Meno PIL per tutti

| L’Italia esce dalla recessione tecnica ed entra in stagnazione, con il pericolo di inversione della tendenza alla crescita che risale all’unità del 1861, interrotta dalla crisi del 2007. Solo la Grecia peggio di noi in UE

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di Marco Belletti

L’Istat ha appena diffuso la prima stima sul prodotto interno lordo del primo trimestre 2019 e contrariamente a quanto si potrebbe pensare non è negativo, in quanto il PIL sembra sia aumentato rispetto al trimestre precedente dello 0,2%. L’Istat ha così confermato le numerose e ripetute anticipazioni della Banca d’Italia.

Il PIL è uno degli indicatori maggiormente utilizzati per quantificare la produttività di un Paese e la sua capacità di produrre ricchezza. Non misura la ricchezza in sé, ma è il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di una nazione, da residenti e non, in un determinato periodo.

L’aumento del nostro PIL è una notizia positiva soprattutto perché, per il momento, scongiura il pericolo che il nostro Paese si immetta in una fase di recessione conclamata. Secondo Gian Primo Quagliano (presidente del Centro Studi Promotor, l’agenzia che compie studi e analisi di taglio economico-statistico), questa crescita è indubbiamente un segnale positivo, anche se quella che si delinea è una situazione di stagnazione che resta assolutamente preoccupante. Il prodotto interno lordo italiano è infatti fermo al livello del 2018, al di sotto del 4,3% rispetto alla situazione ante-crisi, cioè al dato del 2007.

Con stagnazione (o economia stagnante) nel linguaggio economico si intende una situazione economica particolare, caratterizzata dalla condizione in cui produzione e reddito nazionale restano immobili, senza aumentare né diminuire. Inoltre, se persiste per un periodo prolungato, con il termine si individua una fase di progressiva contrazione della crescita economica. Si distingue dalla stagflazione, in cui la stagnazione è affiancata a un’inflazione più elevata di quella compatibile con una crescita economica molto lenta, e dalla recessione.

Sono due i tipi di recessione in economia. Si parla di recessione tecnica quando per due trimestri consecutivi cala il PIL, quando cioè ottiene un dato negativo rispetto al trimestre precedente. La recessione è quindi la situazione in cui i livelli dell’attività produttiva non riescono a raggiungere quelli che avrebbero raggiunto se tutti i fattori produttivi a disposizione fossero utilizzati in maniera efficiente.

Recessione o crescita economica hanno impatti fondamentale sulla politica economica di un Paese. La stabilità di una nazione non prende in considerazione il PIL in senso assoluto, ma il rapporto tra PIL e debito. Se un Paese ha un debito elevato ma anche un PIL alto, non dovrebbero esserci problemi per l’economia pubblica. Ma al contrario, se il debito è alto e il PIL non cresce, i timori sono comprensibili.

Invece, la recessione economica è caratterizzata da una variazione del PIL negativa rispetto all’anno precedente e se tale variazione è inferiore al meno 1 per cento, si è in presenza di crisi economica.

Come quella che nel 2007 colpì l’Italia e che è ancora ben lontana dall’essere stata superata. Nell’Unione Europea si trova in una situazione peggiore rispetto a quella italiana soltanto la Grecia il cui PIL del 2018 è inferiore a quello del 2007 di ben il 27,9%. Tutti gli altri Paesi dell’Unione sono da tempo al di fuori dalla crisi e hanno superato il PIL del 2007. In particolare, la crescita sul 2007 della Germania è stata del 14,5%, quella del Regno Unito del 13,1%, quella della Francia del 9,6%, quella della Spagna del 5,5% e quella media dell’Unione del 10,8%.

Per uscire dalla difficile situazione economica attuale l’Italia avrebbe bisogno di forti ed energici interventi di politica economica che al momento non sembra possibile possano essere realizzati nell’attuale contesto nazionale.

In questo scenario, Quagliano ribadisce la sua opinione in merito al pericolo – da tempo messo in evidenza dal Centro Studi Promotor – che per l’Italia la crisi del 2007 (già durata undici anni) segni un’inversione nella tendenza alla crescita che ha caratterizzato l’economia nazionale dal 1861 fino al 2007. Un pericolo davvero non da poco che dovrebbe essere preso in seria considerazione da chi governa il nostro Paese ma che purtroppo non sembra riscuotere il dovuto interesse: con le ovvie conseguenze, fortemente negative.

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