Arrestata la top manager di Huawei

| La figlia del fondatore del colosso cinese fermata in Canada: gli Stati Uniti chiedono l’estradizione, la Cina il rilascio immediato per violazione dei diritti umani. Crisi diplomatica a un passo

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C’era da aspettarselo: la tregua fra Trump e Xi Jinping al G20 in Argentina è durata poco. Su richiesta degli Stati Uniti, in Canada è finita in manette Meng Wanzhou, chief financial officier del colosso “Huawei” ma soprattutto primogenita del fondatore Ren Zhengfei. La donna sarebbe stata fermata lo scorso 1 dicembre all’aeroporto di Vancouver e gli Stati Uniti avrebbero già richiesto l’estradizione, in anticipo sull’udienza di convalida del fermo prevista per domani.

L’accusa riguarderebbe la violazione delle sanzioni americane contro l’Iran, ma il rischio è di una crisi diplomatica senza precedenti. L’ambasciata cinese a Washington ha immediatamente chiesto il rilascio della donna, accusando apertamente gli Stati Uniti di violazione dei diritti umani, così come il governo cinese, che attraverso le parole del portavoce del ministero degli esteri, Geng Shuang, nel corso di una conferenza stampa ha detto di aver inviato “Una richiesta per chiarire immediatamente le ragioni dell’arresto”, mentre la Huawei ha diffuso una nota in cui afferma di non essere a conoscenza “di alcun illecito commesso dalla nostra direttrice finanziaria”.

L’arresto arriva a meno di due settimane dall’avviso lanciato agli alleati di limitare al massimo l’uso di sistemi e apparecchiature del colosso cinese perché a rischio spionaggio. E addirittura ad una manciata di ore dalla presa di posizione di “British Telecom”, che per gli stessi motivi avrebbe estromesso Huawei dall’elenco dei propri partner tecnologici. Mentre Giappone, India, Nuova Zelanda e Australia sembrano in procinto di fare lo stesso, escludendo Huawei dalle gare di appalto per le infrastrutture 5G. In Italia, dove è stato accertato che tutto il traffico internet transita attraverso i router Huawei, il “Copasir” ha avviato un accertamento.

I due leader si erano dati tre mesi di tregua per trovare un accordo sui dazi, ma secondo l’analisi del “New York Times”, l’arresto rischia di far precipitare i rapporti fra i due colossi.

Alla notizia dell’arresto, gli indici asiatici hanno fatto registrare un ribasso pari a due punti percentuali.

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