La tassa nascosta dello spread

| Gli analisti concordano nell’affermare che uno spread elevato ha effetti negativi su economia e stabilità finanziaria delle nazioni. Tuttavia, l’opinione pubblica italiana anestetizzata da demagogie e populismi sembra non accorgersene

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di Marco Belletti

Spread questo sconosciuto, verrebbe da dire, in quanto tutti noi ne abbiamo sentito parlare ma forse non ci è davvero chiaro il suo significato. È un termine inglese proprio del linguaggio politico e finanziario, particolarmente usato in Italia per indicare la differenza di rendimento tra azioni, obbligazioni e anche titoli di stato, nel cui caso il termine di confronto sono quasi sempre i cosiddetti Bund emessi dalla Germania, in considerazione della solidità dell’economia tedesca.

Tutti gli analisti economici sono d’accordo nel sostenere che uno spread in aumento ha effetti molto negativi su crescita economica e stabilità finanziaria di un Paese. Ma qui da noi in Italia nessuno sembra preoccuparsi, con l’opinione pubblica nazionale per nulla inquieta del fatto che da quando si è insediato l’attuale governo il differenziale tra i tassi dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi è praticamente raddoppiato, ormai paragonabile a quello con i titoli greci.

“Si stima – ha affermato il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nelle considerazioni finali alla relazione annuale del 31 maggio – che a parità di altre condizioni e senza tenere conto degli effetti negativi sulla fiducia di famiglie e imprese, i rendimenti delle obbligazioni pubbliche di 100 punti base più alti determinino una riduzione del prodotto dello 0,7 per cento nell’arco di tre anni”.

Sulla base di questa dichiarazione, Rony Hamaui (docente di Economia monetaria all’università cattolica del sacro cuore) in un articolo recentemente pubblicato sul sito “La voce.info” spiega che una possibile ragione di questa mancata preoccupazione sta nel fatto che gli effetti di uno spread elevato si rivelano molto in ritardo e tre anni sono un orizzonte – più a livello politico che economico – decisamente troppo lungo per una popolazione ormai abituata a ragionare in tempo reale.

In ogni caso, a parte il ritardo con cui la variabile dello spread manifesta i suoi effetti, ci sono altre possibili ragioni per cui famiglie, imprese e banche italiane non percepiscono davvero gli effetti negativi di uno spread elevato.

Le famiglie, prosegue Hamaui, investono buona parte dei risparmi direttamente o indirettamente (cioè attraverso fondi, polizze vita…) in titoli pubblici italiani e ovviamente auspicano che i BTP continuino a rendere il 2,5 per cento anziché il misero 0,05 per cento dei titoli tedeschi. Nel caso debbano indebitarsi, per esempio nell’acquistare un appartamento, le famiglie finora non hanno ancora risentito degli effetti negativi dello spread in quanto le banche nazionali – che dispongono di un’abbondante liquidità grazie alla Banca Centrale Europea che eroga tassi negativi – possono praticare tassi d’interesse molto bassi, inferiori a quelli delle altre banche europee.

E poi, secondo Hamaui, le imprese italiane fino a oggi non hanno sofferto molto dello spread elevato perché nel nostro sistema, che sostanzialmente non può fare a meno delle banche, non hanno provato a recuperare fondi sul mercato emettendo obbligazioni. Quasi sempre le imprese si sono rivolte al sistema bancario che (esattamente come per le famiglie) finora non ha incontrato difficoltà a fornire credito a tassi molto bassi vista l’abbondate provvista fornita dalla BCE.

Passando alla situazione delle banche italiane, Hamaui spiega che sono state decisamente oculate nell’usare i fondi forniti dalla Banca Centrale Europea e finora – come invece non hanno fatto altri istituti europei – sono riuscite a limitare la raccolta sul mercato. Le nostre banche hanno sempre effettuato forti investimenti in titoli di stato italiani e quindi hanno potuto usufruire di alti tassi d’interesse. È ovvio che il rialzo dello spread ha provocato una perdita in conto capitale ma le nostre banche hanno trovato una soluzione spostando i titoli nei portafogli d’investimento, dove possono essere valorizzati in bilancio al valore d’acquisto, in quanto devono essere detenuti fino alla scadenza.

È quindi lo Stato italiano a dover raccogliere ogni anno sul mercato 400 miliardi di euro a tassi ben più elevati: 350 per il rinnovo del debito in scadenza e gli altri 50 per il nuovo deficit. E così il costo marginale del debito aumenta istantaneamente, quello medio molto meno rapidamente visto che la vita media del debito pubblico italiano è di circa sette anni. Tuttavia – conclude Hamaui – se lo spread rimane elevato in modo continuativo diventa una vera e propria tassa occulta che prima o poi gli italiani dovranno pagare, ma di cui l’opinione pubblica non ha percezione che esista.

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