Streets of London

| Il Regno Unito riapre i battenti, ma la sua capitale – una delle metropoli più frizzanti del mondo - potrebbe non essere più la stessa. Tanti i settori in crisi, e tante le speranze, ma con due incognite: il ritorno del virus e la Brexit

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Dopo 2.000 anni di pestilenze, invasioni, guerre civili, incendi, bombardamenti e attentati, Londra sembra voler mandare in archivio una nuova crisi. Ogni volta nella sua lunga storia, la capitale inglese è stata capace di rialzare la testa, affidandosi ad uno spirito di resilienza e reinvenzione a cui in queste settimane si fa appello nuovamente, mentre Londra tenta di riprendersi da quello che potrebbe essere il più grande sconvolgimento di questo secolo: la pandemia.

La diffusione del virus e gli sforzi per contenerlo hanno trasformato una delle metropoli più vivaci del mondo in una città fantasma, cacciando milioni di persone dalle vie dello shopping e dal suo celebre distretto finanziario. Solo sei mesi fa la portata della chiusura era inimmaginabile: 500.000 persone si sono riversate nella zona intorno a Piccadilly Circus per il Capodanno, dopo avere atteso in media 90 minuti per trovare un tavolo nei ristoranti. Tempi che andavano messi in conto da chi visitava Londra, bella, affascinante e luminescente, ma stracolma di turisti in ogni stagione dell’anno.

Poi la pandemia ha colpito. Nel giro di una notte i negozi hanno chiuso, i turisti sono fuggiti, gli uffici e le strade si sono svuotate e i 9 milioni di abitanti si sono rintanati in casa. Ma in nessun altro luogo la sensazione di stallo è stata più acuta come ciò che si avvertiva nell’immensa rete della metropolitana, il pilastro della vita cittadina. A marzo, le corse della “Tube” sono precipitate del 43% rispetto ai 106 milioni registrati a febbraio, e ancora peggio hanno fatto ad aprile, scendendo a soli 5,7 milioni.

Le conseguenze dell'isolamento sono state gravi. Si stima che quest’anno l’economia della città possa subire una contrazione di quasi il 17%: un calo perfino più netto del 14% ipotizzato dalla Banca d’Inghilterra per l’intero Regno Unito. Le aziende londinesi potrebbero dover fare a meno di circa 460.000 posti di lavoro nei settori manifatturieri, edili, della vendita al dettaglio e dei servizi di alloggio e ristorazione. Le previsioni migliori, parlano di una parziale ripresa non prima del 2022.

Con i trasporti fortemente limitati e un potenziale vaccino contro il virus ancora lontano, la gente e le aziende che hanno fatto di Londra il fulcro del settore immobiliare, della finanza, dell’arte, dell’ospitalità e della tecnologia stanno cercando disperatamente di reinventarsi, nella speranza di sopravvivere alla pandemia. Per adesso, malgrado la graduale riapertura stabilita da Downing Street, la maggior parte delle aziende hanno dichiarato che continueranno ad applicare lo “smart working”, togliendo di conseguenza ossigeno a ristoranti, pub e bar. Paul Cheshire, professore alla “London School of Economics”, è convinto che presto gli impiegati torneranno nei loro uffici. Un convinzione che conforta anche il settore immobiliare, capitolo che rappresenta il 15% dell’economia di Londra. Fino ad agosto, il governo ha protetto dallo sfratto gli affitti commerciali, ma le misure scadranno presto e secondo la piattaforma di gestione immobiliare “Re-Leased”, solo il 45% degli affitti commerciali per il terzo trimestre sarà pagato. Colpa anche dell’impennata dello shopping online durante il lockdown, che facilmente si tradurrà in una riduzione dei negozi fisici che potrebbe alterare radicalmente il paesaggio di Londra e creare ancora più incertezza sul mercato immobiliare della città. “Quello che prevedevamo sarebbe successo nell’arco di cinque anni è accaduto nell’arco di pochi mesi”, dicono gli esperti.

Il cuore finanziario della città, la “City of London”, ha spesso mostrato di sapersi reinventare: istituzioni storiche come i Lloyd’s, la Banca d’Inghilterra e la Borsa esistono da secoli e hanno saputo superare turbolenze sociali, politiche ed economiche. Oggi la City ospita ben oltre 250 banche internazionali e gestisce il 43% del commercio mondiale di valuta estera. Nel 2018, i servizi finanziari hanno contribuito con 65 miliardi di sterline (81 miliardi di dollari) all’economia londinese, circa il 15% del totale. E nonostante i quattro anni di incertezza sulla Brexit, negli ultimi due decenni il Regno Unito è stata la prima sede europea per gli investimenti nei servizi finanziari internazionali. Secondo un’indagine condotta ad aprile, i servizi finanziari britannici continueranno ad essere uno dei principali hub per gli investimenti all’estero anche dopo la pandemia. Gli investitori hanno classificato la disponibilità di capitale come il motivo capace di influenzare le future scelte, seguita dalle misure di sicurezza e protezione introdotte per prevenire una grave crisi, sia che riguardi la salute, l’ambiente o la sicurezza informatica.

Ci sono però diversi fattori che lavorano contro la città. La gestione della crisi del coronavirus da parte del governo britannico è stata ampiamente criticata e la fiducia delle imprese e dei consumatori rimane molto bassa. “Non siamo riusciti ad approfittare del fatto che siamo un’isola, c’è stata molta compiacenza e arroganza”, ha commentato Richard Burge, amministratore delegato della Camera di Commercio e Industria di Londra.

Anche l’approccio del governo nel negoziare il rapporto commerciale post-Brexit con l’Unione Europea è stato oggetto di forti critiche. Un gruppo di imprenditori ha avvertito questa settimana che la decisione della Gran Bretagna di non prolungare il periodo di transizione oltre la fine dell’anno rappresenta una “grande scommessa, assai pericolosa”. Fondamentalmente, non c’è attualmente alcuna garanzia che le società finanziarie britanniche potranno mantenere il libero accesso all’UE dopo il 2020, mettendo a rischio esportazioni per oltre 26 miliardi di sterline (32,4 miliardi di dollari), ovvero il 40% del valore totale del settore.

Poiché Londra cerca di mantenere il suo status di centro commerciale leader a livello globale, il settore tecnologico della città, che ha avuto un boom in seguito alla crisi finanziaria globale, potrebbe essere d’aiuto. Google, Facebook e Amazon possiedono grandi sedi a Londra, e gli investimenti sulle start-up sono proseguiti anche durante la pandemia, lasciando la speranza che le perdite nel settore immobiliare e nei servizi finanziari potrebbero essere recuperate dall’hi-tech: le startup con sede a Londra hanno raccolto 4 miliardi di dollari dall’inizio dell'anno, più di Parigi, Stoccolma, Berlino e Tel Aviv messe insieme.

“È una corsa agli armamenti globali, ma Londra è ancora in vantaggio - ha dichiarato Brent Hoberman, co-fondatore di Founders Factory - penso che ancora oggi Londra rimanga assolutamente una sorta di calamita globale per i talenti della tecnologia”.

La città vanta anche una quota sovradimensionata di aziende tecnologiche in settori come la sicurezza informatica e la gestione della forza lavoro, e il coronavirus ha incrementato gli investimenti nella tecnologia sanitaria. “È la città più geneticamente diversa del mondo: quasi tutti i cittadini usano lo stesso sistema sanitario e ci sono una varietà di progetti tecnologici, sia finanziati dal governo che da startup private, che sono cresciuti rapidamente”.

La pandemia potrebbe anche contribuire a catalizzare le nuove frontiere del business. London & Partners, l’ente per il commercio e gli investimenti, ha dichiarato di aver recentemente organizzato una videochat attraverso “Zoom”, in cui un gruppo di imprenditori del settore tecnologico ha presentato le proprie attività a potenziali investitori e clienti a New York. “Se si ipotizza una riduzione dei viaggi, è naturale puntare verso settori digitali in cui Londra ha già dei punti di forza”.

Mentre i settori tecnologici e finanziari di Londra sembrano avviati a superare la crisi, l’allontanamento sociale e la riduzione dei viaggi rappresentano un disastro per la scena artistica e culturale che contribuisce ad attrarre turisti e artisti. “Il tempo libero e l’ospitalità contano a livello strategico: la gente viene da tutto il mondo perché Londra è un bel posto dove vivere”, dice un esperto, e non ha torto: quasi il 40% dei londinesi è nato al di fuori del Regno Unito, rendendo la città una delle metropoli più cosmopolite del mondo. È la patria di un milione di cittadini dell’UE ed è stata la terza città più visitata al mondo nel 2018 dopo Parigi e Bangkok. Lo scorso anno, Londra vantava 21,7 milioni di visitatori stranieri che hanno speso 15,7 miliardi di sterline (19,6 miliardi di dollari) sostenendo 250.000 posti di lavoro. Ma la loro mancanza si fa sentire ovunque: “I teatri del West End non potrebbero sopravvivere senza i visitatori d’oltreoceano”.  In una lettera inviata al governo dall’UK Theatre e da quasi 100 fra attori, autori e registi, la “Society of London Theatre” si è detta preoccupata che “il teatro britannico sia ormai sull’orlo della rovina. I teatri non hanno fondi per operare in modo efficiente con la misura del distanziamento sociale”. Il settore ha chiesto un fondo d’emergenza, un sostegno salariale e un maggiore aiuto per i liberi professionisti e gli artisti indipendenti.

Anche i musei, le gallerie e le attrazioni turistiche di Londra sono a rischio. Molti non hanno ancora annunciato piani per la riapertura, nonostante il permesso. In una dichiarazione congiunta rilasciata alla fine del mese scorso, i direttori di musei come la “Tate”, il “British Museum” e la “National Gallery” hanno affermato che si tratta di capire “come e quando potremo riaprire le nostre porte in modo finanziariamente sostenibile e a lungo termine”. La National Gallery riaprirà l’8 luglio, la Tate Britain e la Tate Modern il 27 e la Torre di Londra il 10 luglio.

Per finire con pub e ristoranti, costretti ad affrontare una minaccia ancora più grande per il distanziamento sociale: tanti i locali, anche stellati e di prestigio, che hanno annunciato di non avere intenzione di riaprire. E ancora di più quelli ancora in dubbio se farlo o meno.

Ma quanto velocemente Londra sarà in grado di riprendersi dipende soltanto dal coronavirus: se i casi continueranno a diminuire e il distanziamento sociale si allenterà ulteriormente, le prospettive economiche miglioreranno, ma il rischio di una seconda ondata potrebbe provocare danni molto peggiori e difficili da risanare.

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