Uccisi dalle accise

| Dalla cicoria alla polvere da sparo non c’è materiale che non ci costi molto più del dovuto. L’inventiva per creare sempre nuove tasse indirette non conosce limiti: per gasolio e benzina superano il 60%. IVA esclusa, naturalmente

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di Marco Belletti

Gli italiani nel 2019 hanno speso 23 miliardi e 600 milioni di euro per acquistare benzina e gasolio. Proiettando questi dati sui dodici mesi dell’anno si può ipotizzare che la spesa complessiva raggiunga quasi i 57 miliardi di euro. È quanto emerge da un’analisi effettuata in questi giorni dal Centro Studi Promotor sulla base di una rielaborazione di dati ufficiali ministeriali.

Si tratta di un valore in crescita dell’1,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018, aumento dovuto a una serie di cause: da un lato una lieve contrazione dei consumi (-0,3 per cento) e un leggero calo del prezzo medio ponderato della benzina (-0,8 per cento), dall’altro il forte aumento del prezzo medio ponderato del gasolio (+2,6 per cento).

La spesa degli italiani per benzina e gasolio resta quindi decisamente alta, tanto da risultare la principale voce tra quelle per l’automobile, addirittura superiore allo stesso acquisto. A mantenerla elevata è il forte prelievo fiscale: secondo Promotor è di quasi 14 miliardi e mezzo di euro da gennaio a maggio, che quasi sicuramente diventeranno oltre 34 miliardi e 500 milioni alla fine del 2019. Una cifra superiore al 60 per cento della spesa complessiva al distributore.

“L’incidenza fiscale sulla spesa per benzina e gasolio auto – spiega Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor – è tra le più alte del mondo e penalizza fortemente non solo gli automobilisti ma anche le imprese e l’economia italiana perché grava pesantemente sul costo dei trasporti su gomma”.

Da sempre dazi e gabelle hanno caratterizzato l’ordinamento fiscale del nostro Paese con imposte che colpivano indirettamente il consumo di prodotti prestabiliti. Le prime a essere introdotte furono la tassa sulla birra e sulle acque gassate (1864), su polveri e altre materie esplosive (1869), sugli spiriti (1870), sulla cicoria preparata per caffè (1874), sullo zucchero (1877), sull’olio di semi (1881) e sui fiammiferi (1896).

Nel 1930 furono aboliti i dazi interni di consumo e nacquero le imposte di consumo, che dovevano essere pagate in abbonamento e gravavano su dolciumi, cacao, cioccolato e altri generi alimentari.

Nel 1939 fu istituita un’imposta interna di fabbricazione e una corrispondente sovraimposta di confine sugli oli minerali e sui prodotti della loro lavorazione, inclusi i carburanti. Queste imposte di fabbricazione furono applicate con aliquote differenti.

Il termine accisa deriva dal participio passato del verbo latino accidere, cioè cadere sopra: infatti, con le accise lo Stato “cade sopra” un prodotto prelevando un’imposta al momento della fabbricazione, del consumo o della sua importazione. In funzione di queste caratteristiche, per lo Stato le accise sono un importante strumento finanziario utilizzato anche per scopi extra-fiscali, nell’ambito di manovre finanziarie: infatti, piccole variazioni delle aliquote di accisa garantiscono nuovi e maggiori gettiti in tempi decisamente rapidi per fronteggiare eventi improvvisi o per finanziare interventi strutturali dello Stato.

Inoltre, come accadde in passato per le imposte di fabbricazione, anche le aliquote di accisa sui carburanti hanno subìto nel tempo alcuni aumenti finalizzati a reperire urgentemente nuove entrate tributarie, come per esempio il rinnovo dei contratti di lavoro per il trasporto pubblico locale o la manutenzione e la conservazione dei beni culturali nazionali, la volontà di limitare le importazioni e la dipendenza da fonti energetiche estere, la necessità di compensare danni all’ambiente, in quest’ultimo caso definendole “green tax”. Inoltre, il valore dell’accisa sul carburante è diverso secondo l’uso che ne fa l’acquirente: maggiore per il trasporto, minore per il riscaldamento.

Davvero numerosi gli esempi di accise, tra le più note ci sono quelle per il finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936 (1,90 lire pari 0,0009 euro attuali), per le maggiori spese derivanti dalla crisi di Suez nel 1956 (14 lire, 0,007 euro), per il disastro del Vajont nel 1963 (10 lire, 0,005 euro), quelle per la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966, il terremoto del Belice del 1968 (entrambe 10 lire, 0,005 euro), il sisma del Friuli del 1976 (99 lire, 0,05 euro) e il terremoto dell’Irpinia del 1980 (75 lire, 0,040 euro), per il finanziamento della missione ONU durante la guerra del Libano del 1982-1983 (205 lire, 0,106 euro) e in Bosnia del 1996 (22 lire, 0,011 euro), per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 (0,02 euro), per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005 (0,005 euro), per il terremoto dell’Aquila del 2009 (0,005 euro), per il finanziamento alla cultura nel 2011 (0,0055 euro), per far fronte all’arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011 (0,04 euro), per l’alluvione che ha colpito Liguria e Toscana nel novembre 2011 (0,009 euro), per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011 (0,082 euro la benzina e 0,113 il diesel), per far fronte ai terremoti dell’Emilia nel 2012 (0,024 euro), per il finanziamento del “bonus gestori” e la riduzione delle tasse ai terremotati dell’Abruzzo (0,005 euro). Gran finale: nella legge di stabilità del 2013 le accise sono state rese strutturali.

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