2021, l’anno in cui il Regno Unito potrebbe andare in pezzi

| Il 2020 appena concluso ha lacerato il tessuto sociale del Regno Unito, mostrando disuguaglianze ed egoismi. Se la Scozia preme per l’indipendenza, cresce il malumore anche in Irlanda e Galles

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Il 2 gennaio 2020, un anno fa esatto, il premier britannico Boris Johnson annuncia in modo trionfale con un Tweet che i 12 mesi successivi sarebbero stati un “anno fantastico per la Gran Bretagna”. Non è andata esattamente così: una pandemia dagli effetti devastanti e il disordine politico della Brexit hanno allungato il tessuto sociale del Regno Unito portandolo fino al punto di rottura.

La politica e gli accordi costituzionali tra le quattro nazioni che compongono il Paese sono una costante fonte di dolore per qualsiasi leader cerchi di conciliare priorità politiche e sociali sostanzialmente diverse. Ma le due più grandi crisi in tempo di pace affrontate dalla Gran Bretagna si sono combinate per creare una perfetta tempesta di insoddisfazione diffusa.

Dopo anni di estenuanti dibattiti e negoziati tortuosi, la Gran Bretagna ha lasciato l’universo normativo e commerciale della UE il 1° gennaio, ma con una miriade di imprevedibili tensioni sull’unione politica interna che potrebbero portare il premier britannico in acque costituzionali assai instabili. Contemporaneamente, la pandemia ha messo a nudo la distanza politica che esiste tra Edimburgo, Cardiff, Belfast e Londra.

Il movimento indipendentista scozzese è cresciuto dal referendum del 2014, quando il 55% del Paese ha votato “remain” alla proposta di uscire dall’Europa, e secondo un recente sondaggio di un quotidiano scozzese, la conseguenza è un desiderio di indipendenza cresciuto di 16 punti.

Mentre Johnson celebrava l’accordo commerciale con la UE, il premier scozzese Nicola Sturgeon twittava “nessun accordo che potrà mai compensare quello che la Brexit ci toglie: è ora di tracciare il nostro futuro come nazione europea indipendente”.

In Irlanda del Nord, i nazionalisti ammettono di non essere mai stati così fiduciosi che, in caso di votazione, il Nord potrebbe riunirsi alla Repubblica d’Irlanda. E anche se non esiste un forte movimento indipendentista in Galles, l’ostilità nei confronti del governo di Westminster aumenta ogni settimana di più.

In Inghilterra, il più grande, ricco e conservatore Paese dei quattro, cresce il risentimento per uno status quo che può facilmente risolversi nell’idea di pompare denaro ai parenti più poveri delle altre tre nazioni.

Tutto ciò rappresenta un problema per Boris Johnson, che non è solo il leader del Partito conservatore e unionista, ma anche l’autoproclamato ministro dell’Unione. Da quando è entrato in carica, BoJo si è dipinto come un difensore del Regno Unito parlando a lungo del rafforzamento dei legami tra le quattro nazioni.

Ma gli unionisti all’interno del suo stesso partito sono assai scettici su quanto il premier si preoccupi realmente di tre Paesi in cui la maggioranza dell’elettorato non vota conservatore e la sua popolarità tocca i minimi storici.

Per Johnson, il 2021 è un campo di battaglia zeppo di fili dell’alta tensione e mine antiuomo su cui sta per avventurarsi, e l’insidia più pericolosa è rappresentata dalle elezioni scozzesi del prossimo 6 maggio.

Il Partito nazionale scozzese domina la politica interna dal referendum sull’indipendenza del 2014 e anche se ha formalmente perso, il SNP ha conquistato 56 dei 59 seggi a Westminster. Appena un anno dopo, il 62% degli elettori scozzesi si è schierato a favore della permanenza nella UE contro il 52% del Regno Unito che ha votato per l’uscita. Da allora, il messaggio è diventato univoco: la Scozia viene trascinata fuori dall’Europa contro la propria volontà.

“Il sostegno all’indipendenza è stato sicuramente rafforzato dalla Brexit - assicura Nicola McEwan, professore di politica territoriale all’Università di Edimburgo – ed è facile attendersi che questo sentimento cresca se la scelta porterà ad una carenza di cibo, ad un crollo economico e ad una diminuzione del ruolo del Regno Unito nel mondo”.

Il premier scozzese, Nicola Sturgeon, è stato elogiato per la gestione della pandemia, anche se le sue politiche e la loro efficacia raramente si sono differenziate in modo sostanziale da quelle di Johnson. McEwan ritiene che ciò sia dovuto principalmente al fatto che la Sturgeon “ha anticipato la risposta del governo tenendo una conferenza stampa quasi ogni giorno, mentre Boris Johnson non è stato così visibile”.

Non è difficile capire perché lasciare il Regno Unito e rientrare nella UE sia così attraente, ma molti in Inghilterra sono seriamente preoccupati che Johnson non abbia né l’energia né la passione necessarie per combattere una voglia di indipendenza che frantumerebbe il Regno Unito.

Se lo SNP vincerà le elezioni di maggio mettendo l’indipendenza al centro della campagna elettorale, a Johnson restano solo due opzioni: continuare a ignorare le richieste di referendum o cercare di combattere le politiche indipendentiste, ma nessuna delle due offre certezze.

“Dobbiamo spiegare che la capacità della Scozia di governare in modo diverso funziona solo grazie alla struttura economica generale del Regno Unito - afferma Eddie Barnes, ex direttore della comunicazione dei conservatori scozzesi - dobbiamo porre fine alla percezione che la devoluzione sia una lenta deriva dall’Unione”.

Altrettanto arduo, anche se meno immediato, è l’aumento della fiducia tra i repubblicani dell’Irlanda del Nord, per lungo tempo la vittima più probabile della Brexit. La provincia, che fa parte del Regno Unito, condivide un confine terrestre con la Repubblica d’Irlanda, che al contrario si trova saldamente ancorata all’Unione Europea. La prospettiva di un confine doganale che le separi ha suscitato ogni sorta di preoccupazione, dal flusso di merci al ritorno della violenza degli anni Settanta e Ottanta.

Per evitare il confine, il governo inglese ha concordato con la UE un “protocollo” che vincola a seguire le norme doganali e regolamentari della UE piuttosto che quelle del Regno Unito.

“In termini pratici, l’Irlanda del Nord è stata messa in una posizione diversa rispetto al resto del Regno Unito. Quindi, più la Gran Bretagna si allontana dalla UE, più il Paese avrà stretti rapporti con l’Europa” e in più, l’idea di un avvicinamento del nord alla Repubblica ha acceso la speranza di chi sogna la riunificazione.

La pandemia ha anche messo in evidenza le differenze politiche nella governance dell’Irlanda del Nord: il Paese ha un accordo di condivisione del potere per garantire che unionisti e repubblicani abbiano pari voce. “Abbiamo ottenuto un compromesso infelice che riassume la politica dell’Irlanda del Nord: nessuno ha avuto esattamente quello che voleva”. Il 2021 doveva essere l’anno in cui l’Irlanda del Nord avrebbe dovuto celebrare il suo centenario, ma è probabile che i suoi cittadini arrivino all’appuntamento più divisi di quanto non lo siano stati in passato.

Per fortuna di Johnson, la situazione è meno pericolosa in Galles, dove non esiste un serio movimento separatista, ma proprio per questo il Paese rischia di essere trascurato. “Se i conservatori adottano una linea più aggressiva contro la devoluzione e il controllo di Londra, rischiano di rafforzare il movimento anti-Westminster in Galles”.

Il pezzo finale del puzzle, ovviamente, è la base di Johnson in Inghilterra. I conservatori hanno conquistato la maggioranza nel 2019: “Quando avremo lasciato la UE, questo governo avrà bisogno di un nuovo nemico, e la scelta ovvia è la Scozia e in misura minore il Galles. Molti conservatori inglesi non si preoccupano molto dell’Unione, vedono gli altri tre Paesi come fastidi che l’Inghilterra è costretta a finanziare”.

Insomma, il 2021 sarà un anno difficile per tutto il Regno Unito, e il premier, che ama avvolgersi nell’Union Jack, potrebbe essere tentato di tenere la testa bassa e ignorare le urla separatiste. Ma se Johnson non sarà capace di trasformare l’uscita dalla UE in un successo, diventerà inevitabile che tanti inizieranno a chiedersi se l’erba al di fuori del Regno Unto sia più verde.

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