I furbi che non vorrebbero pagare dazio

| Da un lato l’aggressivo Trump, dall’altro Xi Jinping che non si fa scrupoli nel replicare. Mai Cina e USA sono stati così ai ferri corti, con molti politologi convinti che nel mondo stia per iniziare un nuovo lungo periodo di guerra fredda

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Di Marco Belletti
Gli effetti di Twitter in certi casi possono essere davvero devastanti, soprattutto se a scrivere è un personaggio esuberante come Donald Trump. Le ultime affermazioni in rete del presidente statunitense continuano infatti a far intendere che probabilmente a breve termine non ci sarà tregua commerciale tra USA e Cina, con l’Europa che altrettanto probabilmente dovrà allarmarsi per questa situazione, che deve vivere da spettatrice più che da protagonista.

Alle esternazioni di Trump non è mancata l’immediata replica cinese, che ha annunciato nuovi dazi sui prodotti che dagli Stati Uniti viaggiano verso Pechino. E non ci sarà molto da attendere, visto che la nuova tassazione entra in vigore da domani, 1° settembre, su alcuni prodotti e da metà dicembre sugli altri.

E a questa replica è arrivata immediata la contro-replica di Washington, con l’affermazione che le tasse d’importazione per beni e prodotti in arrivo dalla Cina passeranno dal 25 al 30 per cento a partire dal 1° ottobre.

Durante l’incontro dei G7 a Biarritz, Trump ha parlato di commercio sleale cinese e sembra abbia ordinato alle aziende statunitense che lavorano in Cina di trovare clienti alternativi a quel mercato.

Ovviamente le esternazioni dei politici andrebbero valutate con attenzione. Come per esempio quando Trump – per spaventare un po’ l’Europa e la Francia in particolare – ha millantato, sempre durante il G7, che avrebbe imposto dazi sul vino francese in risposta alla digital tax sulle grandi aziende tecnologiche americane approvata da Parigi l’11 luglio. Salvo poi fare retromarcia, motivando il cambio di opinione con il fatto che a Melania piace il vino francese… Sembrerebbe quindi non essere necessario che Bruxelles sia pronta a difendere gli alcolici transalpini da quella che potrebbe sembrare una apparente psicosi maniacale e persecutoria del presidente USA.

Tornando alla Cina, è previsto che le nuove tariffe colpiscano – dopo che Pechino i primi di agosto ha svalutato lo yuan – oltre 5 mila prodotti degli Stati Uniti. In particolare, per quanto riguarda il settore automobilistico, dal 15 dicembre saranno applicate tariffe del 25 per cento (in precedenza annunciate ma poi sospese) con un ulteriore 5 per cento sui ricambi prodotti negli USA. Tra gli alimentari più esportati verso la Cina, fagioli e soia subiranno aumenti del 5 per cento nelle tariffe.

Per le merci che invece percorrono il percorso inverso, già da settembre i dazi passeranno dal 10 al 15 per cento per circa 300 miliardi di dollari di beni cinesi, mentre su altri 250 miliardi di dollari di prodotti importati da Pechino attualmente tassati al 25 per cento la soglia si alzerà al 30 per cento. Complessivamente sembrerebbe trattarsi di un maggior esborso pari a oltre 120 miliardi di dollari, solo di dazi e solo per una stupida guerra commerciale.

L’idea che ha in mente Trump – e che il presidente esprime su Twitter (ma non solo) appena possibile – è precisa: ritiene che gli USA abbiano perso centinaia di miliardi di dollari all’anno a causa della Cina e che le amministrazioni precedenti abbiano concesso troppo alla nazione asiatica. Il “Trump-pensiero” è che si debbano riequilibrare i rapporti commerciali, ora decisamente a favore della Cina.

In effetti, Pechino usufruisce di un sistema molto vantaggioso nella World Trade Organization che potrebbe non essere più sostenibile considerando che l’economia cinese non è più in via di sviluppo. 

Ciliegina sulla torta di questa difficile situazione il caso Huawei, con gli Stati Uniti che già a maggio vietarono all’azienda cinese (e ad altre 70 società) di vendere e installare le proprie infrastrutture negli Stati Uniti e che – a cascata – ha coinvolto anche Google e Windows. Infatti, a loro volta le due company USA hanno sospeso accordi commerciali e rapporti con l’azienda cinese.

Ma Trump non si accontenta e dopo il duro attacco economico sposta la mira annunciando – pochi giorni fa – che in settembre organizzerà manovre navali comuni con altre dieci nazioni dell’Asia sudorientale. A un primo sguardo si tratta di una provocazione politico-militare, ma in realtà più a lungo termine potrebbe significare un avvicinamento all’economia statunitense dei numerosi Paesi coinvolti dalle manovre, allontanandoli dall’egemonia dell’ingombrante vicino cinese.

In una recente dichiarazione, Nouriel Roubini – l’economista statunitense che per primo nel 2007 previde la crisi dei mutui subprime – ha affermato che la guerra commerciale e tecnologica tra USA e Cina si intensificherà, dando vita a uno scenario in cui tutti i mercati cercheranno in ogni modo di ridurre i rischi. Si tratta dell’inizio della de-globalizzazione dell’economia mondiale e del progressivo allontanamento tra le due nazioni.

Il fatto che Trump abbia deciso di rialzare i dazi sui beni cinesi mantiene quindi elevata la tensione economica. E la situazione peggiora, per colpa del PIL tedesco in segno negativo nel secondo trimestre dell’anno e a causa del primo rallentamento economico cinese proprio in seguito alla guerra dei dazi. Secondo Roubini le borse globali reagiscono con perdite consistenti e nei bond USA aumenta il differenziale di rendimento tra quelli a due e a dieci anni, segno inequivocabile di recessione in vista entro due anni.

Sembrerebbe un eccesso di pessimismo dell’economista più ascoltato del pianeta, tuttavia la sua opinione è condivisa da numerosi esperti e non è isolata nel mondo dell’economia statunitense. 

C’è chi afferma che i segnali di questi giorni indicano la nascita di una guerra fredda, come quella con l’Unione Sovietica, che durerà decenni. Altri sono convinti che il confronto commerciale tra Washington e Pechino sia solo una battaglia della ben più cruenta guerra per il dominio globale. Altri ancora intravedono la possibilità del decoupling (disaccoppiamento dei destini e delle economie) di Cina e Stati Uniti, con la nascita di due sistemi globali divisi e rivali, con strutture di potere antagoniste.

Una delle conferme più evidenti di quest’ultima tendenza e della sempre più accesa rivalità tra le due nazioni è la corsa alla supremazia tecnologica, con le mega-aziende di Stati Uniti e Cina che combattono ferocemente la corsa verso il monopolio globale e per ottenere ogni genere di vantaggio in tutto il mondo.

Che cosa succederà nei prossimi mesi? Difficile immaginarlo se prendiamo a esempio quanto previsto in passato dai massimi esperti mondiali, come per esempio il politologo americano Francis Fukuyama che alla fine degli anni Ottanta teorizzava l’imminente e totale vittoria della democrazia su ideologie come monarchie, fascismi e comunismi, con un’evoluzione della società verso sistemi politici più evoluti. Salvo poi modificare la sua opinione negli anni Novanta…

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