e la pubblicazione, un paio d’anni dopo, del trattato “Malleus Maleficarum” (cioè il martello delle streghe) dell’inquisitore Heinrich Kramer. Grazie a questi due documenti diventa convinzione comune che stregoni e (soprattutto) streghe esistono davvero e che hanno la perfida capacità di nuocere gravemente alla gente comune. Oltre a sapere volare nottetempo per recarsi ai satanici sabba in cui incontrano il demonio, con perversioni sessuali inenarrabili. Naturalmente non tutte le regioni europee sono colpite in maniera uguale dalla paura delle streghe, ma si tratta di un fenomeno tutto sommato molto esteso.

In Italia si diffonde la leggenda che in una località segreta vicino a Benevento esiste una radura con al centro un albero di noce dove si afferma si svolgano i raduni delle streghe con la presenza del demonio stesso. Molto diffusi i sabba (almeno nelle credenze popolari) nelle aree alpine, mentre nell’Italia centrale e meridionale è più radicata la paura di chi è in grado di gettare malefici sulle altre persone, il famoso malocchio.

A partire dalla metà del 1600, dunque, la pressione sulle donne accusate di stregoneria inizia a calare, sebbene siano passati alla storia casi particolarmente efferati, come per esempio la violenta intolleranza di Salem o il cosiddetto “affare dei veleni” di Parigi, che mescola atti criminosi con riti blasfemi e di magia tradizionale.

In ogni caso, lo spirito di tolleranza, i progressi della scienza, le nuove idee filosofiche, le riforme giuridiche e politiche hanno la meglio sulla paura irrazionale delle streghe: si abbandona lentamente la visione ancora medievale di serve di Satana e di persone in grado di nuocere ai propri simili. Tuttavia l’illuminismo e il pensiero moderno di filosofi come Hume o Kant non cancellano completamente la superstizione, le pratiche magiche e divinatorie o alcuni antichi miti pagani.

Vittoria Firpo è una giovane 23enne che a metà Seicento vive a Genova, nel sestiere di Pré. Come per numerose altre città dell’epoca (per esempio Venezia e più anticamente anche Firenze e Milano), in quegli anni il centro storico dell’attuale capoluogo ligure è suddiviso in sei rioni, ciascuno dei quali corrisponde a un sestiere, esistiti giuridicamente fino alle aggregazioni del 1873 e del 1926 che hanno portato alla nascita della grande Genova. Sono anni bui per la condizione femminile e basta un pettegolezzo o una malignità per vedersi piovere addosso un’accusa di stregoneria. Vittoria si rivolge a due sorelle, per avere in prestito dell’allume, che all’epoca è noto per le sue capacità astringenti, per tingere la lana e anche per rendere ignifugo il legno. Le due sorelle (che la storia mantiene anonime) chiedono alla ragazza per che cosa le serva l’allume: l’ingenua Vittoria si confida che una donna le ha spiegato come preparare una pozione da fare bere al marito che l’ha abbandonata – lasciandola sola con un figlio – per farlo tornare. E così la giovane si ritrova immediatamente in carcere con una denuncia per stregoneria. In prigione continua a professare la propria buona fede: si sarebbe confessata prima di iniziare il rito, sarebbe venuta a conoscenza dell’incantesimo da un’altra donna di passaggio per Genova, avrebbe parlato del sortilegio ad altre donne nelle sue condizioni, abbandonate dai mariti. Sotto tortura Vittoria riesce a resistere e continua a fornire la stessa versione dei fatti, e così alla fine sembra che gli inquisitori l’abbiano assolta e quindi liberata. Nel Seicento non c’erano già più gli inquisitori di un tempo… E chissà se il marito fedifrago, mosso a pietà per averla indirettamente cacciata in un mare di guai, è tornato con lei?

Completamente diverso il caso di Clelia che nel 1895 ha 30 anni, è di Genova anche lei e viene arrestata dopo numerosi incantesimi sospetti.

Clelia vive in una casa particolare, un’abitazione che è anche un laboratorio in cui i visitatori possono trovare piante officinali, ampolle e libri con stravaganti formule magiche. Con lei convivono tre cani – Lorenzo, Tirlin e Signorina – ai quali attribuisce un potere occulto. La donna è conosciuta in città per essere molto brava a leggere i tarocchi e utilizza questa sua competenza per provare a soddisfare le richieste dei clienti, moltissimi dei quali sono donne, di ogni età, quasi tutte alla ricerca della fedeltà dei propri mariti o amanti.

Per poche lire Clelia offre loro la sua “polvere magica”, che non è dato conoscere di che ingredienti sia composta. Nei casi più difficili, a fronte di un esborso di ben 10 lire (una cinquantina di euro attuali), Clelia si reca di notte in un cimitero dove evoca gli spiriti e domanda loro quale destino spetti alla cliente. Voci incontrollate e incontrollabili, affermano che per 500 lire (2.200 euro odierni) abbia realizzato un incantesimo con cui ha convinto un ragazzo a dichiarare il suo amore a una giovane innamorata.

Numerosi i casi “certificati”, almeno a leggere quanto scritto sui giornali: a una giovane che dubita della fedeltà del suo fidanzato, chiede un ciuffo di capelli del giovane, con cui realizza uno scongiuro a suo dire indispensabile per salvare la relazione. I giornali riportano che il rito costa all’ingenua fidanzata 3 lire al giorno, dal momento dell’incarico al temine dell’incantesimo, ma non ne specificano la durata.

Se la strega Clelia si fosse limitata a pozioni d’amore e piccole truffe agli innamorati, gli zelanti carabinieri del re non si sarebbero scomodati nell’arrestarla, ma la donna combina reati peggiori, decisamente contro la legge. I giornali dell’epoca riferiscono che avrebbe praticato aborti su ragazze minorenni, il tutto provato da alcune lettere sequestrate dagli inquirenti. 

Si presenta ai carabinieri anche una cliente che, dopo l’arresto della mammana, sostiene di aver dovuto sottoporsi a una prova piuttosto bizzarra: fari mordere una gamba dai cani della strega per recuperare il sangue indispensabile per un incantesimo.

Certo, non si tratta più delle tradizionali streghe medievali, ma i tempi cambiano e anche le incantatrici devono adeguarsi ai tempi moderni. Chissà – se fosse vissuta ai giorni nostri – che cosa sarebbe riuscita a fare l’intraprendete Clelia, avendo a disposizione gli attuali strumenti molto potenti per suggestionare le sue clienti, come TV e internet… Vanna Marchi e figlia impallidirebbero al confronto!

Donne
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