We love Euro

| Che cosa funziona nella moneta unica europea e che cosa è ancora da mettere a punto. Nonostante i proclami, secondo “Eurobarometro” il favore degli italiani per l’euro non è mai stato così elevato, raggiungendo il massimo storico del 75%

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di Marco Belletti

I think tank – espressione che può essere letteralmente tradotta dall’inglese in “serbatoio di pensiero” – sono una società o un organismo, in linea di massima indipendente dalle forze politiche, anche se non mancano quelli governativi. Si occupano di analisi delle politiche pubbliche, industriali, commerciali e sociali, di economia, scienza, tecnologia, cultura… “Tortuga” è uno di questi serbatoi, formato da studenti, ricercatori e professionisti del mondo dell’economia e delle scienze sociali. Fondato nel 2015 ha componenti in diversi Paesi dell’Europa che scrivono di temi economici e politici, offrendo a istituzioni, associazioni e aziende un supporto professionale alle attività di ricerca o policy-making.

Recentemente gli esperti di Tortuga hanno pubblicato un articolo dedicato ai 20 anni dall’introduzione dell’euro sui mercati finanziari. Risale invece al 1° gennaio 2002 il debutto della circolazione monetaria nei dodici Paesi dell’Unione che per primi adottarono la nuova valuta.

Quindi, è ormai passata una ventina di anni da quando Romano Prodi dichiarò: “Lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”. Ancora oggi questa promessa riecheggia in qualche dibattito tra chi è favorevole e chi è contrario all’euro, in linea di massima per essere smentita. Ma a 20 anni dalla nascita dell’euro è possibile tracciare un bilancio il più possibile “storico” di quanto successo in Europa con la nuova moneta e magari ipotizzare il futuro dell’economia del continente?

Secondo Tortuga l’euro ha contribuito fattivamente ad abbassare l’inflazione. In Italia, rispetto alla media storica precedente del 5,5 per cento annuo, dall’ingresso nell’eurozona nel 1999 è calata a una media dell’1,7 per cento. L’obiettivo che si era posta la Banca Centrale Europea sembra quindi sia stato raggiunto, anche se resta evidente il divario tra l’inflazione percepita e quella effettiva, fatto che naturalmente causa malcontento e permette la nascita di sovranismi e populismi.

Inoltre, il nostro Paese ha potuto usufruire di tassi di interesse molto più bassi rispetto a quanto avveniva prima dell’introduzione dell’euro, permettendo di ridurre l’onere del debito pubblico per i titoli di nuova emissione, con un forte contenimento della spesa per interessi.

Il terzo aspetto messo in evidenza da Tortuga ha quasi dell’incredibile. Secondo un sondaggio di novembre 2018 effettuato da Eurobarometro – il servizio della Commissione europea che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica in tutti gli stati membri e nei Paesi candidati – il favore degli italiani per la moneta unica europea non è mai stato così elevato, raggiungendo il massimo storico del 75 per cento. I contrari all’euro sono circa il 20 per cento, mai così pochi in precedenza, nonostante alcuni politici sovranisti affermino che la popolazione che vuole tornare alla lira sia molto più numerosa.

Naturalmente, nell’euro ci sono anche molti aspetti che non funzionano. L’Unione Europea patisce la scarsa mobilità della forza lavoro e l’insufficiente sistema di trasferimenti fiscali, con una conseguente vulnerabilità dei singoli Paesi che la compongono: sarebbe necessaria una maggiore solidarietà tra membri (dei creditori verso i debitori) spesso venuta a mancare.

Infatti, delegando alla BCE la politica monetaria, i vari stati non hanno più a disposizione le leve di svalutazione e inflazione, due strumenti di politica economica molto importanti. Rimane la sola politica fiscale – che deve sottostare a regole e limiti di spesa spesso in discussione – per ovviare ai cosiddetti “choc asimmetrici”, le crisi che colpiscono in modo differente le varie nazioni.

L’unione monetaria avrebbe dovuto essere il coronamento dell’unione bancaria, fiscale, politica ma la mancanza di fiducia tra Paesi creditori e debitori ha portato a compromessi temporanei piuttosto che a soluzioni valide e a lungo termine. Per limitare le differenze tra Nord e Sud sarebbe necessaria l’integrazione bancaria, fiscale e del mercato di capitali – come negli Stati Uniti – per garantire soluzioni “federali” adeguate.

Tortuga propone la rottura della stretta relazione tra sistemi bancari e rispettivi debiti sovrani nazionali, che renderebbe gli istituti finanziari più solidi, con un budget comune e eventualmente con eurobond che permetterebbero agli stati in difficoltà di attuare politiche anticicliche senza i costi dello spread. Proposte che da anni sono ben conosciute dall’Ecofin, il consiglio composto dai ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati, responsabile della politica comunitaria ed economica, delle questioni relative alla fiscalità e della regolamentazione dei servizi finanziari. Purtroppo, l’Ecofin non riesce a sbloccare il complesso sistema di veti incrociati posti dalle varie nazioni.

E così sebbene esista una soluzione che porterebbe vantaggi per tutti a patto che tutti collaborino, i politici delle varie nazioni – per la mancanza di reciproca fiducia – attuano strategie che portano a risultati meno vantaggiosi con un peggioramento del welfare.

A impedire una soluzione è l’organizzazione istituzionale: il parlamento europeo – direttamente eletto dai cittadini dell’Unione – non dispone di iniziativa legislativa, che è invece demandata al consiglio europeo, dove gli interessi dei singoli stati dettano l’agenda politica. Da questa architettura il cittadino percepisce quello che è stato definito il “deficit democratico” delle politiche comuni europee.

Nonostante sovranismi e populismi, gli ultimi sondaggi prevedono che il prossimo parlamento sarà ancora fortemente a favore dell’Unione Europea: probabilmente socialdemocratici e popolari non riusciranno a formare da soli una maggioranza ma potranno fruire dell’appoggio di liberali e verdi, in modo che il parlamento non entri in una crisi paralizzante.

E una valida opportunità da sfruttare per ricreare una forte consapevolezza europea è la Brexit. Secondo Tortuga, il posticipo dell’uscita britannica potrebbe consentire l’avvio di una campagna politica comunitaria per giungere a un secondo voto (pan)europeo a ottobre, spostando il dibattito politico dalla dimensione nazionale a quella comunitaria. In questo modo potrebbe maturare un senso di “governance” condivisa in tutta l’Unione che consentirebbe una maggior coinvolgimento dei cittadini, invertendo la tendenza di elezioni europee che registrano un’affluenza più bassa delle politiche nei singoli stati.

Sarebbe ora che il cammino iniziato vent’anni fa giungesse finalmente a una conclusione, senza inutili intralci politici o campanilistici.

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