Paese che vai, corruzione che trovi

| Un’organizzazione internazionale non governativa calcola il “Corruption Perceptions Index” (CPI) per quantificare il modo in cui viene percepita la corruzione in 180 nazioni. Tra gli stati più virtuosi numerosi quelli europei

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di Marco Belletti

Da sempre la condotta di una persona che agisce contro i propri doveri e i propri obblighi in cambio di denaro, di altri benefici o vantaggi viene definita corruzione.

Robert Klitgaard è professore di economia presso l’Università di Natal (Durban) ed è stato consigliere di molti governi sulla strategia economica e sulla riforma istituzionale. Il suo lavoro di ricerca lo ha portato a fornire consulenze in più di trenta Paesi in America Latina, Asia e Africa. È stato definito il principale esperto mondiale di corruzione e afferma che “la corruzione è un reato basato sul calcolo, non sulla passione. Le persone tendono a corrompere o a essere corrotte quando i rischi sono bassi, le multe e punizioni minime, le ricompense vantaggiose”.

Oltre a teorizzare il fenomeno, Klitgaard ha ipotizzato che la propensione alla corruzione può essere rappresentata dalla formula “C = M + S – R” in cui la corruzione C è tanto più probabile quanto più alta è la somma di monopolio M più segretezza S meno responsabilità R, sia civile sia penale. Nell’equazione di Klitgaard la ricetta per diminuire le possibilità di corruzione è innalzare la probabilità di una punizione severa, cioè la responsabilità civile e penale, rendendo così non conveniente o troppo rischiosa la corruzione. 

Tuttavia, le punizioni e le sanzioni – più o meno severe che siano – da sole non sono un deterrente plausibile se non sono state predisposte strutture gestionali bene organizzate. Per Klitgaard, in pratica, è necessario un sistema composto da persone qualificate alla gestione, procedure gestionali rigorose, adeguati controlli e un sistema giudiziario efficiente e rapido.

Fin qui la teoria, ma come è possibile valutare oggettivamente la corruzione? Ci ha pensato la “Transparency International”, un’organizzazione internazionale non governativa che si occupa di corruzione a tutto tondo, non soltanto politica.

Transparency International è nata nel maggio 1993 a Berlino – dove tuttora ha sede – su iniziativa di Peter Eigen, allora direttore di una sezione della Banca Mondiale. Insieme con altri economisti ed esperti, nel 1995 l’organizzazione ha creato un indicatore che riesce a quantificare con un valore univoco il modo in cui viene percepita la corruzione in tutto il mondo. Si tratta dell’indice di corruzione percepita (CPI, Corruption Perceptions Index) redatto in base a una serie di interviste fatte a imprenditori e sulla base del quale viene diffusa annualmente una lista comparativa delle nazioni, da quella più corrotta a quella più virtuosa. Il CPI è criticato in alcuni ambiti per la superficiale metodologia di ricerca e per la scarsa considerazione delle difficoltà in cui si trovano a operare gli imprenditori negli stati in via di sviluppo.

In ogni caso i dati diffusi da Transparency International hanno una vasta risonanza mediatica e spesso sono utilizzati anche dai politici, normalmente quelli all’opposizione quando il livello di corruzione è elevato, o da chi invece guida il Paese in caso di un risultato positivo. Va chiarito che le nazioni con il valore di corruzione più elevato sono indicati come luoghi pericolosi per gli oppositori politici.

Per l’ultima edizione dell’indice annuale di percezione della corruzione sono stati effettuati tredici sondaggi oltre a numerose valutazioni di esperti che hanno valutato la corruzione del settore pubblico in 180 Paesi. È stato così assegnato un punteggio tra zero (altamente corrotto) e 100 (molto onesto).

Secondo TI l’Unione Europea è una delle aree meno corrotte al mondo ma ancora con evidenti margini di miglioramento, e certamente esistono ancora molte differenze tra uno stato e l’altro. L’Europa è comunque il continente che ottiene il risultato più positivo, soprattutto grazie alle nazioni del Nord. La Danimarca è prima con 88 punti, terze a pari merito Finlandia, Svizzera e Svezia con 85, mentre poco più indietro si piazzano la Norvegia settima con 84 punti, l’Olanda ottava con 82, nono è il Lussemburgo con 81 e undicesime Germania e Gran Bretagna con 80 punti. Complessivamente tra le prime 12 nazioni ben nove sono europee, con le sole eccezioni di Nuova Zelanda (seconda, 87 punti), Singapore (terza, 85) e Canada nono con 81 punti.

La prima nazione dell’Africa è il Botswana, al 34° posto con 61 punti, un risultato sensibilmente migliore a quello ottenuto dall’Italia che si piazza cinquantatreesima con 52 punti.

Nelle ultime dieci posizioni – dalla numero 170 alla 180 – si assestano il Burundi e la Libia (con 17 punti), Afghanistan e Sudan (16), Yemen e Corea del Nord (15), Siria e Sud Sudan (13) mentre fanalino di coda è la Somalia con 10 punti.

Sono molte le indagini svolte negli anni che hanno esaminato le conseguenze economiche provocate dalla diffusione della classifica sulla corruzione percepita. Studiosi e ricercatori hanno messo in evidenza in più casi la correlazione tra CPI elevato e una maggiore crescita economica a lungo termine. Inoltre, sembrerebbe che per ogni punto del CPI in aumento si avrebbe una crescita del prodotto interno lordo pari all’'1,7%. Infine, sembrerebbe dimostrata la diretta correlazione tra alti punteggi CPI e più elevati tassi di investimenti stranieri nel Paese.

Va comunque segnalato che sono numerosi i detrattori di questo indice, criticato soprattutto per la sua metodologia. Secondo Dan Hough – professore di Politica all’Università inglese del Sussex – sono sostanzialmente tre i difetti del CPI. Innanzitutto la corruzione è un elemento troppo complesso per essere inquadrato e definito solo con un punteggio numerico. Hough cita come esempio il Kansas rurale la cui corruzione sarà differente da quella dell’amministrazione cittadina di New York, tuttavia l’Indice non fa differenze di misurazione.

Inoltre per il professore inglese misurando le percezioni della corruzione, e non proprio la corruzione, l’indice potrebbe rafforzare stereotipi e luoghi comuni.

Infine, siccome il CPI misura solamente la corruzione del settore pubblico ed esclude le aziende private, sarebbe fortemente incompleta: per esempio, Hough afferma che il punteggio tedesco sarebbe sensibilmente peggiore conteggiando anche lo scandalo Dieselgate che ha coinvolto in tutto il mondo la Volkswagen.

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