Via libera per un mercato comune africano

| Si chiama African Continental Free Trade Area l’accordo appena siglato a Niamey che fa da apripista alla concreta possibilità di libera circolazione di beni e servizi nel continente. Ma la strada da percorrere è ancora decisamente lunga

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Di Marco Belletti
Una decina di giorni fa è stato ratificato a Niamey – capitale del Niger – l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), accordo continentale di libero scambio che ha l’obiettivo di eliminare i dazi doganali tra gli stati africani, facilitando la libera circolazione di beni e servizi all’interno del continente. L’accordo è stato siglato da 54 delle 55 nazioni africane (solo l’Eritrea al momento non ha firmato) e creerebbe un mercato unico di 1 miliardo e 300 milioni di persone per un giro d’affari di 3,4 miliardi di miliardi di dollari. L’accordo siglato è l’ultimo passo di una lunga serie di incontri iniziati nel 2013, con il primo forum di negoziazione nel febbraio 2016 e successive otto riunioni fino al vertice di Kigali (Ruanda) nel marzo 2018, dove sono stati firmati l’accordo che istituisce l’area africana di libero scambio continentale e la dichiarazione e il protocollo di libera circolazione.

Le attività dell’AfCFTA cercano di rendere più dinamici l’economia e il commercio africani, tradizionalmente stagnanti, seguendo l’esempio europeo di favorire una maggiore collaborazione politica tra gli stati, armonizzando regole e standard. Il progetto rispetta gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati per il 2030 dalle Nazioni Unite e intende raggiungere i target della cosiddetta “Agenda africana 2063” che prevedono il miglioramento della qualità della vita, la stabilizzazione economica e l’integrazione politica del continente.

La Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD, United Nations Conference on Trade And Development) ha confermato le prospettive di crescita recentemente illustrate dalla Banca dello Sviluppo Africano secondo le quali il commercio tra Africa e resto del mondo crescerebbero del 2,8 per cento rispetto alle previsioni che non tengono in considerazione l’accordo. Ed entro il 2022, il commercio all’interno del continente africano potrebbe aumentare del 52,3 per cento. Questi incrementi porterebbero indubbi vantaggi ai settori agricoli e industriali tanto che il calo di introiti per l’abolizione delle dogane sarebbe compensato da aumenti di redditi e salari.

Una circolazione agevolata dei prodotti nell’ambito del continente offrirebbe inoltre la possibilità ai prodotti manifatturieri – poco richiesti dai mercati extra-africani – di trovare nuovi acquirenti nelle nazioni vicine, rivitalizzando anche l’artigianato.

Tuttavia, nonostante la volontà politica sia evidente, gli ostacoli sono ancora numerosi. Gli scambi commerciali all’interno del continente sono ancora molto limitati e i principali partner commerciali sono l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Ciò è dovuto non soltanto all’annosa condizione disastrosa delle infrastrutture africane, ai costi dei trasporti e alle pratiche burocratiche da sbrigare alle dogane, ma soprattutto perché gli stati africani sono incoraggiati a commerciare con i Paesi occidentali che offrono diverse forme di aiuto allo sviluppo e quindi tutte le nazioni sono più motivate a trattare con nazioni di altri continenti che tra di loro. Ma non solo. I Paesi africani importano soprattutto da nazioni extra-continentali in quanto le capacità e le necessità degli stati africani sono simili e quindi non complementari.

Un’altra questione da non sottovalutare è la scarsa diversificazione delle attività nel mercato africano. AfCFTA permette di lavorare in modo da creare nel futuro immediato economie centrali in alcuni Paesi (con sedi di grandi aziende e multinazionali) e in altri dare vita alle cosiddette economie “di fabbrica”, in grado di fornire forza-lavoro e prodotti intermedi. Per esempio, in Europa i Paesi nord-occidentali hanno economie centrali e quelli orientali (solitamente entrati nell’Unione dopo il 2004) di fabbrica. In Africa tutte le economie sono del secondo tipo e mancano completamente le economie centrali che possano far funzionare il processo.

Il problema è provocato dalla struttura economica africana, dalla mancanza di infrastrutture che rende gli spostamenti di merci costosi e difficili e anche da come è formulato l’accordo che pur permettendo il libero movimento di beni e servizi ancora non considera quello delle persone, ancora molto difficoltoso in quanto ottenere un visto per un Paese confinante può essere un’impresa insuperabile. E, per contro, corruzione dilagante e istituzioni non presenti capillarmente sui confini, rendono illecito e rischioso il libero passaggio delle merci e illegali molti movimenti di persone.

Il progetto africano si ispira dunque alle regole fissate nell’Unione Europea, dove tuttavia l’accesso al mercato unico è limitato da specifici prerequisiti economici, politici e sociali: così vengono tutelati sia i Paesi già membri sia i candidati, nel caso le loro economie o i loro assetti istituzionali non siano ancora sufficientemente stabili. Ma, al contrario di quanto accade in Europa, l’accesso a quella che potrebbe presto diventare l’area africana di libero scambio è stata aperta a tutti gli Stati senza considerare le condizioni economiche, politiche e sociali. Questa situazione potrebbe rendere inefficace l’accordo e – nella peggiore delle ipotesi – potrebbe danneggiare le nazioni con la nascita di attività illegali alle frontiere.

Certo, il progetto che sta prendendo forma (dare vita a una vera area di libero scambio per l’Africa di beni e servizi) è davvero un cambiamento epocale, anche perché realizzata da nazioni politicamente faziose e riottose nel cooperare per raggiungere un comune vantaggio economico. La loro collaborazione potrebbe anche permettere – almeno questa è la speranza – una integrazione politica sempre sull’esempio europeo, che in ogni caso è per l’Africa decisamente ambizioso: infatti, per raggiungerlo sono necessari requisiti economici e politici che al momento le varie nazioni non hanno. Per questi motivi chi guida l’AfCFTA sta valutando di richiedere il supporto di organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, senza tuttavia alterare il difficile equilibrio che l’Africa deve mantenere tra aiuti internazionali e la crescita libera del continente.

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