Criminalità, prima i sequestri poi le confische

| Dopo i sequestri giudiziari imposti dal Tribunale di Torino a una famiglia Sinti specializzata nel furto e nelle truffe agli anziani, ecco come funzionano i meccanismi giuridici per impadronirsi dei capitali illegali

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Il capo  di famiglia di origini Sinti viveva con la moglie in una lussuosa villa nel Torinese, ora sotto sequestro assieme alla sua Audi A3, un camper Fiat, due roulotte Burstener, terreni e altre case. Seguono altri 10 destinatari del provvedimento di sequestro deciso dal Tribunale di Torino. ALla foine, sequestrati 36 terreni, decine di auto di cui Jaguar E-Type, Mercedes, Mini Cooper, Panda, un’Harley Davidson XL883N, Golf, autocaravan Hobby, Audi Q2, Lancia Y, camper Hymer e un Mobilvetta da 75mila euro. Inasieme alla catena di conti bancari, polizze assicurative, libretti postali di risparmio, il conto finale supera il milione di euro. A questi si aggiungono gli immobili di Carmagnola, Nichelino, Borgaro, Rivalta e Vinovo. Per una polizza assicurativa uno del clan ha versato 380 mila euro: avrà una bella  pensione. Condannato a 7 anni e 4 mesi, a Parma, per nove furti ai danni di anziani, a cui si presentava con la tuta blu dell’Italgas. Una signora con 8 mila euro di reddito, compra immobili, terreni e sui conti ha più di 60 mila euro.

Ecco come funziona il meccanismo dei sequestri, una materia complicata e ignota ai più. (ISM)

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di FERDINANDO BRIZZI

 

A cosa servono sequestri e confische?

Recentemente i mass media hanno dato atto di un’importante indagine della Questura di Torino volta a contrastare un crimine particolarmente odioso: le truffe in danno degli anziani. L’indagine ha fatto emergere uno spaccato drammatico. Esiste un nucleo criminale, a base familiare, che opera su larga scala nel territorio nazionale, in particolare nel Nord Italia, finalizzato a truffare le persone più deboli, gli anziani: spacciandosi per addetti alle Forze dell’Ordine o altri operatori pubblici operanti nei servizi pubblici essenziali, questi soggetti hanno depredato una moltitudine di soggetti avanti negli anni, gli unici che, in questo particolare momento storico, connotato da estrema precarietà, dispongono di accumuli monetari frutto di una vita di duro lavoro, che, purtroppo, sono stati facile preda di un'associazione delinquenziale scientificamente orientata a depredare l’anello debole, ma ricco, di questo disgraziato assetto della società italiana, almeno per quanto riguarda il Nord Italia.

L’indagine ha dimostrato come le innumerevoli truffe si siano trasformate in investimenti opportunamente differenziati: immobili, auto, camper, motocicli, prodotti finanziari. Le intercettazioni telefoniche non lasciano dubbi: questi soggetti compivano raid predatori quantificando l’ammontare delle “prodezze” in anche trecentomila euro a settimana. La Questura di Torino ha, da un lato, valutato la carriera criminale di questi soggetti, dall’altro, ha valutato i redditi leciti. L’analisi incrociata è stata implacabile: a fronte di redditi leciti esigui, se non inesistenti, i componenti del sodalizio criminale hanno accumulato patrimoni “smodati”.

Così è stato richiesto il sequestro del patrimonio

Il Tribunale di Torino l’ha disposto in via anticipata rispetto al vero e proprio giudizio di merito, essendo concreto il rischio che nelle more del giudizio i beni fossero dispersi per sottrarli all’azione ablativa. Il giudizio di merito sarà la sede opportuna in cui i soggetti “espropriati” potranno far valere le proprie ragioni ed esporre le giustificazioni in merito a tali disponibilità, sproporzionate rispetto al reddito.

Occorre però porsi alcune domande rispetto alle misure patrimoniali, sequestri e confische. I sequestri rappresentano la fase anticipatoria, volta a porre le basi della definitiva confisca. Se però l’attività di indagine si rivela inconsistente, non seguirà la confisca, e i beni sequestrati saranno restituiti.

Si badi bene: ciò può avvenire anche laddove effettivamente i soggetti criminali hanno accumulato i patrimoni in modo illecito. Ma purtroppo le indagini non sono state svolte in modo adeguato. Può capitare: gli apparati dello Stato non possono operare in modo uguale e contrario a quello delle organizzazioni criminali, dovendo operare secondo le regole discendenti dalle leggi statali ed i principi statuiti dai giudici nazionali ed internazionali. Certo che resta l’amaro in bocca: si ha il sospetto, se non la certezza, dell’accumulazione illecita di patrimoni che poi devono essere restituiti. Non a caso il divario tra i beni sequestrati e quelli confiscati è alquanto significativo: tantissimi beni sequestrati non sono poi confiscati per mancanza dei presupposti. A volte si ha la sensazione che le Forze dell’Ordine siano interessate solo alla prima fase, quella del sequestro, quello che finisce sui giornali, disinteressandosi delle successive vicende processuali che non si arrestano neppure con il giudizio di Cassazione, tanto che, anche in caso di sentenza definitiva, è possibile la revoca della confisca in caso di sopravvenienza di nuove prove.

Non è questo il caso della Questura di Torino, che, operando in sinergia con la Procura ordinaria e con quella generale, ha sempre garantito una continuità dell’azione investigativa. Così sono stati registrati significativi successi, ma occorre capirsi sul concetto di successo. L’attività di indagine patrimoniale spesso si risolve in successi tali solo “sulla carta”: nonostante confische definitive con tanto di sentenze di Cassazione, i boss mafiosi emersi in Minotauro, la nota operazione della DDA torinese contro la ndrangheta, continuano a vivere nelle lussuose residenze confiscate solo sulle “carte” delle sentenze. Ma anche confische ancora più risalenti nel tempo, divenute definitive addirittura nei primi anni ’90, continuano a rimanere ineseguite.

Varie sono le cause di questi insuccessi. E' giusto evidenziare che l’Autorità giudiziaria opera in prima battuta, mentre la successiva fase è riservata all’Agenzia Nazionale per i beni confiscati, che è costretta a operare su tutto il territorio italiano in assenza di adeguata struttura tecnico operativa: la riforma del codice antimafia ne ha previsto il potenziamento. Vedremo, nei fatti, se tali miglioramenti sono destinati a rimanere tali saranno realmente nel testo di legge. Viceversa in altri casi sono stati registrati piccoli, ma significativi, successi.

Così, in un caso, grazie alle indagini della Questura di Torino è stato confiscato ad un usuraio, già legato ad importanti gruppi della criminalità organizzata, un camper di particolar pregio: questo, grazie alla sinergia tra Procura di Torino, Tribunale e Agenzia, è stato destinato alla Croce Verde torinese come laboratorio mobile per le varie esigenze della struttura, che spesso rispondono alle varie emergenze nazionali, tra cui i vari terremoti a partire da quello in Abruzzo. Ancora recentemente, altri due camper confiscati in via definitiva sono stati destinati a Croce Rossa e Anpas. In tutti questi casi l’“utilità sociale” delle confische è immediatamente percepibile da chiunque. Allora occorre rinnovare la domanda da cui siamo partiti: perché è importante l’azione ablativa dello Stato? Certo, se serve a produrre solo inutili statistiche da sfoggiare in occasione delle varie ricorrenze annuali, allora è del tutto inutile. Anzi, potrebbe essere perfino controproducente: si pensi ai casi non infrequenti di aziende sequestrate, magari anche confiscate, con provvedimento poi annullato dalla Corte di Cassazione. Sulla carta avviene la restituzione, ma nei fatti ciò che viene restituito è un’attività che, a distanza di anni dal sequestro, è del tutto improduttiva, se non addirittura un’attività fallita. Ancora, la stessa gestione delle aziende confiscate avviene secondo la procedura fallimentare: non ci si può dunque stupire che poi le aziende confiscate falliscono realmente. E non può sorprendere che in questi casi si levi il grido: “almeno la mafia dava lavoro”.

La riforma del codice antimafia di ottobre 2017 ha scelto di incentivare, almeno “sulla carta”, il proseguimento dell’attività di impresa: attendiamo di vedere gli effetti della riforma. Allora non c’è che essere orgogliosi dell’esempio sopra rappresentato: un camper, che sicuramente “non fa statistica”, ma opera incessantemente su tutto il territorio nazionale per far fronte alle diverse emergenze  nazionali, è una goccia che però è immediatamente percepibile da chiunque come vantaggio per la collettività. Non va dimenticato che l’azione punitiva dello Stato può essere percepita come “socialmente accettabile” in quanto sia in grado di sortire effetti positivi per tutta la comunità. E ciò vale anche per sequestri e confische, che, se confinati alle statistiche dei “professionisti dell’antimafia”, sono del tutto sterili, ma se percepite e vissute a livello di popolazione come vera opportunità sociale, allora si possono trasformare in strumento di progresso collettivo.

Diversamente i cittadini continueranno a domandarsi: ma che fine fanno tutti quei beni che sono confiscati ai mafiosi?

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