Tav, Conte il premier che non conta
premia i suoi padrini 5stelle

| L'attuale primo ministro sfilò sulla passerella della "squadra di governo" grillina pre-elettorale. Dopo svanì quasi tutta nel nulla ma lui è rimasto. Come può opporsi a chi l'ha creato?

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Sul filo del rasoio. Il premier Giuseppe Conte è premier perché il vice-premier Di Maio, il capo politico del partito della “porta accanto” (cit. Beppe Grillo) o del “bar sotto casa”, il Movimento 5Stelle e la Casaleggio Associati, lo avevano inserito nell'ipotetica squadra di governo (nella foto, nono da sinistra, seconda fila) presentata in stile Hollywood proprio da Di Maio nell'ormai lontano fine febbraio 2018. Di quelle persone che sfilavano sul palco con un ministero già in saccoccia, una buona parte sono evaporate nel nulla cosmico.

MIRACOLATO DA DI MAIO 

Sono stati usati solo per quella unica e patetica passerella a fini elettorali. Ma Conte no. Lui, forse anche grazie a quel Padre Pio che dice di venerare, rischiando ora di farsi incenerire dal burbero frate, s’è preso la poltrona di premier. E’ veroc Conte conta poco. E’ sempre stretto tra i due azionisti di maggioranza. Si è assunto l’incarico di mediatore, di "mister cavillo". Ma da solo non decide un tubo. E figuriamoci sulla Tav, di cui però si è preso la briga, in un momento delicatissimo (sono in ballo appalti, finanziamenti UE e anni di occupazione per migliaia di lavoratori) di appiattirsi sui 5Stelle, annunciando che lui nutre "forti dubbi" sul valore dell'opera, rinunciando per una volta al ruolo di arbitro. Appunto. Oggi quello che faceva il docente universitario, catapultato con l’ok della Lega a governare la seconda potenza economica d’Europa - che in teoria farebbe abbastanza piacere a tutti - paga il suo debito con Di Maio affossando l'Alta Velocità del Nord. O almeno ci prova. E lo fa aggrappandosi come un polipo alla farlocca analisi/costi benefici come un Toninelli qualsiasi. La Lega tiene il punto e non cede. O almeno per ora. In ballo ci sono le sorti di un governo giallo-verde che vive di una splendida schizofrenia. Quella di avere promesso mari e monti agli elettori, con l’incubo di ritrovarsi in piena crisi economica, in piena recessione tecnica o non tecnica. Queste sono le premesse. Il prof. Ponti, che è da sempre un No Tav convinto, tanto da partecipare, in tempi non sospetti, alle iniziative del movimento valsusino, diviso tra uso della violenza e analisi ad hoc, tutte a senso unico, è riuscito nell’impossibile: togliere valore a un’infrastruttura indicando (anche) i motivi per cui invece si dovrebbe fare, cioè abbassare il numero dei Tir limitando così l'inquinamento, per trasferire parte del trasporto pesante su rotaia. E’ un mantra di tutti i movimenti ambientalisti del mondo, mentre il movimento No Tav e i grillini, che si professano ecologisti, sostengono da decenni il contrario. 

LE CAPRIOLE DI TONINELLI E PONTI 

Le capriole di Ponti e il Di Maio-Toninelli andrebbero meglio in un circo equestre, ma tant’è. Secondo Ponti e Toninelli, se il trasporto viaggiasse su rotaia, ci sarebbe un calo di pedaggi sulle strade, insomma meno gasolo, meno micropolveri, meno inquinamento da una parte ma anche meno soldi di pedaggi e meno accusi sui carburanti e dunque un danno per lo Stato che, per salvaguardare le casse pubbliche, dovrebbe invece promuovere l’inquinamento come una risorsa finanziaria. C’è da restare allibiti. Ma come, i grillini hanno dichiarato guerra al diesel con il pasticcio dell’ecobonus destinato, tassando soprattutto i veicoli diesel, in nome della difesa di ambiente e salute (crando un danno rilevante alla produzione automobilista) , e adesso invece cancellano la Tav per il motivo contrario, felicissimi di aspirare micropolveri e veleni. Un delirio. 

Cosa succederà da adesso in poi non lo sappiamo. I leghisti, e tutto il Nord, non accettano il blocco dell’infrastruttura (a proposito sono centinaia gli altri cantieri bloccati), Di Maio e quelli del “bar sotto casa” nemmeno. Hanno già calato le braghe sul Tav Terzo Valico, sul Tap, in parte sulle trivelle in Adriatico, sull’Ilva di Taranto che inquina e uccide forse oggi più di prima. Non possono cedere anche sull’odiata Torino-Lione, simbolo di una battaglia identitaria e fruttuosa (per loro) ma devastante per un Paese che sta per regalare soldi a presunti disoccupati, Casamonica e Spada compresi, presi a prestito da tutti gli italiani. Tolgono occasioni di vero lavoro in cambio di assistenzialismo, criticato persino dalla Cei, dai vescovi. Questo è quanto. Ma il peggio, e speriamo tanto di no, deve ancora venire. Il 14 febbraio 2019 ISM ha pubblicato un editoriale dal titolo "Conte, becchino della Tav". Triste profezia.

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