Il Paese dei MiniBot people

| Mentre la Svizzera fa i conti con una valuta considerata un bene-rifugio, in Italia i nuovi titoli pensati dal Governo sollevano perplessità: in molti credono che la loro introduzione serva a eludere le regole di bilancio dell’euro-zona

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di Marco Belletti

“Il Franco svizzero ha sempre fatto meglio delle valute dei Paesi G10 durante le fasi di recessione”. Ad affermarlo è stato alcuni giorni fa Peter Rosenstreich, il responsabile della strategia di mercato di Swissquote Bank (leader a livello mondiale nel Trading sul Forex online) di cui gestisce il “Global Strategy Desk”, dopo aver ricoperto numerose posizioni in diverse altre banche.

L’analisi di Rosenstreich prosegue con una visione ben chiara e definita: “Nonostante i bluff di Trump, perché siamo convinti che sia un ottimo giocatore di poker, le Borse e Wall Street continuano ad registrare nuovi record nei rendimenti decennali americani”.

Pertanto la domanda di Franchi svizzeri può rimanere ben sostenuta nel breve periodo, visto che i mercati si stanno muovendo come se la normalizzazione della politica monetaria non dovesse mai avvenire, i rischi macroeconomici stanno aumentando e i Treasury decennali statunitensi potrebbero rimanere sopra la soglia del 2,06 per cento, smentendo le aspettative che hanno spinto la Fed un po’ troppo in là nel suo cosiddetto tono accomodante.

Nonostante la Banca Nazionale Svizzera applichi una politica monetaria di tassi negativi e nonostante le minacce di penalizzare ulteriormente i correntisti, Rosenstreich ritiene che il Franco sia il vero dominatore tra i cosiddetti beni-rifugio. In effetti, tra i principali mercati economici mondiali, la Svizzera è la nazione con il maggiore surplus in percentuale rispetto al PIL e a maggio 2019 ha guadagnato il 2,5 per cento in confronto al dollaro statunitense: si tratta di un segnale indicatore di come il trend possa accelerare rapidamente qualora l’economia globale debba ulteriormente peggiorare.

Quello che ancora non è chiaro, secondo Rosenstreich è l’intenzione o meno da parte della BNS di intervenire con l’acquisto di riserve straniere per tenere sotto controllo il valore del Franco. Lo stratega è scettico – considerando il bilancio e la reale efficacia di questa mossa – sul fatto che si possa tornare a praticare un intervento a sostegno di un cambio “fisso”. Fatto che nel 2015 non aveva portato nessun vantaggio.

In ogni caso, Rosenstreich è certo che già in passato gli interventi della Banca Nazionale Svizzera hanno riservato molte sorprese e probabilmente lo faranno anche nell’immediato futuro, continuando ad agire secondo le logiche di una sorta di “guerra psicologica”, prima di intervenire sul mercato.

Chi ha problemi invece completamente diversi è l’Italia, che nel cercare di uscire dal pantano della stagnazione e provare a ridurre il debito pubblico, anziché attuare interventi a lungo termine e sistemici, opta come al solito per soluzioni populiste e assolutamente non attendibili.

Almeno, questa sembra essere l’opinione di Adrian Hilton, responsabile “Global Rates and Currency” (tassi globali e valute) alla Columbia Threadneedle Investments società di asset management fondata nel 1994 che offre soluzioni di investimento.

“Il possibile utilizzo dei cosiddetti titoli MiniBot – afferma Hilton – provoca parecchi dubbi anche se, a una prima vista, l’idea di offrire titoli a breve termine ai creditori ha un certo senso”.

Ma il Governo italiano dovrebbe emettere MiniBot a sconto e riscattarli alla pari in sostituzione delle tasse, bloccando un costo e una riserva di liquidità. Tuttavia, secondo Hilton non è chiaro in che modo questi titoli sarebbero trattati per misurare il debito pubblico e si aspetta secche lamentele da parte della Commissione Europea se emergesse che l’obiettivo fosse quello di eludere in qualsiasi modo le regole di bilancio dell’euro-zona.

Inoltre è l’Europa la sola a poter battere valuta e i MiniBot non sarebbero certo una valuta parallela, almeno non in senso giuridico, ma in ogni caso il fatto che non sono equiparabili a emissioni bancarie li renderebbe comunque una valuta imperfetta.

Per Hilton il titolo è quindi più un modo per cartolarizzare i crediti futuri: non una cattiva idea in generale, ma certo non una valuta. Inoltre, va considerato l’impatto fiscale, in quanto il Governo italiano dovrebbe emettere MiniBot a sconto, cioè dovrebbe esserci un incentivo per accettarli a meno che non diventino l’unico modo per pagare le tasse. Ma riscattarli alla pari al posto delle tasse, blocca riserve di liquidità.

“È probabile – prosegue Hilton – che questa proposta sia stata avanzata in parte perché si è fatta confusione tra la logica proposta di cartolarizzare i debiti commerciali in sospeso e le maliziose intenzioni di chi in Italia cerca di innescare conflitti con l’Europa, ponendo le basi per una eventuale fuoriuscita dall’Eurozona”.

Ma per uscire sarebbe necessario introdurre una valuta nazionale con prospettive nefaste (per esempio la fuga su larga scala di capitali) tanto “dolorose” che nessuno vorrebbe davvero sperimentare.

In questo contesto, conclude Hilton, la maggior parte degli investitori resta su posizioni neutrali in merito alle obbligazioni italiane. L’uscita dell’Italia dall’euro è decisamente improbabile, ma l’aumento dell’imprevedibilità di questo governo giustifica la crescita dei rendimenti e impedisce di averne la certezza.

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