La crisi dell’impero di Topolino

| La colossale “Walt Disney Company” ha annunciato di dover rivedere al rialzo il numero di licenziamenti previsti: parchi a tema e cinema chiusi costeranno il lavoro a 32.000 dipendenti

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La crisi scatenata dalla pandemia non ha risparmiato neanche quelli che fino a pochi mesi fa sembravano colossi ormai impossibili da scalfire come la “Walt Disney Company”, impero dell’entertainment per bambini.

La multinazionale con sede a Burbank, nell’area di Los Angeles, nel 2017 fatturava 59,43 miliardi di dollari, con un utile netto di 8,98 miliardi e oltre 200mila dipendenti. Oggi, ad una manciata di mesi dall’arrivo del virus, il colosso guidato dal chairman Bob Iger ha appena annunciato di essere costretto a licenziare 32.000 dipendenti entro la fine di marzo, 4.000 in più di quanto annunciato in precedenza.

L’ulteriore campagna di licenziamenti è stata resa nota poche ore fa con il deposito della documentazione alla “US Securities and Exchange Commission”. Secondo il più recente rapporto annuale, la Disney impiega circa 223.000 persone e lo scorso settembre aveva annunciato l’intenzione di tagliare circa 28.000 posti di lavoro. Ma non bastava ancora, così il colosso dell’intrattenimento ha voluto mettere le mani avanti, avvertendo che in futuro potrebbe anche essere costretto a tagliare i dividendi e a ridurre i contributi ai piani pensionistici e medici. A subire tagli quasi certamente saranno anche gli investimenti nelle produzioni televisive e cinematografiche, con conseguente licenziamento di un numero ancora maggiore di dipendenti.

La pandemia ha praticamente azzerato il business dei parchi Disney, che dava lavoro a più di 100.000 dipendenti nei soli Stati Uniti. L’azienda è stata anche costretta a sospendere le proprie navi da crociera e a ritardare l’uscita di pellicole importanti al pari di “Black Widow”, annunciato come uno dei più grandi blockbuster dell’anno.

La notizia che l’azienda si stia preparando a tagliare migliaia di posti di lavoro in più rispetto a quanto annunciato ha scatenato l’ira della senatrice Elizabeth Warren e di Abigail Disney, che lo scorso settembre avevano già condannato l’azienda per i licenziamenti. Abigail Disney è la nipote di Roy O. Disney, fondatore dell’azienda nel 1923 insieme al fratello Walt. La Warren ha accusato la Disney di aver preso decisioni aziendali “miopi” e di aver premiato dirigenti e azionisti attraverso “pesanti pacchetti retributivi”, compresi il pagamento di dividendi e il riacquisto di azioni negli anni precedenti la crisi.

Tutti i 12 parchi Disney in Nord America, Asia ed Europa sono stati chiusi tra marzo e maggio. Al momento, gli unici riaperti sono quelli di Shanghai e in Florida, ma il parco di punta in California rimarrà chiuso almeno fino alla fine del 2020. Disneyland Paris è stata costretta a chiudere di nuovo alla fine del mese scorso, quando la Francia ha imposto un secondo lockdown nazionale.

L’unico punto di luce è stata la nascita del servizio in streaming “Disney+”, che conta circa 74 milioni di abbonati ed è diventato il fulcro dell’attività in seguito a una revisione della sua divisione media e intrattenimento. Secondo Bob Chapek, CEO dell’azienda, il business diretto al consumatore è “la chiave per il futuro dell’azienda”.

A complicare la vita della Disney una perdita di 2,8 miliardi di dollari al 30 settembre, con una netta inversione di tendenza rispetto all’anno precedente, quando l'azienda aveva registrato un profitto di 10,4 miliardi di dollari.

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