The China Planet

| Sono enormi le potenzialità di Pechino per penetrare nel tessuto economico del mondo occidentale e di conquistarne il controllo. Non soltanto con attività commerciali ma anche esportando armi: è quanto succede in Africa

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di Marco Belletti

Il filosofo e sociologo Umberto Galimberti in più occasioni ha espresso chiaramente la sua opinione in merito al futuro che attende l’Europa e più in generale la civiltà occidentale. Secondo Galimberti, a parte i problemi attuali legati al flusso migratorio in arrivo dal Medio Oriente e soprattutto dall’Africa, la vera incognita per il futuro della cosiddetta “civiltà occidentale” arriverà dalla Cina.

D’accordo con questa teoria anche Clive Hamilton – discusso intellettuale australiano e professore di filosofia – che circa un anno fa pubblicò un libro dall’evocativo titolo “L’invasione silenziosa” dedicato all’influenza della Cina in Australia. L’opinione di Hamilton è che sia necessario introdurre misure cautelative per limitare i diritti dei cinesi che vivono nel Paese, oltre a intervenire per ovviare alla dipendenza economica della sua nazione dalla Cina. Per confermare queste opinioni, Hamilton – le cui idee vanno prese con le molle, tra l’altro è un convinto sostenitore della censura di Internet – fornisce alcuni elementi di riflessione: nel giugno 2016 i cinesi in Australia erano quasi 530mila – il 2,2% della popolazione complessiva – ed era la comunità straniera più numerosa dopo inglesi e neozelandesi. Rispetto al 2006, la presenza dei cinesi è aumentata dell’8% e la loro età media è calata da 39 a 34 anni. Hamilton segnala che i cinesi stanno rapidamente conquistando posizioni di monopolio in alcuni ambiti, sostanzialmente commerciali.

In Italia indubbiamente la situazione non è ancora a questi livelli: su quasi 60 milioni di abitanti, nel 2018 i cinesi regolarmente residenti nel nostro Paese erano 290mila – meno dello 0,5% della popolazione – alle spalle di romeni (oltre un milione 190 mila), albanesi (440 mila) e marocchini (416 mila). In Italia, e sostanzialmente anche in Europa, la penetrazione dei cinesi è simile a quella australiana, con la creazione di gruppi che mirano ad avere il monopolio in alcune attività. Si pensi per esempio alle numerose attività commerciali di Prato o di Milano: sono quasi 51 mila gli imprenditori attivi in Italia e nati in Cina, e le province con il maggior numero di imprese fondate da cinesi sono Milano (5.600 titolari) e Prato con 5.200.

Ancora diversa la situazione in Africa: se in Europa il rapporto con la Cina è sostanzialmente commerciale e Pechino punta a diventare il principale partner di riferimento a livello globale, nel continente africano appare evidente la politica imperialista cinese, che avanza molto velocemente e con grande disinvoltura nella “conquista” di numerose nazioni. Si tratta di una invasione economica, commerciale, politica e militare. Mentre in passato il comunismo cinese ha praticato la cosiddetta “dottrina neutralista” con l’astensione da ogni ingerenza negli affari interni degli stati sovrani africani, oggi si assiste all’irruente sviluppo cinese con l’indubbio obiettivo di conquistare la leadership mondiale.

Ormai due nazioni africane su tre acquistano armamenti in arrivo da Pechino. La Cina sta spodestando Mosca dal ruolo di più importante esportatore di armi nella zona sub-sahariana. Pechino aggiunge così un altro straordinario giro d’affari dopo aver conquistato il trono di massimo partner commerciale con l’Africa, con profitti vicini ai 180 miliardi di dollari all’anno. 

Armi low cost per l’Africa

La strategia cinese di vendita delle armi punta – come del resto in quasi tutte le sue attività commerciali – su una politica di prezzi molto aggressiva che rende i prodotti particolarmente competitivi in tutto il mondo. Tuttavia, parallelamente a queste armi “low cost” sembra che Pechino sia pronta a produrre per il proprio esercito artiglieria con tecnologia all’avanguardia in sostituzione dei cannoni convenzionali.

A riportare la notizia alcuni media del Paese che, pur se a grandi linee, descrivono anche la tecnologia: alla base del progetto un sottile strato di plasma magnetizzato nella canna dell’arma che crea un campo magnetico in grado di ridurre l’attrito e diminuire il calore, permettendo ai proiettili di uscire a una velocità maggiore con una portata di tiro molto più estesa. Sembra che questi super cannoni possano (con i loro proiettili lanciati a oltre 7.400 km/h, sei volte la velocità del suono) colpire bersagli a oltre 100 chilometri di distanza.

I giornalisti cinesi bene informati affermano che quella del plasma magnetizzato non è un’utopia fantascientifica ma una tecnologia ormai consolidata in cui la Cina crede fortemente e che presto sarà installata su carri armati e cannoni semoventi. Anzi, alcune fonti segnalano che sono già stati collaudati alcuni cannoni montati su carri armati.

Venuti a conoscenza di queste notizie – grazie all’intelligence e sicuramente prima della diffusione sui media – i vertici dell’esercito statunitense non sono rimasti con le mani in mano, decisi a non farsi superare da nessuno per quanto riguarda la potenza di fuoco del proprio arsenale bellico.

E così sembra che la US Army stia lavorando per aumentare la portata della sua artiglieria con l’obiettivo di raddoppiare la gittata, raggiungendo i 70 chilometri. Questo il programma della divisione “Long Range Precision Fires”, che fa parte dell’Army Futures Command. Ma sembra che esista anche un altro progetto americano, molto più avveniristico, che intende sviluppare un cannone strategico dalla canna lunga centinaia di metri, in grado di colpire bersagli a oltre 1.600 chilometri di distanza, in modo da poter facilmente colpire anche le installazioni nemiche posizionate in aree remote e difficili da raggiungere in altro modo. Per rendere l’idea, è sufficiente pensare che se l’esercito nazista avesse avuto a disposizione uno di questi cannoni piazzato a Berlino, avrebbe potuto agevolmente distruggere buona parte delle capitali europee, Roma compresa. La gara a chi spara più lontano e ha la canna più lunga non è mai finita.

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